Frammenti di un discorso amoroso seriale

L’attesa

Arriverà qualcosa di diverso e ci innamoreremo di nuovo


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1 L’attesa è una figura dinamica.

2 Dopo l’amore per la serialità complessa e la sua fine, dopo il binge watching compulsivo di storie dimenticate il giorno dopo, tra postumi e frustrazione, dopo la ricerca di un nuovo amore, talvolta ripagata da sporadici incontri che lasciano intendere un fuoricampo possibile, resta l’attesa nella sua forma più sobria e prudente.

3 Il passato è alle spalle per una buona ragione, inutile tornare indietro, dannoso rimanervi intrappolati. Voglio credere che l’amore sia ancora da venire. Ma cosa ho amato delle serie che ho amato? Cosa mi manca? 

4 Mi manca, per esempio, indossare i panni degli antieroi, che portano in dote oscuri lati erotici; di vivere, per loro tramite, quello che non vivo nella realtà, di dare libero sfogo a pulsioni che sono profondamente umane, per quanto riprovevoli, e spingermi dove non avrei il coraggio di andare. Vivere il loro tormento come fosse il mio. “Concepite il male senza rimorso, è questa la via per ascendere; prima dell’ascesa però è tutto notte e inferno”, scrive C.G. Jung ne Il Libro rosso. 

5 Un’altra cosa che mi manca è la sorpresa che genera stupore, quel momento che ti fa cadere dal divano, da cui scaturisce l’attimo di consapevolezza che inseguiamo nella grande letteratura, e quindi nella vita. Elemento tipico della complex tv – de I Soprano, di Breaking Bad, Mad Men, Battlestar Galactica, per intenderci – è stato ben descritto da Jason Mittell e rimanda a un particolare tipo di estetica, dove il piacere non è legato tanto, e solo, a quello che accadrà, ma al come. Sappiamo tutti che Houdini riuscirà a liberarsi, ma come ci riesce? È la sorpresa che scaturisce dalla rottura delle regole interne fornite dalla narrazione nel corso di puntate e stagioni. Ma per dare regole e interiorizzarle, per romperle d’un tratto con un’azione imprevista che cambia il mondo, serve, appunto, tempo. Tempo, quello che una serie costruita per il binge watching non offre. 

6 Ma basta procedere con lo sguardo rivolto al passato! Sotto quali sembianze si presenterà il nuovo? È plausibile cercare le fattezze del vecchio amore nel nuovo? Come possiamo presumere di sapere in anticipo da dove ci verrà la luce?

7 “Indipendentemente da ciò che sopraggiunge, o non sopraggiunge, l’attesa è in sé meravigliosa”, scrive André Breton ne L’ Amor fou. L’attesa non è una figura statica, porta al vagamento amoroso spinti dal sentimento dell’imminenza di un nuovo amore, che rende sopportabile la fatigue, il vagabondaggio tra i carousel delle piattaforme, tra gli archivi sconfinati di novità, nelle sentine della talkability. Sostenuti dall’energia della mancanza e dalla fiducia nelle storie, dunque, aspettiamo.


Frammenti di un discorso amoroso seriale

La consolazione

Guardare all’indietro, con nostalgia, alla ricerca della sfumata felicità


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1 A un certo punto le persone hanno cominciato a consigliare serie televisive non perché fossero davvero belle, ma solo perché le stavano guardando loro. Proprio come chi dice che proprio accanto casa sua ha appena aperto il miglior ristorante o gelateria o panetteria della città: mentono sempre. 

2 A dar retta agli altri, sembra che anche ora ci siano in onda almeno cinque o sei programmi destinati a diventare presto dei “classici”, ma sappiamo bene che non è così. La mia impressione è che consigliandole sembri loro che il tempo investito nella visione sia più proficuo (e che pensino di meritare che i migliori pasticcini della città siano fatti a due minuti a piedi da casa loro).

3 Per dirne una, secondo me The Bear non piace realmente a nessuno, però lo consigliano tutti. Credo sia una “malattia” dovuta all’abbondanza di scelte a disposizione. Una volta che uno ha preso una decisione ben ponderata, nel mare magnum di scelte – molte delle quali perfino a pagamento –, deve portarla avanti con costanza. E la costanza prevede anche il proselitismo, quindi il consigliarla con passione agli altri. Anzi, ora che ci penso bene, a me pare che la stessa idea di consigliare qualcosa sia una mania moderna. Dovuta all’idea di capitalizzare il tempo a disposizione, perfino quello dedicato all’intrattenimento. Come se anche guardare House of the Dragon fosse in parte un lavoro a cui dare un senso, perché guardarlo e basta, senza parlarne con nessuno, sarebbe un po’ sprecarlo. (Rassegnatevi: è tempo sprecato, quindi almeno godetevelo). 

4 Forse la memoria mi inganna, ma non mi pare ci sia da sempre l’impulso per cui alla vista di un bel programma in tv si avesse voglia di consigliarlo a qualcuno. Perciò trovo che un vero segno di maturità sia riuscire a guardare qualcosa di bello senza sentire la necessità di suggerirlo a qualcuno, e ormai diffido totalmente di ogni segnalazione non richiesta. Mentre mi fido di tutte le segnalazioni sottaciute, carpite mentre si parla d’altro, sotterranee, che tornano dopo anni. Perché sono quelle che si sono sedimentate e hanno resistito all’hype e alla moda. Qualche tempo fa mi hanno parlato di The King of Queens (1998-2007), di cui non avevo mai visto neanche un episodio, e avrei quasi voglia di dire che ho sprecato un sacco di ore di intrattenimento in serie molto meno divertenti, se solo non significasse adoperare esattamente la stessa impostazione distorta di cui sopra. Ormai è molto più consolante tuffarsi nelle serie del passato. Finire Curb Your Enthusiasm (2000-2024) e ricominciarlo daccapo, affidarsi alle repliche di canali dimenticati e incrociare episodi di Becker (1998-2004) o Frasier (1993-2004), piuttosto che dare seguito ai consigli sulle nuove serie imperdibili, ormai non molto diversi dai messaggi pubblicitari.


Frammenti di un discorso amoroso seriale

One night stand

Insieme per poco più di una notte, senza poi rivederci più


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1 Se continuo a guardarne così tante è perché non so resistere alla leggerezza. Vado su Netflix per fumarmi l’ultima sigaretta della giornata e desidero solo un’assenza di contenuto (dentro una lauta offerta di contenuti). Se poi arrivo fino all’ultima puntata anche quando una serie è brutta, è perché ho un’autodisciplina poco snob: ovunque potrebbe nascondersi una buona idea da rubare.

2 Dieci anni fa le serie tv sembrarono anche a me una Nouvelle Vague. Quale scrittore cresciuto con i reality non verrebbe affascinato dal concept di True Detective, definito un thriller “letterario” in cui a contare non è la risoluzione del caso ma il fatto che i personaggi parlino, tra le altre cose, di Nietzsche? 

3 Quando Gomorra fu distribuito in 190 Paesi, anche se era tutto in napoletano stretto, in Italia i produttori cominciarono a cercare roba diversa dal solito. Di riflesso, uscirono i primi romanzi new weird scritti da autori italiani. C’era nell’aria una promessa di libertà.

4 Per vedere Mad Men e Breaking Bad ricordo che mi ero dato la regola aurea di massimo due puntate al giorno. Solo dopo l’arrivo delle piattaforme ho cominciato con le scorpacciate furibonde. Avevo l’ingordigia di vedere qualcosa di altrettanto buono. Ma lo spettacolo ci ha messo poco a diventare un “aspettacolo”: tiro la somma di ciò che ho visto negli ultimi cinque anni e penso che nel mio immaginario personale ha pesato di più Dawson’s creek. 

5 Calo della qualità a parte, do la colpa al fenomeno della curva dell’oblio: più la visione di una cosa è distribuita nel tempo, più tende a rimanerci impressa. Viceversa, dimentichiamo tutto. La piattaforma è una macchina per l’oblio.

6 Ormai mi succede di guardare una serie e di accorgermi solo al quarto episodio che l’avevo già vista. A parte i bellissimi The Night of e Mindhunter, ho visto tutto ma dimenticato tutto. A volte ho portato avanti fino a tre serie contemporaneamente, fomentando la dipendenza in una sfida ossessivo-compulsiva. Più le puntate sono brevi, più vengo risucchiato a vederne un’altra (ho visto tutte le stagioni di Skam in un giorno, senza staccarmi mai). Guardo ogni cosa con le cuffie Sony e l’audio al massimo, perciò queste sfacchinate notturne mi lasciano fisicamente ko.

7 Anche se prevedo gli sviluppi della narrazione al minuto, mi lascio ammaliare dalla ricorsività dei temi trattati: vado avanti ad absurdum, perché sono ricorsivo anch’io nel quotidiano.

8 La verità è che lo stesso appagamento che ho trovato nel binge watching, in passato lo trovavo nella tv commerciale. Da ragazzino guardavo la televisione fino a dieci ore al giorno. 

9 La condivisione della piattaforma con altri milioni di spettatori, ostinati a guardare un’altra puntata anche se sono le cinque del mattino, mi interessa più del contenuto. Mi sembra di stare in una silent disco dove ognuno balla con la stessa musica nelle cuffie. 


Frammenti di un discorso amoroso seriale

La noia

Quando l’amore si tramuta in ripetitività e abitudine


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1 La relazione si dilunga ormai in una routine senza scosse. Non sto né bene né male: mi annoio. C’è stata un’epoca in cui la relazione con le serie era contraddistinta da sorpresa, raffinatezza e piacere, viaggi verso mondi complessi e trame straordinarie. Oggi noto che la maggior parte delle storie, ripetitive, non mi stimolano più. Consumo ormai quasi solo delle serie carine, senza impegno, che non mi lasciano niente. “Diman tristezza e noia/recheran l’ore”: dopo la festa, appare il disinganno. Passati i fuochi dell’innamoramento, la relazione rivela il suo aspetto più quotidiano. 

2 Mi scoraggio, la sera, di fronte alla monotonia dell’offerta di titoli su piattaforme di streaming, dove, nonostante i colori accattivanti, sembra che tutti i contenuti si equivalgano. È come se stessi attraversando un loop di versioni riciclate di ciò che ho già sperimentato. Disincantata, ho la certezza di capire subito dove la serie andrà a parare: ne ho già viste di troppo simili. Così, di primo acchito, ogni nuova esperienza mi appare noiosa, non mi sembra all’altezza. Avere tutti i contenuti possibili a portata di mano, poi, riduce quell’entusiasmo che un tempo derivava dalla semplicità delle scelte. Quando tutto ci è dato immediatamente e senza limiti, alla portata di un clic o di uno swipe, si perde l’unicità dell’appuntamento per il quale ci si preparava, aspettandosi fascino e coinvolgimento. Sopraggiunge una sorta di frenesia che, mentre mi impedisce di fare sosta su un titolo in particolare, allo stesso tempo mi paralizza. Malgrado gli sforzi (ricerca di raccomandazioni, buona volontà), sento che non c’è nulla da imparare o da scoprire. Il disorientamento cognitivo diventa subito spleen : a che scopo continuare? “It’s just better white noise than Netflix” (da Reddit).

3 Nelle relazioni a lungo termine, l’innamorata delle serie non getta subito la spugna, tiene ancora duro per fedeltà. Si moltiplicano quindi le tattiche per non perdere fiducia, e qualche volta l’appagamento ritorna. In una relazione più recente, invece, la noia può prendere rapidamente il sopravvento se, in partenza, si è calibrato male il tiro. Forse le aspettative erano irrealistiche, forse la promessa intuita in una breve critica ci ha condotto a idealizzare quella nuova serie. 

4 Ben cosciente dei consigli di terapeuti e coach di coppia, mi ripeto l’imperativo di provare a tenere viva la relazione. Non posso abbandonare proprio ora. Ma a volte, ciò che sto facendo non serve (più) a niente. Sto perdendo tempo. Rimpiango l’attrazione dello spettacolo, le emozioni forti, la pienezza delle esperienze immersive che prima riuscivano a scuotermi. Mi spingo allora nei territori dell’amplificazione sensoriale di qualche rara serie di prestigio o in certi intrighi laboriosi come puzzle, ma finisco con il constatare anche in quel caso una noia che sembra diversa, ma che in realtà si trova a essere solo venduta in un pacchetto nuovo, magari in modo aggressivo, ma non meno ripetitivo, e comunque poco gratificante (Dargis). L’esagerazione finisce per esasperare.

5 Ma è veramente colpa del partner? Davvero il mercato delle serie non ci offre più contenuti esaltanti, o questo taedium vitae deriva da un sentirsi in trappola più profondo? Forse sono io che rifiuto di lasciarmi andare, sentendo che la relazione non riesce più a distrarmi dalla realtà: mi accorgo del tempo che passa. In fondo, annoiarsi vuol dire constatare il proprio essere mortali. Stare al gioco, però, vuol dire anche, a poco a poco, riscoprire il valore di una relazione che non richiede la performance continua o un coinvolgimento mentale profondo, e ci permette di abbassare la guardia. Quando ritorno ai vecchi amori o mi adagio nella monotonia quotidiana, mi concedo finalmente un momento di introspezione, senza cercare la novità eccitante: ecco la noia comune, televisiva, che è anche una grande forma di comfort riparatore.


Frammenti di un discorso amoroso seriale

Non mi innamorerò mai più

La delusione profonda alla fine di una storia


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1 Il mio disamore per le serie televisive è cominciato quando gli sceneggiatori hanno smesso di credere nella catarsi dei grandi finali. Durante la mia adolescenza, ossia tra la metà degli anni Duemila e l’inizio degli anni dieci, sono passata dal subire passivamente ciò che il palinsesto mi offriva, generando innamoramenti passionali per classici come Buffy l’ammazzavampiri, allo scegliere attivamente cosa guardare.

2 In quel periodo di passaggio, quando lo streaming cominciava a superare qualsiasi messa in onda su Italia 1 o Mtv, è cominciata la moda del “Non l’hai vista? No vabbe’, devi assolutamente guardarla”. Da passatempo postprandiale, le serie tv sono diventate il prodotto culturale da consumare per darsi un tono. Per alcuni anni mi è sembrato tutto grandioso, poi il fuoco ha cominciato a indebolirsi: Daenerys e Jon Snow insieme, siamo sicuri? House of Cards senza Frank Underwood non mi convince. Il finale di How I Met Your Mother, inguardabile. La prima stagione di True Detective, bellissima, e poi… Per non parlare di Utopia, lasciata così, a metà. 

3 Ho trascorso quasi un decennio senza riporre la minima fiducia nel genere, riuscendo a sconfiggere le tentazioni della Fomo. Sono piombata in una forma acuta di apatia seriale, sicura del fatto che niente e nessuno avrebbe mai più risvegliato quel sentimento primaverile di affezione che diventa ossessione provato negli anni della cosidetta golden age, tra Breaking Bad, I Soprano e Mad Men. Mentre il mio interesse sprofondava nel nulla, la serialità è cambiata: i budget diluiti, l’attenzione calata, le piattaforme moltiplicate. Ci ho riprovato, ma ho dormito davanti a Squid Game e non mi sono entusiasmata troppo per The Bear, nonostante i presupposti per innamorarmi di nuovo ci fossero tutti.

4 Ho creduto che il mio cuore fosse ormai troppo arido per ritrovare quel trasporto che ti porta a collezionare dvd o a fare sessioni estenuanti di binge watching avendo occhi solo per lei, letteralmente. Poi però è successo qualcosa. È successo che su Twitter ho letto le parole di sgomento di tutto il mondo per un funerale immaginario, ho sentito parlare di quiet luxury, ho visto il frame di Logan Roy che dice “I love you, but you’re not serious people”. È Succession che mi ha fatto credere di nuovo nell’amore, riaccendendo il desiderio con il suo finale perfetto e la sua scrittura epica. Non credevo che avrei mai più sentito le farfalle nello stomaco, e invece eccomi qua, come una ragazzina in preda a una cotta, a guardare sognante nel vuoto e a chiedermi se quel nome nel testamento fosse sottolineato o cancellato.


Frammenti di un discorso amoroso seriale

L’abbandono

La passione che finisce, l’abbandono, la delusione


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1 C’è stato un periodo della vita in cui le serie che valeva la pena di guardare erano tante, tantissime. La settimana era scandita dagli episodi da recuperare e sì, ammettiamolo, il confine tra passione e dipendenza era sottile. Eppure stare al passo non era una fatica, ma un piacere. Credevo sarebbe durata per sempre – e invece. Una dopo l’altra, le mie serie preferite hanno cominciato ad abbandonarmi. 

2 La prima volta, con Six Feet Under, ho pensato che non avrei mai più provato qualcosa di simile: invece era solo l’inizio, il dolore che si prova con il passaggio all’età adulta e il primo confronto con l’ineluttabilità della fine. Poi è stata la volta di Lost, con la sensazione di abbandono diventata rabbia (ma come, io ti do i miei anni migliori e in cambio te ne vai così?). 

3 E ci son cascata di nuovo, poco dopo, con la valle di lacrime e delusione in cui mi ha lasciata How I Met Your Mother: “Così ci separammo senza esserci capiti. Ma non è facile capirsi a questo mondo”. (J. W. Goethe, I dolori del giovane Werther). Di lì in poi è stato un lungo susseguirsi di finali che speravo non arrivassero mai: l’ultimo salto del Galactica, il sorriso di Walter White, lo schiaffo di Diane ad Alicia, l’abbraccio mortale di Jon e Daenerys. Non ero pronta, e sono entrata in piena sindrome dell’abbandono: dove sono finiti i personaggi con cui avevo condiviso gioie e dolori? Cos’è questo senso di vuoto, con uno schermo sempre acceso ma che non sa più raccontare grandi storie? 

4 La magra consolazione di una generazione cresciuta ai tempi dei social è che all’abbandono rispondiamo con la condivisione del lutto: perché la nostra sofferenza non è unica, ma è un dolore diffuso e collettivo. Cerchiamo di colmare il vuoto dell’abbandono a forza di rewatch, reel e meme per tenere le nostre serie strette a noi, ancora per un po’. Aveva ragione Tyrion Lannister quando, congedandoci da Il trono di spade, diceva: “Cosa unisce le persone? Le armi? Le bandiere? No, le storie!” – anche quando sono finite. 


Frammenti di un discorso amoroso seriale

Il tradimento

Quei segnali che hanno infranto la fiducia


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1 Tutto era cominciato con forse troppo entusiasmo: il piacere di una scoperta che a poco a poco si diffonde in luoghi e tra persone insospettabili, la gioia sincera del passaparola e della condivisione tra blog e mulattiere, il senso di rivincita per ciò che dai margini finisce a occupare il centro dei discorsi. 

2 Ecco, allora vedi che tutte quelle sere tardi, quei pomeriggi passati davanti a uno schermo, in fondo a qualcosa servivano. Avanguardia: guardare I Simpson o West Wing, recuperare Twin Peaks o Seinfeld, aspettare ogni settimana Lost, Louie o Mad Men era piacere ed era cultura, nel senso più contemporaneo possibile. La felicità purissima del vedere la passione diventare nobile: e così i saggi, le aule universitarie, le discussioni dotte e un po’ superbe, i canoni tutti ancora da compilare, la politique des auteurs inevitabile, le gabbie dei generi che non funzionano mai. Nemmeno il tempo di festeggiare troppo e di godersela, però, che già qualche timore viene, che qualcosa si inceppa e inizia a girare a vuoto. Dapprima sono solo segnali: le attese frustrate, quelle serie che non sanno bene come chiudere la storia e tirano a campare, quegli autori che alternano il capolavoro e la ciofeca (Alan Ball!), quel successo che proprio come una volta arride comunque ai titoli peggio scritti, le spruzzate eccessive di fan service nella spirale ottusa dei social, la perfezione che passa quasi inavvertita e diventa frustrazione (The Good Wife!). Dopo poco diventa un sospetto: tutto il nostro amore rivolto alle singole serie, e alla serialità americana più in generale, non è davvero ricambiato; e la saggezza pop dice che quando l’affetto va in una sola direzione più che amore è ossessione (“No, no es amor, lo que tu sientes, se llama obsesión”, Aventura, 2002), più che sentimento diventa sfruttamento. 

3 Sono crepe, indizi di un riflusso in corso, ma non si può, non si deve essere disfattisti proprio ora: mentiamo a noi stessi, facciamo finta di niente, teniamo duro per un po’. Infine, il sospetto diventa certezza proprio nel momento in cui i sogni più sfrenati sembrano realizzarsi, quando le promesse di abbondanza e libertà assoluta diventano la bandiera delle centinaia di canali e decine di piattaforme. Sembra il trionfo, ma è la fine. 

4 Il meccanismo seriale danneggia se stesso, la spasmodica ricerca dell’hype diventa una condanna di aspettative impossibili e butta a mare i ritmi della scrittura e del consumo, la furia dell’ingozzarsi è indifferente ai sapori. Lo smottamento diventa valanga, il tradimento si è consumato. E solo ai margini, tra i cespugli, restano tracce di bellezza simile a quella da cui tutto è partito, quando le serie tv sembravano ancora voler (poter?) ricambiare il nostro amore.


Frammenti di un discorso amoroso seriale

L’innamoramento

Il modo in cui è iniziata la nostra storia


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1 È successo così tanto tempo fa, venti anni forse o qualcosa di meno, che faccio fatica a ricordare l’anno. Quello che mi ricordo invece è che non usavamo computer e telefoni per vedere la tv. I dvd erano ancora lo standard, anche se si iniziavano a usare i programmi per scaricare i film. C’erano pure degli hard disk che si attaccavano alla tv con dentro un indice delle cose scaricate che potevi navigare con il telecomando.

2 Però il primo amore è iniziato con i dvd e con qualcuno, potrei buttarmi ma non ci provo, che me li prestò. Si chiamava Six Feet Under ed era una cosa che non si era mai vista sotto molti aspetti: il linguaggio visivo, lo sviluppo dei personaggi, l’ambientazione e ovviamente la sigla.

3 È banale dire che l’innamoramento ci fa sentire drogati, dipendenti, ma è esattamente così. Con ingenuità si tende all’assoluto. Non sapevi che esistesse una cosa simile e tendi a pensare che da sola possa bastare a riempirti la vita (almeno quella di spettatore) e che non ci possa essere nessun’altra o nessun altro che possa farti provare emozioni simili. 

4 Nel caso delle serie tv, così come nell’amore, non è ovviamente vero. Ci saranno altri amori e anche più belli. Alcuni ti faranno credere che lei è quella giusta. Ma le serie finiscono sempre, come gli amori. Anche se nessuno lascerà nel ricordo dettagli così vividi, anche quelli più inutili, come il primo: l’odore della custodia, il font dei titoli di testa, l’immedesimazione che hai provato per alcuni personaggi, la musica che ti suona ancora in testa.