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Elezioni

L’America in mano ai podcast

Alla vigilia delle elezioni Usa 2024, analizziamo l’inaspettato ruolo giocato dai podcast nelle campagne elettorali di Kamala Harris e Donald Trump. Tra cryptobros e comici virali, spontaneità e strategia. A caccia di un elettorato digitale.

Nel momento in cui scrivo CBS News ha appena confermato quello che in molti aspettavano – o temevano – da tempo: l’ex presidente Donald Trump sarà ospite di The Joe Rogan Experience a pochi giorni dalle elezioni statunitensi. Che è già, di per sé, una di quelle frasi che sarebbe bello leggere a una persona a caso del 2014 per studiarne la reazione, ma non è questo il punto: a stupire è semmai il peso politico che ha assunto negli ultimi anni un podcast condotto da un comico e un commentatore di arti marziali, che da anni pubblica incessantemente lunghissime puntate in cui chiacchiera, fuma canne, discute di antichi egizi, alieni, LSD e Marte, magari con Elon Musk. 

Sfida a colpi di podcast

L’ospitata di Trump da Rogan è il coronamento inevitabile di una campagna elettorale che è stata dominata dai podcast, un medium diventato influente e ricercato dalle rispettive campagne di Trump e Kamala Harris, che hanno scoperto l’importanza di questi appuntamenti all’ombra di un microfono a braccio. Nelle ultime settimane Trump ha fatto parlare di sé per aver rifiutato un secondo dibattito televisivo con la contendente e aver annullato un’intervista con la storica trasmissione televisiva 60 minutes: in compenso, però, ha passato ore a chiacchierare con podcaster e streamer.

Trovate un podcast che sia di per sé una red flag e Trump c’è già stato ospite giovedì scorso. Mancava solo Rogan, il podcast per uomini-etero-muscolosi-arrabbiati. Harris, dal canto suo, ha strappato una discussa ospitata col podcast Call Her Daddy della comica Alex Cooper.

A curare le sue ospitate il figlio minore Barron, che ha colto fior da fiore dagli innumerevoli podcast di dudes muscolosi e mascellosi, portando il padre tra comici, cryptobros e creator vari, con in mente una demografica precisa: pubblico maschile, bianco e, soprattutto, giovane. Meglio se giovanissimo. Insomma, trovate un podcast che sia di per sé una red flag e Trump c’è già stato ospite giovedì scorso. Mancava solo Rogan, il podcast per uomini-etero-muscolosi-arrabbiati, e infatti. Harris, dal canto suo, ha strappato una discussa ospitata col podcast Call Her Daddy della comica Alex Cooper, già nota per aver stretto un’alleanza milionaria con Spotify (come Rogan, del resto).

Sono state settimane intense, quindi, nel corso delle quali Trump ha parlato con podcaster d’ogni tipo, iniziando lo scorso giugno da Impaulsive, podcast di Logan Paul, youtuber e fratello del Jake Paul che sfiderà a boxe il 58enne Mike Tyson. L’effetto è sempre lo stesso: Trump, già noto per vivere in una casa laminata d’oro, siede con bro improbabili che gli fanno domande comodissime e non possono credere di parlare con un ex presidente. Dal punto di vista del content, non c’è sfida: è uno spettacolo assurdo e anche divertente, specie per i più giovani, sempre felici di avere a che fare con un meme ambulante. Di particolare interesse è stata l’intervista trumpiana a Theo Von, comico statunitense già protagonista di molti TikTok virali, che sembra aver sinceramente incuriosito e affascinato Trump, a cui ha descritto gli effetti della cocaina in un momento che nessuna serie tv avrebbe potuto scrivere. 

Alt right 3.0.

Più recentemnete Trump è passato da Flagrant, podcast dei comici Andrew Schulz, Akaash Singh, AlexxMedia e Mark Gagnon, in cui uno degli host ha letteralmente riso in faccia al candidato quando quest’ultimo si è definito «una persona tutto sommato sincera». Non solo yes men, quindi, ma una comunanza d’intenti della produzione di contenuti virali e di successo. Qualunque sia la nostra opinione su Schulz e la sua congrega, una cosa dobbiamo ammetterla: nessuno Stephen Colbert o Jimmy Fallon può oggi assicurare un momento simile – e tanto virale. Molti i fattori in gioco ma scegliamone un paio: innanzitutto la spontaneità, assicurata dalla cronica mancanza di “scrittura” di questi show; in secondo luogo, la totale assenza di spirito giornalistico, per cui non ci sono domande a sorpresa, trappolone. Solo bro che bevono White Claw o qualcosa del genere.

Non è detto che la strategia di Barron Trump funzioni, eppure resta il sospetto, che, così come l’alt right aveva saputo sfruttare i meccanismi più perversi dei social nel 2015-2016, oggi stia dominando anche i podcast.

Il risultato è un contenuto magnetico, lo dimostrano anche i numeri: le sole ospitate da Theo Von e Flagrant hanno superato le 20 milioni di views su YouTube; l’elegantissima puntata di Call Her Daddy con Harris, come nota il New York Magazine, gira attorno al milione. I motivi della disparità di pubblico sono molti, in parte riconducibili al vecchio fascino del trash televisivo, ma devono far riflettere visto il peso raggiunto dai podcast in queste elezioni.

Non è detto che la strategia di Barron Trump funzioni, sia chiaro, anche perché il pubblico dei podcast è internazionale e non tutti possono votare negli Stati Uniti; eppure resta il sospetto, che, così come l’alt right aveva saputo sfruttare i meccanismi più perversi dei social nel 2015-2016, oggi stia dominando anche i podcast, settore nel quale possono ormai ambire a qualcosa di simile a un’egemonia culturale. Una rapida scrollata tra i commenti dei video restituisce molti feedback positivi, sia nei confronti di Trump (“simpatico, genuino, vero”) che dei podcast in questione, in grado ormai di produrre interviste che nei “media mainstream” (termine dispregiativo, da quelle parti) ormai si sognano.

Il potere di YouTube

Quanto a Harris, di particolare successo è stata l’idea di andare ospite del programma radio di Howard Stern: non tecnicamente un podcast, è vero – ma nel 2024, precisamente, che cosa non è un podcast? Si tratta di un medium davvero strano, dalla natura cangiante, quasi quantistica come abbiamo già discusso in questa sede, che evolve e ingloba tutto e rimane la più chiara manifestazione dell’altrettanto liquido concetto di “content”. Una roba da vedere, guardare: consumare. 

Non è un caso che buona parte di questo circo abbia preso luogo su YouTube, una piattaforma che è tecnicamente dedicata ai video ma, anche grazie ai video podcast, ha assorbito un medium nato come audio. YouTube è inoltre il social più amato dai ragazzini, una piattaforma che in questi mesi è stata dominata da Trump, il meme vivente, intervistato da tristi giullari disposti a tutto per le views.

Come ha recentemente scritto il sito The Verge, il 2024 non è solo un anno elettorale per gli Usa ma anche la ricorrenza di tante cose, “il primo anno del futuro”. Tra i molti anniversari ventennali, quello dell’invenzione e diffusione della parola “podcast”, nata su un articolo del Guardian e adottato da una manciata di nerdissimi pionieri che non sapevano come etichettare questo bizzarro audioblog che avevano inventato. A vent’anni da allora, dobbiamo ancora capirlo.


Pietro Minto

Nato a Mirano, in provincia di Venezia, nel 1987; vive a Milano. Collabora con Il Foglio, Il Post e altre testate. Dal 2014 cura la newsletter Link Molto Belli.

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