Nonostante la guerra civile, la Siria continua a produrre le sue lunghe soap, che circolano con enorme successo nell’intero mondo panarabo. Storia di molteplici sfide.

Al funerale di un importante boss mafioso, in una villa lussuosa, con la gente della zona assiepata a ossequiare il defunto, gli sguardi dei due figli – il primogenito erede della dinastia e il giovane, vissuto all’estero per anni e mai coinvolto negli affari della famiglia – si incrociano pieni di risentimento, facendo intravedere la prossima, sanguinosa lotta per il potere.

Non è Il Padrino hollywoodiano di Francis Ford Coppola, ma una scena di Al Arrab, la sua versione televisiva siriana. L’anno scorso sugli schermi del Medio Oriente di padrini ne circolavano addirittura due: per distinguerli, la stampa li aveva soprannominati il “Padrino del regime” e il “Padrino dell’opposizione”. Il primo, diretto dal giovane regista Muthanna al Sobh, era stato prodotto dalla società di Mohamed Hamsho, uomo d’affari da sempre vicino alla famiglia Assad e proprietario del canale televisivo satellitare Addunia Tv, impegnato in un’agguerrita propaganda pro-regime sin dalle prime proteste di piazza in Siria, nel marzo 2011. Il ruolo del padrino lo interpretava Salloum Haddad, attore siriano “pentito” che, dopo aver lasciato il paese in seguito ad aggressioni fisiche di cui era stato oggetto per la sua posizione politica non allineata al regime, aveva fatto recentemente ritorno a Damasco, ottenendo la reintegrazione nello star system locale, ancora in piedi seppur con defezioni di rilievo da parte di attori, registi e sceneggiatori, rifugiatisi in esilio dal 2011 in poi. Il “Padrino del regime” era girato in gran parte a Damasco, con qualche sortita in Libano per le scene extra.

Ed è proprio qui che, la primavera scorsa, il suo cast aveva incrociato, per caso – o forse per destino –, le riprese del “Padrino dell’opposizione”, diretto dal siriano Hatem Ali, uno dei registi più quotati della televisione panaraba. Sin dall’inizio delle proteste, Ali aveva sposato la causa dei manifestanti e spostato la sua famiglia al Cairo; dove vive anche un’altra star della tv regionale, l’attore siriano Jamal Suleiman. Alawita come il presidente Assad, Suleiman aveva clamorosamente disertato dalle file di attori e registi vicini al regime per andare a vivere in esilio e ricoprire, oltre alle abituali parti nelle principali serie tv regionali, anche ruoli politici all’interno della Coalizione Nazionale delle Forze dell’Opposizione e della Rivoluzione. In un surreale incrocio fra fiction e realtà, Suleiman era diventato il principale interprete del “Padrino dell’opposizione”.

Quest’anno, dei due padrini televisivi ne è rimasto uno soltanto: quello “dell’opposizione”, che in questi mesi Ali sta girando nei dintorni di Byblos, in Libano, per essere pronto alla messa in onda di Ramadan che, secondo il calendario lunare, cadrà agli inizi di giugno. Tradizionalmente, il mese sacro del digiuno islamico rappresenta il periodo dei più alti investimenti pubblicitari nel mondo arabo, quello in cui si concentrano le produzioni originali di fiction seriale consumata, insieme ai pasti, in un prime time che dura dal tramonto all’alba.

Un artigianato stagionale con grandi capitali

I padroni indiscussi di quest’industria televisiva “stagionale”, concentrata in maniera sproporzionata – sia dal punto di vista pubblicitario sia da quello produttivo – su un unico mese all’anno, sono le tv del Golfo, di base a Dubai, Abu Dhabi, Riad e Doha. I top broadcaster panarabi, grandi catene di intrattenimento televisivo come la MBC saudita di stanza a Dubai (del cui gruppo fa parte anche Al Arabiya) o potenti reti di stato come Dubai Tv o Abu Dhabi Tv, controllano la televisione satellitare della regione araba sin dalla sua nascita a metà anni Novanta. I ricchi capitali del Golfo gestiscono le reti distributive dei media regionali e la filiera produttiva, essendo gli unici in grado di commissionare ad hoc ore e ore di fiction televisiva, il contenuto di maggior richiamo dei palinsesti di Ramadan. Se il potere d’acquisto sta dalla parte del petroldollaro saudita o qatarino, d’altra parte però questi paesi mancano di una tradizione audiovisiva che li metta in grado di competere con Hollywood, i cui prodotti seriali riscuotono un grande successo anche sui canali panarabi.

È così che l’artigianato televisivo siriano è riuscito, soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, a imporsi come uno dei maggiori fornitori di fiction araba ai canali regionali. Seconda solo all’Egitto, che inevitabilmente la supera per quantità di ore prodotte, la Siria si è ritagliata una sua nicchia di mercato panarabo fatta di produzioni di qualità, ben scritte e messe in scena, che affrontano argomenti una volta considerati tabù nel mondo arabo: corruzione, abuso di potere da parte dei servizi segreti sulla vita dei cittadini, estremismo religioso, terrorismo, questione femminile. Con questi temi controversi e di sicuro impatto su un mercato ad altissima competizione, con oltre 700 canali televisivi in chiaro in arabo, e forte di una tradizione quasi neorealista che ha trasferito i set dei serial televisivi dai grandi studios (come imponeva l’Egitto) alle strade e alle case siriane, il made in Siria si è imposto come marchio di qualità per la fiction di Ramadan sui grandi canali panarabi.

La scalata al successo delle serie tv siriane – che ha raggiunto l’apice nel 2005, con la messa in onda della prima stagione della fiction di maggior successo della storia della tv araba, Bab al hara (La porta del quartiere) – è stata contrastata solo dall’inaspettato boom dei serial turchi. Dalla prima messa in onda su un canale panarabo di una serie tv turca, nel 2007, l’ascesa di questo prodotto nei palinsesti è stata sorprendente. Prodotti come Sanawat al Dayaa (Gli anni perduti) o Noor, entrambi programmati da MBC nel 2008, hanno registrato picchi di audience fino agli 85 milioni di spettatori per la puntata finale della seconda serie. Un successo clamoroso, che ha fatto salire il valore di export dell’industria di fiction turca dai 10.000 dollari nel 2004 fino ad arrivare a 10 milioni di dollari nel 2009 e a un picco di 150 milioni nel 2013 (secondo i dati DisBook West Asia 2013 e Deloitte 2014). La Turchia è oggi uno dei più grandi esportatori di fiction al mondo, con un mercato che si estende dalla Scandinavia al Sud America, ma il decollo internazionale di questo prodotto si deve al suo clamoroso successo sul mercato arabo. Con storie ambientate in location di lusso, centri commerciali, agenzie pubblicitarie e case di moda a Istanbul; con avvenenti ragazze dal background tradizionale ma sicure di sé e di voler sposare l’uomo che amano, e non quello imposto dalla famiglia, le serie turche hanno riempito i palinsesti arabi di quello che gli studiosi chiamano “il cool neo-ottomano”. Una versione seducente e neoliberale dell’Islam, progressista e moderna, dove far soldi e sapere quello che si vuole non contrasta con l’essere religiosi, che ha dato filo da torcere alle storie crude e spartane del neorealismo siriano. Anche perché doppiate nello stesso dialetto siriano diventato così familiare alle audience arabe proprio grazie al successo del made in Siria televisivo.

La tv di una regione instabile

Il 2011 ha però segnato un punto di svolta per la fiction televisiva sia siriana sia turca nei palinsesti delle grandi reti panarabe. L’inizio delle primavere arabe ha sconvolto non solo gli equilibri politici della regione — con regimi longevi come quello di Ben Ali e Mubarak spazzati via in pochi mesi sotto il colpo delle proteste popolari — ma anche quelli mediatici, messi in crisi dalla ridefinizione dei rapporti diplomatici nel nuovo Medio Oriente. Sia la Siria sia la Turchia hanno subìto un repentino cambio di immagine agli occhi delle monarchie del Golfo. Il regime di Assad, dopo la luna di miele con i regnanti del Qatar e una relativa stabilità delle relazioni con i sauditi, ha bruscamente invertito la rotta in seguito allo scoppio delle proteste nel paese, e al supporto, in termini anche settari, che le monarchie del Golfo hanno espresso nei confronti dell’opposizione siriana. Dall’altra parte Erdogan non ha mai fatto mistero del suo appoggio a Morsi, nonostante l’ostilità della casa regnante saudita ai Fratelli Musulmani egiziani, e al sostegno accordato al golpe di al Sisi.

La geopolitica in Medio Oriente ha spesso risvolti mediali: e così, in modo non del tutto inaspettato, alla rottura dei buoni rapporti fra il Golfo e la Siria e alla fine della politica di “zero problemi con i vicini” propagandata da Erdogan, si sono susseguite molteplici dichiarazioni di “embargo” mediatico. I produttori siriani sono stati i primi, già nel 2011, a denunciare il congelamento degli acquisti di fiction siriana da parte delle reti panarabe: appello a cui il governo siriano ha risposto immediatamente con una mossa di propaganda nazionale, acquistando tutte le produzioni made in Siria lasciate in giacenza dai canali del Golfo. In seguito anche i turchi hanno lamentato di essere vittima di un boicottaggio prima da parte degli egiziani, che nel 2014 avevano lanciato una petizione contro i programmi tv del paese, motivata dall’incondizionato appoggio di Erdogan a Morsi; e poi anche da parte dei compratori panarabi controllati dall’Arabia Saudita, in particolare MBC.

Ma anche i boicottaggi hanno dovuto fare i conti con l’economia dei palinsesti tv. I canali panarabi non hanno smesso di acquistare fiction televisiva: fino allo scorso Ramadan, infatti, reti come Abu Dhabi mandavano ancora in onda, e in prime time, prodotti siriani come lo stesso “Padrino dell’opposizione”. MBC ha persino continuato a commissionare, dopo qualche anno di interruzione, le stagioni televisive di Bab al hara, il cui capitolo conclusivo dovrebbe andare in onda il prossimo Ramadan. E qualche anno fa la stessa ammiraglia panaraba aveva ritrasmesso l’intera serie di tre stagioni di Wilada min al khasira, serie tv siriana che racconta in real time la trasformazione delle rivolte pacifiche di piazza in lotta armata e guerra civile.

Il Golfo non ha insomma mai smesso di acquistare fiction siriana, nonostante la crisi diplomatica fra le monarchie dell’area e il regime di Assad. The show must go on, i palinsesti di Ramadan devono essere riempiti, e le reti hanno bisogno di acquistare fiction, compresa quella siriana. D’altra parte, però, il calo delle produzioni siriane c’è stato: sia per ragioni di sicurezza, in un paese dove filmare e produrre audiovisivi è sempre più difficile, sia per l’evidente spaccatura nell’industria siriana, con attori e registi schierati da una parte politica o dall’altra, e geograficamente ormai dispersi nei paesi della diaspora, fra il Medio Oriente e l’Europa.

Anche la fiction turca, nonostante il campanello d’allarme lanciato dai produttori, continua a essere trasmessa dalle reti panarabe. Ma a questa si è aggiunta una linea produttiva locale, che riproduce lo stesso tipo di storie e ambientazioni del cool neo-ottomano in versione araba. Un ottimo esempio di questo modello di ri-formattazione in chiave locale delle hit turche è il kolossal Saraya Abdeen (Palazzo Abdeen), prodotto da MBC in pompa magna, con un cast che include gli attori più costosi dello star system panarabo. Stavolta sono gli arabi a raccontare l’impero ottomano, dando la loro versione di Khedive Ismail, del suo harem di bellissime mogli e delle sue ambizioni politiche: la risposta locale al blockbuster turco Harim al Sultan (Le donne del sultano), un controverso – almeno sugli schermi arabi – resoconto della dolce vita ai tempi dell’impero ottomano.

In fondo, nonostante quello che di Medio Oriente continuiamo a vedere sui nostri schermi siano solo guerre, desolazione e rifugiati, gli schermi arabi continuano a rimandare visioni più complesse di quanto noi, spettatori di ripetitive e piatte news, possiamo immaginare.