Come una legge, il Communications Act del 2003, è riuscita a rivoluzionare l’intero settore televisivo inglese, trasformandolo nella powerhouse globale di oggi.

Una cosa è certa: nel settore televisivo, il Regno Unito gioca un campionato più importante di quello che potremmo aspettarci pensando solo alle dimensioni del suo mercato. Essere un Paese relativamente piccolo, infatti, non gli impedisce di totalizzare una fetta molto grande, sproporzionata, del mercato della produzione e delle vendite tv globali, seconda solo all’export di contenuti degli Stati Uniti.

Questione di numeri

Ci sono vari modi di misurare il successo in questo campo, ma sia in valore assoluto sia nella quota di programmi venduti all’estero, è chiaro come la Gran Bretagna si stia comportando bene. Nei numeri diffusi recentemente da Eurodata Tv Worldwide, parte della società di ricerca francese Médiamétrie, il Regno Unito è il secondo esportatore di contenuti tv nel mondo, con ben 1.000 programmi o format lanciati in vari mercati nel 2016. Il primo posto è degli Stati Uniti, con 1.350 titoli, mentre al terzo c’è la Francia, con 150 programmi fuori dai confini nazionali. E tra il secondo e il terzo posto c’è un abisso.

Tra i distributori internazionali, Bbc Worldwide è stata lo scorso anno la società di maggiore successo, con più di 280 titoli venduti tra programmi e format in licenza. Nbc Universal, 20th Century Fox e Warner Bros arrivano dopo, con 120 programmi ciascuna. Anche tra le case di produzione, Bbc – ancora – arriva prima, con più di 340 programmi o format internazionali in onda nel 2016. Subito dopo ci sono Endemol Shine Group (200 titoli), Banijay Group e Warner Bros (entrambi a 170 titoli) e i britannici Itv Studios (150 titoli). Bbc aveva la prima posizione, sia come distributore sia come produttore, anche nel 2015. “In termini di volume, la Bbc è di gran lunga il maggior produttore mondiale di contenuti televisivi nuovi”, dice Sahar Baghery, capo della ricerca globale e delle strategie di contenuto di Eurodata Tv.

Quanto ai dati finanziari, i ricavi totali stimati da vendite internazionali di programmi tv britannici e delle attività associate sono stati di 1.207 milioni di sterline nell’anno finanziario 2014-15, secondo un report di Trp Research. Tale cifra, seppure leggermente inferiore ai 1.214 milioni dell’anno precedente, è comunque un traguardo eccezionale. Scandagliando i dati, inoltre, Trp indica come, in linea con gli anni precedenti, gli Stati Uniti siano rimasti il principale mercato a cui si rivolge il Regno Unito, anche se le vendite sono scese del 5%, assestandosi sui 407 milioni di sterline. Il Nord America rappresentava il 39% dei ricavi da esportazione totali in quell’anno, con l’Europa al 31% e il resto del mondo al 30%. Il Nord America è inoltre il principale mercato per coproduzioni, commissioni di nuovi programmi e diritti digitali. Con vendite per 145 milioni di Sterline, l’Australasia è il secondo mercato di esportazione più grande, con un incremento annuale del 7%. Scomponendo i dati per genere, il drama è un driver fondamentale del successo britannico: questo tipo di contenuti, anche se dalla durata contenuta, è venduto in un numero di territori più grande. Anche il factual entertainment è un genere importante e di grandezza considerevole, con contenuti che raggiungono un pubblico più di nicchia su molti territori.

Le ragioni di un successo

Svariati fattori contribuiscono al relativo dominio dei programmi britannici sul mercato televisivo globale. Il fatto che l’inglese sia la lingua primaria o secondaria in moltissimi Paesi è certo un elemento da non ignorare. Ciò ormai si deve soprattutto agli Stati Uniti, ma in ogni caso parlare la lingua del maggiore mercato tv mondiale aiuta affari, investimenti e vendite. Un secondo fattore è la sovrapposizione culturale con molti Paesi, una sorta di soft power ereditato da quando la Gran Bretagna dominava a livello globale. La Britannia non governerà più le onde, ma il fatto stesso di averle governate un tempo aiuta molto quando bisogna vendere le sitcom di Bbc e i drama di Itv a quei (molti) Paesi che sono stati colonie britanniche, come per esempio l’Australia, la Nuova Zelanda o il Canada.

Vale la pena notare poi che anche avere un servizio pubblico decisamente in salute aiuta. Contare sul reddito annuo di oltre tre miliardi di sterline, garantito per legge, consente a Bbc di prendersi rischi nella programmazione che i rivali commerciali non potrebbero sostenere. Il dominio di Bbc nelle cifre di Eurodata lo evidenzia, anche se poi Bbc Worldwide sempre più spesso distribuisce anche programmi e format non di proprietà della casa madre.

A sostenere e incrementare le esportazioni della televisione inglese, però, è stato soprattutto un più recente intervento normativo: il Communications Act del 2003. “Ho fondato la mia società a Manchester nel 2007 e nonostante la recessione è oggi una società solida. Vi lavorano 26 persone assunte. Non avrei potuto far nulla senza le nuove regole del mercato (terms of trade)”, dice Cat Lewis, CEO ed executive producer dell’indie Nine Lives Media. “Ho avuto successo perché alcuni nostri programmi vendono bene nel mondo. Usiamo questo denaro per pagare le nostre spese generali ma anche per investire nello sviluppo. Ora produciamo direttamente per un canale americano, ma il quadro normativo funziona talmente bene per i produttori tv qui nel Regno Unito che la nostra prima scelta è sempre quella di realizzare programmi per i broadcaster nazionali”.

La lunga battaglia alle radici del Communications Act

Data l’importanza dell’Act, vale la pena tornare dove tutto è iniziato. La norma è infatti stata il risultato di molti anni di rabbia che sobbolliva nel settore della tv indipendente, nato solo nel 1982 dopo il lancio di Channel 4. I produttori indipendenti (società con una quota di proprietà inferiore al 25% da parte dei broadcaster inglesi) erano frustrati perché il loro sforzo creativo restava nelle mani delle televisioni anziché di chi aveva creato e sviluppato i programmi, cioè loro stessi. Le indie erano arrabbiate anche perché le reti tv, a parte Channel 4, potevano contare anche su giganteschi studios di proprietà, ed erano accusate di mantenere in-house gran parte dei lavori non soltanto per impiegare i loro studios, ma anche per conservare tutti i diritti dei programmi che venivano realizzati al loro interno.

In breve, prima del Communications Act del 2003 e dei nuovi terms of trade che l’hanno accompagnato l’anno dopo, i broadcaster britannici come Bbc e Itv erano accusati di comportarsi proprio come quei colossi verticalmente integrati che si trovano ancora in molti Paesi del mondo.

Certo, erano già state introdotte alcune norme per cercare di aprire le reti alle idee della produzione indipendente, per esempio la quota del 25% di programmi indie imposta a Bbc nel 1990. Il lancio di Channel 4, che allora non poteva produrre internamente nulla, è stata la mossa del primo ministro Margaret Thatcher proprio per creare un settore produttivo indipendente quasi dal nulla e opporsi al potere della Bbc. Queste misure hanno placato l’ira delle indipendenti solo in parte, perché rimanevano sul tavolo diversi problemi legati a temi quali: le quote di produzione, la proprietà dei programmi e i diritti d’autore. In misura determinante, poi, alla fine degli anni Novanta i produttori indipendenti britannici, che prima rifornivano di contenuti solo i canali domestici, avevano cominciato a tenere sott’occhio i mercati internazionali. Ma su questi erano bloccati dai broadcaster nazionali, che conservavano praticamente tutti i diritti dei programmi da loro commissionati, concedendo solo una fee di produzione fissa alle indie: dal loro punto di vista, le società di produzione lavoravano su commissione. E così non era necessario condividere con loro i vantaggi finanziari derivanti dalla possibilità che uno dei programmi diventasse un grande successo.

Nasce così una discussione che tuttora infuria nelle industrie tv di tutto il mondo. Al Natpe di Miami e a Realscreen a Washington DC, la battaglia che si combatteva nel Regno Unito degli anni Novanta è ancora combattuta, stavolta dalle reti cable americane e dai loro fornitori indie di programmi. Il tema, in modo semplice, è se il broadcaster che paga la totalità dei costi di produzione debba o meno tenersi tutti i diritti del programma. Le reti insistono di sì e i produttori indipendenti dicono di no, basandosi sull’idea che le indie hanno spesso investito molte risorse per creare e sviluppare un’idea ben prima dell’inizio della produzione vera e propria, e per questo dovrebbero possedere almeno un pezzo del prodotto.

Tra i ragionamenti a favore di un passaggio nella proprietà dei diritti dalle reti ai produttori, c’era il fatto che i broadcaster conservano già una grande fetta del valore ricavato dalla pubblicità inserita negli show. Inoltre, le emittenti britanniche erano poco attente al mercato internazionale, almeno allora, e spesso lasciavano programmi, format e altre proprietà intellettuali semplicemente invendute sugli scaffali. Gli ascolti domestici e le pubblicità erano tanto importanti nei ricavi che non si faceva molto sforzo e non si dedicavano molte risorse per le vendite all’estero. Le indie erano invece sicure che mettere i diritti nelle loro mani, più imprenditoriali, avrebbe portato a maggiori sforzi, e quindi a maggiori ricavi.

Di nuovo alcuni dati

È utile guardare al settore della produzione tv indipendente nel Regno Unito per capire se davvero il trasferimento dei diritti dei programmi alle indie, un importante intervento sul mercato da parte del regolatore, abbia aiutato a espandere l’intero settore. Fortunatamente, l’associazione di produttori indipendenti Pact ha alcuni dati che mostrano come questo sia successo davvero, e in misura enorme.

Da quando i terms of trade sono stati introdotti nel 2004, dopo la legislazione del 2003, il settore della produzione indipendente è cresciuto fino a diventare un’industria da 3 miliardi di sterline, leader globale nello scenario tv. Prima di questi interventi, le indie erano in declino. La Independent Television Commission’s Review of the Programme Supply Market, pubblicata nel 2003, osservava che la crescita di lungo termine del settore si era invertita tra il 1998 e il 2003, con i ricavi combinati delle 50 aziende principali scesi da 8,2 a 3,5 milioni di sterline. Anche le case di produzioni grandi soffrivano per una mancanza di potere contrattuale con chi commissionava i programmi e, di conseguenza, il settore era frammentato, generava solo un limitato profitto annuale e aveva poca capacità di reinvestire in sviluppo. Inoltre, nei giorni prima del Communications Act, le indie britanniche erano concentrate su soli tre clienti (Bbc, Itv e Channel 4) e sopravvivevano sulle fee di produzione, comprese tra il 5% e il 10% dei budget, senza nessun diritto. Solo di rado, quindi, le indipendenti finivano sotto l’occhio dei venture capitalist per potenziali investimenti, dato che di solito non possedevano altro che i pc negli uffici.

Non appena i nuovi terms of trade entrano in vigore, però, in poco tempo il settore si rivela all’altezza del suo potenziale. Il tempismo della normativa è stato anch’esso corretto, proprio all’inizio del boom delle esportazioni di format. I produttori britannici già avevano avuto qualche successo con i loro format degli anni Novanta, venduti soprattutto negli Stati Uniti, ma con il possesso pieno dell’intellectual property ora assicurato dalla legge, la fortuna di titoli come Chi vuol essere milionario e Pop Idol ha posto le basi per un’ulteriore crescita negli anni Duemila. Tale processo è spesso alimentato dai fondi di private equity e di venture capital e da fenomeni di consolidamento industriale, che hanno portato il Regno Unito a diventare la casa di “super-indies” come All3Media e FremantleMedia e a costruire un insieme variegato di indie di media grandezza, ma dalle dimensioni e dagli obiettivi internazionali.

Secondo un report di Oliver & Ohlbaum Associates (O&O) commissionato da Pact, i ricavi del settore indipendente sono cresciuti sensibilmente dopo la nuova normativa. I ricavi totali erano di 1,6 miliardi di sterline nel 2004, con 1,3 di essi che arrivavano da commissioni e repliche da parte dei broadcaster nazionali, mentre i ricavi internazionali erano fermi a 215 milioni. Nel 2007, i ricavi totali sono saliti a 2,1 miliardi, con i ricavi nazionali a 1,5 miliardi e quelli internazionali cresciuti a 338 milioni. Per un settore indipendente che al cambio del secolo era solo una stagnante industria casalinga, sopraffatta dalle produzioni in-house di Bbc e Itv, questi numeri sono stati una manna dal cielo. Nel 2012, poi, i ricavi totali delle indie erano cresciuti ancora a 2,8 miliardi di sterline, con i ricavi domestici saliti a 1,77 miliardi e le vendite internazionali giunte fino a 821 milioni.

“L’introduzione di accordi di mercato negoziati è stata, per molte ragioni, un momento di svolta per le industrie creative britanniche, consentendo ai produttori indipendenti, che prima erano solo una parte relativamente piccola del mercato britannico, di costruire business internazionali che molto spesso sono diventati leader globali nel loro campo”, scrive O&O. “Mentre l’economia del Regno Unito è guidata sempre più da imprese legate a intellectual properties, i successi e il contributo economico della produzione indipendente britannica giocano un ruolo chiave nella promozione internazionale delle industrie creative nazionali e sostengono l’attrattività britannica come hub produttivo globale”.

Continua la battaglia

Per forza di cose, i broadcaster del Regno Unito non potevano accettare di buon grado il transito dei diritti ai fornitori di contenuti senza dare una risposta. Una prima azione così è stata il ritiro del loro finanziamento a Pact, che aveva condotto la campagna per i nuovi terms of trade. In misura ancora più importante per le indie ora appena emancipate, le emittenti hanno cominciato a non finanziare più il 100% di alcuni dei programmi più importanti, dando solo una percentuale del budget e lasciando un deficit considerevole. La giustificazione era che, siccome i diritti internazionali e ancillari ora sono in mano ai produttori, anche loro avrebbero dovuto portare un po’ di soldi al tavolo.

All’improvviso così i distributori hanno dovuto fare un passo avanti, investendo loro risorse per colmare il deficit in base a quello che pensavano di ricavare dal programma dopo la prima messa in onda. Le indie, abituate a recarsi con il cappello in mano dai broadcaster, si trovavano ora con i distributori che facevano al posto loro il pitch per i diritti internazionali dei programmi. Le indie più abili si sono trovate così spesso al centro di vere e proprie competizioni al rialzo, con distributori alla ricerca dei migliori contenuti da portare al Mipcom e al MipTV. Alcune società hanno addirittura messo in piedi un loro settore distributivo. Un’altra cosa a cui le case di produzione indipendenti si sono dovute abituare sono poi le persone e i gruppi che cercano di comprarle. Ora che sono cariche di preziosi diritti, tutti, dai venture capitalist agli studios statunitensi, bussano alla porta e così, ondata dopo ondata, ci sono state per tutti gli anni Duemila, e ancora oggi, fusioni e acquisizioni importanti.

John McVay, CEO di Pact, sostiene che il Communications Act del 2003 “ha consentito una crescita senza precedenti della televisione britannica. L’Act e i terms of trade sono dinamici e funzionano bene per l’intera industria. Questa legislazione ha consentito a un’industria prima solo domestica di trasformarsi in un settore globale e multimiliardario che il mondo ci invidia”. Dopo un recente tentativo di Channel 4 e degli altri broadcaster britannici, per far pendere di nuovo i terms of trade in loro favore, Hugh Fearnley-Whittingstall, celebre chef tv e regista presso Keo Films, ha scritto sul Daily Telegraph: “Se gli accordi fossero cambiati, centinaia di piccole imprese sarebbero andate distrutte, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro, intralciando l’innovazione e riducendo il vantaggio creativo della Gran Bretagna sul mondo. Nell’ultimo decennio, i produttori indipendenti hanno dimostrato di avere la forza e le idee per creare grandi produzioni nazionali e hit globali. Il successo di questa creatività e astuzia dovrebbe essere motivo di orgoglio nazionale, non la scusa per strappare in mille pezzi quelle norme”.

Un quadro d’insieme

Allora, qual è oggi lo stato del settore indie britannico? Basandoci sui dati di Pact relativi al 2015, vediamo che il settore della produzione indipendente nel Regno Unito vale 2.987 milioni di sterline (in crescita, rispetto all’anno prima, del 3,5%), con 1.805 milioni dal mercato nazionale (-1,6%) e 991 milioni da quello internazionale (+13,4%). La campagna delle indie per i terms of trade e la difesa degli accordi dalle revisioni del governo e dalle pressioni delle reti è stata un grande successo per il settore indipendente. Come dice Laura Mansfield, consigliera di Pact e di Outline Productions, la indie che ha prodotto The House of Tiny Tearhaways: “I produttori di tutto il mondo guardano a noi con invidia, e fanno bene”. È vero. Dalla Cina al Brasile e alla Corea del Sud, le case di produzione stanno cercando di imparare ed emulare la campagna di Pact, con diversi gradi di successo.

Ora che i terms of trade si sono assestati e non sembra che saranno più rimessi in discussione, dopo che la revisione completa da parte del governo l’anno scorso ha concluso che sono ancora necessari ed efficaci, quali sono state le loro conseguenze di lungo termine, oltre alla crescita del settore indie? Uno dei risultati maggiori è stato l’approdo di gruppi internazionali nella produzione tv britannica. Nel 2003, il settore era quasi tutto di proprietà di aziende nazionali. Anche nella frenesia di fusioni e acquisizioni che ha seguito l’approvazione dell’Act, di solito le indie inglesi acquistavano altre indie inglesi. Ma dopo 14 anni non è più così. Oggi, i gioielli della corona del settore produttivo indipendente sono di proprietà di parent company straniere. 21st Century Fox e il venture capital statunitense Apollo Global Management, attraverso le azioni in Endemol Shine Group, possiedono oltre 25 società britanniche, tra cui Shine TV, Tiger Aspect, Fifty Fathoms, Initial, Dragonfly, Kudos Film & TV e Princess Productions. Allo stesso modo, NBC Universal possiede tra le altre Carnival Films, Working Title TV, Chocolate Media, Lucky Giant e Monkey Kingdom. Warner Bros controlla Shed Media, Wall to Wall, Twenty Twenty TV, Ricochet, Yalli Productions, Headstrong Pictures e Renegade. Sony Pictures TV dirige Left Bank Pictures, Scarlet Media, Gogglebox Entertainment, Victory TV e Silver River, mentre Discovery Communications possiede All3Media (con Liberty Global) e Betty TV. Ma non solo Hollywood ha comprato pezzi di indie britanniche. Lo stesso hanno fatto altri gruppi televisivi globali, come per esempio le tedesche Red Arrow Entertainment e FremantleMedia e la francese Banijay Group.

L’altra faccia della medaglia

In tempi di globalizzazione, questo tema è davvero così importante? Beh, innanzitutto, ciò significa che alcuni grandi successi britannici, come Downton Abbey, sono distribuiti da società straniere, e questo ha effetti sulla filiera distributiva dell’industria nazionale. Inoltre, nello sviluppo dei programmi, i partner stranieri possono essere più interessati ai bisogni del mercato internazionale che a quelli dei broadcaster locali. Un altro tema rilevante per le reti britanniche è poi il numero in forte contrazione delle vere indie, secondo la definizione di legge, dato che molte società sono ora parte di conglomerati statunitensi che tra le altre cose operano canali televisivi nel Regno Unito.

In pratica, ora il servizio pubblico è obbligato a prendersi dei rischi su nuovi programmi e format i cui diritti internazionali sono però posseduti e sfruttati da corporation straniere, le quali si occupano anche di broadcasting in concorrenza proprio con le reti britanniche che per prime avevano commissionato i programmi. Alcune reti sono infastidite dall’idea che i fornitori siano sempre meno nazionali e più internazionali, minori in numero e maggiori in grandezza, non per qualche afflato patriottico, ma perché il bilancio di potere è ora spesso a favore dei grandi studios globali.

Per il CEO di Channel 4 David Abraham, non sempre più grande vuol dire migliore, soprattutto se si tratta di fornitori di contenuti: “La grandezza porta con sé un’attenzione maggiore al contenimento dei costi e ai margini di guadagno. Riformattare vecchie idee è più efficiente del confuso compito di creare nuovi programmi”, ha detto di recente all’Edinburgh TV Festival. “Il nostro settore indie, costruito e allevato per decenni, ora è stato accaparrato quasi all’ingrosso da network globali, venduto da investitori di private equity a un ritmo più veloce dei biglietti per la fustigazione pubblica di Jeremy Clarkson”, continua Abraham, riferendosi al controverso ex conduttore di Top Gear. Abraham non ha avuto particolare successo nel tentativo di riformare i terms of trade, ma i broadcaster britannici chiaramente non si limitano a parlare di questi problemi, ma vogliono agire. Negli ultimi anni, mentre si susseguivano fusioni e acquisizioni importanti, e le indie più grandi si preoccupavano più delle loro vie d’uscita che dello sviluppo di nuovi successi, i broadcaster britannici, e soprattutto Bbc e Channel 4, hanno spostato gli investimenti e le commissioni di programmi nuovi su società di produzione più piccole: nuove indie. Ovviamente, non appena queste società ottengono più lavoro diventano bersagli per altre acquisizioni, e il processo continua…