Ogni uomo ha un obiettivo, e la convinzione di essere migliore degli altri. Anche Gordon Ramsay, messi da parte gli insulti e i successi, aveva un sogno… andato a male.

“I’m not a chef, I’m a cook”. Gordon Ramsay

Se dico “Gordon Ramsay” e “vizi capitali” che cosa vi viene in mente? L’ira, probabilmente, per via delle incredibili sfuriate che hanno reso lo chef inglese celebre in televisione nel suo Hell’s Kitchen. Risposta errata: il vizio di cui si macchia quotidianamente il nostro è la superbia, di cui l’ira è solo una manifestazione superficiale. Bisogna infatti scavare un po’ più a fondo per carpire la vera natura di Ramsay, 43 anni, detentore di un totale di 15 stelle Michelin e di un giro d’affari personale (nel 2012) di 38 milioni di dollari. Perché l’ira è davvero l’elemento di distrazione in questa storia. Arrabbiarsi non ha mai portato nessuno a colonizzare le tv di tutto il mondo con un ventaglio di show amplissimo (nel solo Regno Unito: Hell’s Kitchen, The F Word, Ramsay’s Best Restaurant, Kitchen Nightmares, Gordon’s Great Escape, Gordon Behind Bars) e un impero globale di ristoranti (11 in madrepatria, 21 in tutto il mondo, tra cui una dozzina negli Usa, due in Qatar, e poi Europa e Asia). La sola ira può essere anzi segno di debolezza e insicurezza, un intralcio. Capiremo presto perché Ramsay è in realtà un genio che ha sempre puntato in alto (precisamente: alla vetta di qualsiasi settore in cui ha messo piede), diventando schiavo delle sue ambizioni – un attore tragico destinato all’insoddisfazione cronica, perché le stelle Michelin non sono mai abbastanza, il successo in sé non è sufficiente a completare una persona e un impero culinario-mediatico è una roccaforte da mantenere e difendere. La Bibbia d’altronde parla chiaro: ogni superbo è convinto d’essere migliore degli altri, per questo si comporta in modo malvagio. Non può essere fermato o contenuto. Il suo obiettivo è il trionfo – un trionfo che non otterrà mai, e da questo deriva nuova ira.

Anche i superbi hanno un mentore

Gordon James Ramsay è nato nel 1966 a Johnstone, in Scozia. Presto si trasferisce con la famiglia in Inghilterra, a Stratford-upon-Avon, paese che diede i natali a Shakespeare. La sua prima passione è il calcio: si rivela da subito un ottimo giocatore, intravede all’orizzonte una promettente carriera, stroncata dal classico infortunio giovanile – quel genere di incidenti che ogni anno frantuma i sogni di gloria di migliaia di ragazzini. Spaesato, si mette a studiare Hotel Management “per caso, completamente per caso”. In seguito si trasferisce a Londra, dove conosce lo chef Marco Pierre White (MPW da qui in poi) e comincia a lavorare per il suo ristorante Harvey’s. E qui ci fermiamo, perché ogni grande superbo ha un antagonista e un mentore, un punto di riferimento e ispirazione che finisce per diventare un’inesauribile fonte d’invidia. MPW era il migliore cuoco d’Inghilterra, una creatura meticcia non solo nel nome (un terzo latino, un terzo francese e un terzo inglese), il più giovane chef britannico a ricevere tre stelle Michelin, a 33 anni. MPW ha insegnato tutto a Ramsay, e Ramsay lo sa: per questo lo vuole annientare. È una forma ultima e morbosa di rispetto.

Negli anni Ottanta vola in Francia per respirare un po’ di nouvelle cuisine, si imbarca come chef in uno yacht privato e torna a Londra nel 1993 per aprire L’Aubergine con il suo mentore-nemico. È un trionfo: qui lo scozzese vince la sua prima stella Michelin e conosce la fama. Lui e White sembrano la coppia perfetta: due geni al servizio dei fornelli del Paese meno culinario del mondo. Ma l’idillio non dura: i due si separano nel 1997 e un anno dopo Gordon Ramsay apre Ramsay’s, il suo ristorante, la sua nuova casa. Succede a luglio di quell’anno: lo chef ha 32 anni, ha acquistato il ristorante La Tante Claire a Chelsea e si è dato un mese di tempo per riaprilo e dargli il suo nome. L’investimento economico è pesante, circa 1,2 milioni di sterline; sul piatto ci sono cosine come la sua faccia, il suo orgoglio. Ora è solo, separato dall’ombra lunga di White, deciso a vincere. Ha un unico obiettivo: vincere la terza stella entro l’anno per rubare a MPW il titolo esclusivo che ha guadagnato a 33 anni. Il resto poco importa, tutto sommato.

Nei primi, convulsi mesi di vita del Ramsay’s, lo chef accetta di farsi seguire dalle telecamere della BBC, che sta preparando Boiling Point, un docu-reality sulla vita del giovane cuoco inglese e la sua ossessiva ricerca della vetta. Lo show presenta alcuni tratti tipici della produzione attuale dello chef, c’è tanta rabbia e presunzione, ci sono gli inevitabili sfoghi nei confronti delle sue vittime. C’è però una differenza rispetto agli show odierni: le persone che offende e maltratta non sono “concorrenti”, sono suoi dipendenti. Spesso, finiscono per sembrare semplici intralci sulla sua personalissima via al successo impossibile.

Sono mesi importanti per Ramsay: oltre a essere impegnato nella scommessa della vita, il nostro vive anche un’epifania personale. Dopo anni di sfuriate ai danni dei suoi colleghi, ha per la prima volta modo di vedere da fuori il suo comportamento “naturale”, e di vederlo trasmesso in diretta nazionale. Succede quando una troupe del programma Bossies From Hell lo riprende di nascosto durante una lite furibonda e manda in onda lo scoop: è un nubifragio di fuck, asshole e stupid. Ed è un piccolo choc – lo confesserà anni dopo anche al New Yorker – che comunque non gli impedisce di continuare nelle aggressioni verbali, e di farci una carriera. 
L’apertura di Ramsay’s è comunque un successo. A fine serata, distrutto dallo stress e dal lavoro, lo si vede fumare una sigaretta nel retrobottega. Stravolto ma felice. È l’inizio di un impero improbabile, l’alba di una star “intrappolata dai soldi”, che ha investito tutto – denaro, certo, ma non solo – in un’impresa che non può permettersi di andare bene: deve andare meglio, riscrivendo lo standard del bene. La sua missione ricorda una vecchia barzelletta: la sapete quella dello scozzese che diventa il più famoso chef del mondo?

Il Critico

Oggi Gordon Ramsay è un cuoco miliardario la cui fortuna proviene soprattutto dalla televisione, medium che sa sfruttare in modo intelligente: la sfuriata ramsayana è l’hook, il suo tormentone, ancora divertente per quanto ormai “forzato”. Battute, allusioni, volgarità sempre più sofisticate sono diventate il refrain che il pubblico attende, mai invano. Ma Ramsay rimane uno chef, un uomo da fornelli che corre in aiuto ad attività in pericolo proponendo una ricetta fatta di immagine chiara e semplicità. Lo si vede su Kitchen Nightmares quando corregge una complessissima zuppa di broccoli di un ristorante in una semplice zuppa di broccoli, ovvero: broccoli, acqua e sale. O in Boiling Point quando non esita a licenziare un cameriere per aver portato dei piatti al tavolo sbagliato. “Un errore del genere in un ristorante che ha questi prezzi?” grida al malcapitato, che viene prima cacciato dalla cucina e infine – lo si viene a sapere dal narratore – licenziato.

Difficile criticare un personaggio simile. Ma il destino è baro, e Ramsay ha scelto proprio una delle poche professioni alle quali ruota attorno la figura del Critico. (Per godere appieno della lettura, immaginate una musica minacciosa ogni qualvolta leggete la parola “critico”. Funziona.) Il Critico. Colui che mangia al tuo desco e se ne lamenta in pubblico. Il professionista dei sensi che può demolire la reputazione del Migliore Del Mondo con un giudizio magari ironico, sfrontato. La potenza del critico è enorme: pochi mesi fa, per esempio, il New York Times ha pubblicato una perfida bocciatura del nuovo ristorante di Guy Fieri a Manhattan, diventata “virale” per via del sarcasmo del critico Pete Wells, che aveva costruito l’articolo giocando sulle domande dirette al suo proprietario (“Guy Fieri, ha per caso mangiato nel suo nuovo ristorante a Times Square? […] Si è reso conto che il menu non anticipa correttamente quello che effettivamente arriva al tavolo?”, e così via). Particolare interessante: Fieri è una sorta di Ramsay, una star culinaria adottata dalla televisione. 
Il tono di Wells ci ricorda una cosa: la figura del critico culinario è il Lupo Cattivo della nostra storia, la bestia famelica e aggraziata che, tra le altre cose, ha tentato di far crollare anche Ramsay’s. Siamo sempre nel 1997, è sempre Boiling Point: Gordon sta aspettando da un momento all’altro la visita di altri critici, i “giudici” Michelin. Sa che arriveranno per decidere il suo destino; è teso (molto teso anche per i suoi standard, ovvero tipo Hulk). Ha paura. Un bel giorno il critico inglese del Sunday Times A.A. Gill si presenta al suo ristorante per una recensione. È l’ultima persona che lo chef vuole vedere – l’ultima cosa di cui ha bisogno ora è un giudizio poco gradito. Come fare? Quello tra gli chef e i critici è un rapporto teso, basato sull’odio e sulla reciproca sussistenza: due esseri simbiotici che non si sopportano. La superbia di Ramsay è messa alla prova: accettare la sua visita e la sua recensione, o rifiutarla? Tenete conto che la seconda opzione non è contemplata, normalmente: lo chef accoglie il critico come il suo probabile killer ma è costretto dal suo ruolo a servirlo e riverirlo sperando in un buon voto. Di solito. Ma il Superbo rifiuta anche il giudizio divino, figuriamoci quello dell’inviato del Times. Così Gill viene cordialmente allontanato e fatto uscire dal locale. “La sua presenza non è gradita”, gli viene detto. Pochi giorni dopo Ramsay scrive all’Independent per chiarire le sue azioni spiegando che “molti critici culinari in questo paese sono influenzati da alcuni chef” e che quindi scrivono “basandosi sulle loro emozioni, non sulla loro professionalità”. Senza contare che “A.A. Gill è uno scrittore molto acuto e non voglio essere criticato in persona da lui per i prossimi dieci anni”. Ecco: esaurimento nervoso, pensa l’ingenuo spettatore (e lo stesso Gill, probabilmente). Lo abbiamo perso, Gordon Ramsay è andato.

Chi ha vinto?

Com’è finita? Forse lo sapete. Ramsay ha conquistato il mondo ed è una presenza televisiva globale, le sue sfuriate sono diventate meme su internet, il suo impero coniuga il fornello al piccolo schermo. È talmente famoso e potente da poter sopportare anche le recensioni negative che ogni tanto gli piovono addosso. Ma c’è una cosa che forse non sapete: Gordon Ramsay ha perso. Ha 15 stelle Michelin ma non ha ricevuto l’unica stella Michelin che voleva: quella del 1997, quando aveva 32 anni e avrebbe potuto soffiare a MPW il titolo di “più giovane cuoco inglese a vincere” l’ambita riconoscenza. Il momento più alto del documentario BBC è proprio quello del crollo del nostro eroe, quello in cui lo si vede ricevere la brutta notizia da un infiltrato Michelin: non ce l’ha fatta, se ne parla per l’anno prossimo.

Succede, no? Peccato che lo chef abbia per sempre perso la sua sfida con MPW. Il quale, stabilendo un nuovo record di carognaggine, gli telefona per celebrare la sua sconfitta: “Sono sicuro che vincerai le tre stelle, Gordon. Forse l’anno prossimo. Di sicuro però non avrai mai più l’occasione di superarmi”. Clic.

PS: di cosa si ciba l’ego di un superbo? Di riconoscimenti, di eccellenze, di primati. Gordon Ramsay, perdente, non ha però perso la superbia. E viene il dubbio che la sua sfuriata con il critico A.A. Gill fosse una mossa preventiva, uno schema studiato nel caso non vincesse l’ambita stelletta, non un banale attacco di panico. Nel fallimento, lo chef ha preparato le basi di un primato, nuovo e tutto suo, a mascherare la sconfitta: “Perlomeno” dice alla fine di Boiling Point con soddisfazione, “posso dire di essere il primo chef ad avere buttato fuori A.A. Gill”. È a quel punto che lo si capisce: quel superbo farà strada.