Un viaggio alla scoperta dell’approccio evangelico alla tv, da dove partono quelle trasmissioni religiose  che hanno popolato anche le nostre tv locali.

Qualche tempo fa David Brooks, editorialista-principe del New York Times, con simpatie conservatrici non troppo nascoste, mi disse di stare attento a non cadere nei vecchi luoghi comuni relativi alla sterminata comunità degli evangelici americani, laddove s’insiste a guardare a questi ligi osservanti della parola biblica come a dei fanatici “fondamentalisti”: “Gli evangelici in America sono molto cambiati negli ultimi anni. Sono cambiati nel formato del loro culto, anche se le Sacre Scritture mantengono per loro la centralità dell’autorevole regola di fede e condotta. Si è altresì allentato l’atteggiamento punitivo e penitenziale nei confronti del riconoscimento della corruzione morale e spirituale dell’uomo. Insomma, adesso sanno anche godersela: si divertono, consumano, fanno sesso!”, mi disse, divertito. Era un, sia pur condizionato, cenno di approvazione: ci stanno lavorando, sono imperfetti, ma marciano sulla strada giusta. Considerevoli margini di ottimismo, socialità, rilassamento, e perfino di edonismo, sono ora chiaramente individuabili in queste congregazioni ai quattro angoli degli Stati Uniti.

Solo 15 anni fa, invece, l’autorevole Mark Noll, docente di Pensiero cristiano al Wheaton College, nel suo eccellente saggio The Scandal of the Evangelical Mind, sottolineava come “il disastro intellettuale del fondamentalismo sia la sua tendenza a considerare i versetti della Bibbia come tessere di un mosaico che, una volta ricomposto, offrirà il quadro definitivo della verità divina”. Ovvero, senza che le forze e i progressi della storia possano minimamente influenzare questo procedimento. Un atteggiamento di fatalistica chiusura è stato perciò sostituito da quello che prudentemente può essere classificato come una posizione di rinnovamento, se non di modernismo, che si spinge oltre la comunità, coinvolgendo i rapporti tra gli evangelici e il resto della nazione – procedimento cruciale nella definizione delle traiettorie americane, dal momento che stiamo parlando di un esercito di 50 milioni di unità (secondo Gallup, il 22 percento degli americani adulti si considerano “evangelici”, rinati sulla via di Cristo e protagonisti di quel “riscaldamento del cuore” con cui nel XVIII secolo John Wesley descriveva questa esperienza spirituale). Dunque gli evangelici sono tanti, vogliono contare, vogliono connettersi, vogliono decidere (lo slittamento di voti evangelici verso Obama nelle ultime presidenziali è stata una delle chiavi della vittoria dell’attuale inquilino della Casa Bianca), vogliono comunicare e vogliono rappresentarsi.

I telepredicatori “classici”

Tutto ciò porta a ragionare sull’evoluzione del rapporto tra evangelici e televisione, che resta il medium assoluto della società d’oltreoceano, ma che a lungo ha goduto di scarsa simpatia e di molto sospetto da parte dei credenti, che la consideravano un veicolo di perdizione e di distrazione, quando non di malvagità. A meno, naturalmente, che non si parlasse di televisione religiosamente militante, intransigente ed esclusiva – in apparenza – nei contenuti: la tv dei telepredicatori o, se si guarda al passato profondo televisivo, i segmenti di palinsesto che, nelle stazioni locali (di varia importanza e spesso sindacate tra loro nell’utilizzo dei programmi), i predicatori evangelici occupavano a pagamento, per diffondere il verbo e condurre battenti apostolati a caccia di nuovi fedeli, contando sull’alibi del “Grande Paese”, grande al punto da concedere in deroga agli ambasciatori del Signore di parlare dal piccolo schermo, nell’impossibilità di coprire tutto il territorio.

Dunque la telepredicazione nasce come surrogato dei cerimoniali effettivi: se è vero che rapidamente si è allargata la base dei fedeli evangelici e altrettanto rapidamente è cresciuto il numero dei ministri del culto, certamente a un buon praticante stava più a cuore ascoltare ciò che uno stimato predicatore aveva da dirgli (e da mostrargli, dal momento che presto i telepredicatori si attrezzano teatralmente, per sfruttare il nuovo, potente strumento di comunicazione di cui dispongono), rispetto a quanto poteva sottoporgli alla meno peggio un pastore di paese, magari improvvisatosi tale per motivi di disoccupazione. Il fenomeno divistico viaggia in parallelo con l’avvento della telepredicazione, esattamente come accade per altre forme della tv generalista: il comunicatore s’identifica con il divo dei contenuti che comunica. Il pubblico vuole vedere un certo predicatore, neppure si trattasse di un cantautore o di un comedian, e i canali tv realizzano rapidamente il potenziale di richiamo di queste presenze. I telepredicatori, peraltro, capiscono presto che la tv modifica radicalmente il loro rapporto con i fedeli, fungendo da moltiplicatore dei contatti, superando i limiti spazio-tempo, congiungendo la crescente richiesta di spiritualità del pubblico con il potere delle parole pronunciate davanti alla telecamera – si tratti di lezioni etiche, elucubrazioni spirituali, indicazioni di voto politico, campagne denigratorie, chiamate a raccolta o semplici richieste di finanziamento.

Molto prima di internet, negli anni Sessanta e Settanta, le trasmissioni religiose condotte dai predicatori svolgono anche un ruolo di servizio, al di là del messaggio emotivo che veicolano – in alcuni casi stupefacente, perché non si è ancora colorato di cinismo il rapporto tra spettatore e teleschermo, perché le capacità istrioniche dei telepredicatori sono virtuosistiche, perché la potenza dello show, allorché viene recapitato nella cucina di un angolo remoto di America, è impressionante. Ma questa è anche una tv giudiziosamente di servizio: serve a mantenere economicamente, attraverso la richiesta di quattrini, i suoi protagonisti, innaffiati dalle donazioni dei fedeli. Serve a pubblicizzare le tournée, stato per stato, dei grandi predicatori. Serve da meccanismo interattivo nel rapporto pubblico-anchormen religiosi, tramite le risposte alle lettere, le invocazioni, le benedizioni, gli appelli, i necrologi personalizzati. E serve da lente di ingrandimento della grande illusione connessa alla telepredicazione, ovvero l’effetto miracolistico, l’ipotizzato presenzialismo di Dio nelle cose terrene, secondo ciò che viene prospettato e promesso da coloro che predicano, gridano, invocano, piangono per conto del Signore.

Dalla tv il telepredicatore può sceneggiare gli effetti del suo operato: conversioni, guarigioni, meraviglie della bontà divina vengono teletrasmesse, replicate, commentate e televisivamente adorate. Perciò, ben prima che l’America grassroots scoprisse il potere dell’interconnessione dei cittadini attraverso il web, in ambito religioso l’interattività del mezzo era un fenomeno già accertato e popolarissimo. E i protagonisti di questa saga sono i pionieri, oggi leggendari, della telepredicazione: a cominciare dal 92enne Billy Graham, battista del sud, consigliere spirituale di diversi presidenti degli Stati Uniti, classificato al numero 7 da Gallup tra le persone più ammirate nel XXI secolo e da sempre giudicato il più liberal, o, se vogliamo, il meno granitico dei predicatori evangelici, oltre che un oratore di formidabile carisma. E poi Oral Roberts, scomparso a 91 anni, che al culmine della popolarità fu a capo di un impero mediatico con base a Tulsa, Oklahoma.

Una grande università porta ancora il suo nome, la sua attività si estendeva nei cinque continenti, pubblicava libri e riviste e, in prime time sui canali nazionali, predicava il suo “vangelo della prosperità”, la teologia centrata sul principio che i cristiani pronti a pregare e donare (a lui, soprattutto) venivano premiati con felicità, ricchezza e una salute di ferro. O l’oggi 80enne Pat Robertson, battista del sud, fondatore del Christian Broadcasting Network che originariamente promuoveva porta a porta nella sua Virginia, ma che oggi è visibile in 180 paesi e programmato in 71 lingue, sotto il nome di Family Channel (sotto parziale controllo della Disney). Il top della cui programmazione è The 700 Club, la trasmissione condotta dallo stesso Robertson, che per contratto le stazioni associate dovranno mandare in onda due volte al giorno in eterno.

Robertson è anche il fondatore della Christian Coalition, l’organizzazione della destra cristiana con due milioni di attivisti che da sempre è uno degli strumenti di pressione più efficaci a disposizione dei candidati super-conservatori alle presidenziali. Ma Robertson, soprattutto, è lo specialista delle profezie, toccasana degli indici d’ascolto. In particolare se, come nel suo caso, si pretende di avere la capacità di deviare il cammino degli uragani con la forza della preghiera o di predire l’andamento economico delle stagioni a venire (oltre a predicare in modo intransigente contro il femminismo, l’omosessualità, l’aborto e l’insegnamento scolastico liberale). Ci si può dunque chiedere quanto di vaudeville ci sia, e ci sia stato, nell’edificazione di un telepredicatore di successo come costoro, e quanto invece provenga direttamente dagli spettacoli degli imbonitori ambulanti? Tantissimo, viene da rispondere, considerando l’ingenuità degli abitanti dell’America profonda, ancora soltanto una trentina d’anni fa, e poi scorrendo le biografie di personaggi che furono popolarissimi e seguiti.

Come Jimmy Swaggart, cantante, pianista (cugino di Jerry Lee Lewis – buon sangue non mente, in Lousiana), ma soprattutto pirotecnico telepredicatore mantrico, ossessivo, travolgente quanto il rock’n’roll con il quale il suo dio andava a braccetto, salvo mollare tremende mazzate ai terrestri che non lo veneravano degnamente. La celebre teletrasmissione di “I have sinned”, il sermone col quale, nel 1988, Swaggart confessava tra le lacrime i suoi peccati di mestatore e inveterato donnaiolo resta uno dei momenti basilari della storia della tv negli Usa, anche per l’emozione con cui venne seguito e discusso da milioni di americani. O come il reverendo Jerry Falwell, “The Doctor” anche se non si era mai laureato, e alla morte del quale il feroce satirista Christopher Hitchens scrive: “Falwell ha mostrato ogni settimana che non c’è sconcezza che non possa essere espressa liberamente da un uomo il cui nome è preceduto dalla parola reverendo”. Fondatore della Moral Majority, Falwell è stato uno dei punti di riferimento dell’estrema destra cristiana, con i suoi atteggiamenti da fustigatore dei costumi, abbinati a una benevolenza che, forse, poteva in extremis evitare ai fedeli di bruciare tra le fiamme dell’inferno (salvataggio escluso per omosessuali e progressisti d’ogni livello). Il suo regno televisivo era la Bible Belt, la cintura di stati meridionali caratterizzati dalla densa presenza di congregazioni fondamentaliste, e Falwell è stato il più politico dei telepredicatori: interessato, più che a spremere quattrini al pubblico, a condizionarne le scelte elettorali. Gli debbono molto i presidenti repubblicani eletti da Ronald Reagan in poi, e la sua Moral Majority per anni è stata lo spauracchio delle personalità pubbliche della nazione: una sua condanna equivaleva a una carriera danneggiata, sebbene a capo dell’organizzazione ci fosse un uomo capace di dire in tv scempiaggini come “I fatti dell’11 settembre 2001 sono una punizione che Dio ha dato agli Usa per punire l’omosessualità dilagante nel paese”.

E oggi?

Ma come spiega il David Brooks che citavamo in apertura, tutto ciò è il passato, perfino pionieristico, per come veicolava nell’etere tv lo spontaneismo irruento, entusiasta e credulone con cui gli americani hanno perfezionato il loro rapporto con la religione durante il XX secolo – in sostanza inventando una religiosità, per l’appunto, “americana”. Ma questo è il passato, è lo scorso millennio, e lo snodo è adesso trascorso in modo percepibile. Anche la religiosità americana si è sottomessa a essere una religiosità globale, perché ormai non ci sono più dottrine e percezioni che possano essere circoscritte a una sensibilità nazionale, perché oggi anche Gesù Cristo corre sulle onde di internet, perché la televisione ha stratificato il proprio ruolo e la sua incidenza nel reale – e ha cominciato anche a perdere colpi, di fronte all’istantaneità della rete, se non palesemente a inseguirne le mosse.

Un telepredicatore da revival rituale è anacronistico nei teleschermi americani di oggi, dopo che un’impressionante percentuale dei più importanti reverendi da antenna sono finiti travolti dagli scandali, o sono stati sbugiardati come grassatori, o ancora sono stati ridicolizzati da ogni genere di media (indimenticabile il pastore-truffatore Steve Martin nel bel A Leap of Faith). La religione Usa in tv ha dovuto cambiare stile, in modo radicale: basta con i paternalistici tv preacher da poltrona, basta anche con gli apocalittici che evocavano il giudizio universale di fronte alle famigliole atterrite, basta con gli urlatori, i gigioni, i peripatetici e gli stregoni. Spazio a una tv religiosa di altro stampo, connessa allo spirito delle mega-church, dove la cattedrale tecnologica per la preghiera è solo il cuore di un sistema di socialità che non ha paura di contenere shopping mall, punti di ritrovo, ristoranti, teatri e comunicazione digitale dedicata, sotto forma di radio e tv tematiche.

La tv dei nuovi evangelici è il filamento nevralgico di un sistema esistenziale cui i membri fedeli sono gioiosamente invitati a partecipare. Per molti versi somiglia più a Cnn che ai soffocanti palinsesti di una volta, con quelle sfiancanti rotazioni di pastori che finivano per somigliare a numeri da avanspettacolo. Oggi la precedenza va ai particolari e al perfezionismo: quando è il momento della preghiera, l’alta definizione trasforma la tv in un tabernacolo; quando è il momento delle notizie, ci sono tutti i mezzi e la professionalità per fare concorrenza alle testate-guida; fiction e docufiction hanno la dignità delle grandi produzioni e l’appeal della tv commerciale; e quando arriva il momento del sermone, la solennità è curata in modo maniacale e il telepredicatore diventa superstar mediatica, artista della parola, artigiano del teleprompter. Niente è lasciato all’improvvisazione: partecipazione e seduzione, commozione e mobilitazione, coinvolgimento e finanziamento sono fattori che convivono nella rappresentazione.

È una tv pensata per essere sempre accesa e sintonizzata nella casa di chi crede, con le stesse caratteristiche di flusso, omogeneità e empatia che aveva l’Mtv dei tempi migliori, presso la propria platea di target. Una televisione-focolare di Cristo, pensata per sostenere lo spirito e intrattenere la mente. Rafforzando la rete di protezione attorno alla comunità e la rete di contatto al suo interno. Basta visitare il sito di Focus on the Family, la potente organizzazione evangelica fondata da James Dobson con l’idea di educare predicando secondo severi dettami evangelici ma con un’interfaccia soft, ammiccante, benevola. O ascoltare le prediche teletrasmesse e a portata di download del reverendo Rick Warren, leader della Saddleback Church di Lake Forest, California, dotato di un approccio serio e ponderato al sociale, di un’attenzione continua ai disagi della povertà e della fragilità familiare, di un posizionamento dinamico sui grandi temi, compresi i più spinosi del presente sociale americano, come il matrimonio gay e l’aborto.

Un atteggiamento così equilibrato, trainato da una comunicazione tanto evoluta, da valere a Warren il ruolo di arbitro nel confronto dialettico McCain-Obama nel 2008, concretizzatosi in una coppia di interviste-tv che hanno inciso nell’andamento elettorale. E poi, addirittura, l’onore di pronunciare l’invocazione divina sulle scale del Campidoglio il 20 gennaio 2009, giorno dell’investitura di Obama alla Casa Bianca. Come dire che, sostituendo la predicazione da frontiera con una funzione nel sociale, sistemando la realtà al posto dell’illusione, il servizio al posto della promessa, la tv evangelica sta trovando una nuova legittimazione sul piano civile americano. Ristrutturando il ruolo del telepredicatore per il XXI secolo: non più un attore esaltato, ma qualcosa che somiglia a un leader politico e a un ragionevole interprete di una missione nazionale, vissuta nel solco della parola di Dio. Una figura così sofisticata, così organica al tessuto contemporaneo americano, da poter perfino ipotizzare, il giorno che se ne presentino le circostanze, di pensare davvero in grande. Grande, quanto un telepredicatore alla Casa Bianca.