Se i quotidiani e le all news cercano nuovi linguaggi, la tv generalista ha ancora un perno importante nel talk show. Che resiste e si concentra sull’audience più appassionata.

Gli italiani che prestano attenzione ai talk show sono oggi, a occhio e croce, fra i sei e i sette milioni; più o meno quelli che hanno seguito, in tutto o in parte, la maratona di Mentana per il primo turno delle elezioni presidenziali francesi. E questa è anche l’impressione, con tutte le prudenze del caso, che si trae guardando le cifre della coppia contrapposta al martedì: Carta Bianca su Raitre e diMartedì su La7. Entrambi si prolungano per due ore e mezza, al cui scorrere il primo programma rastrella un po’ più di sei milioni di contatti e il secondo un po’ di meno. Ma lo stile d’ascolto, va detto, è assai diverso: Floris estrae dalla platea un maggiore tempo di visione, perché ogni spettatore gli concede in media una trentina di minuti, mentre con Berlinguer la dedizione media non supera i 20’ e, di trasmissione in trasmissione, tende a contrarsi ulteriormente. La diversa fedeltà dello spettatore si riflette sul dato dei cosiddetti “spettatori medi”, che sono quelli che contano per fissare il valore d’audience, e dunque commerciale, dei programmi. Anche se sappiamo bene che lo spettatore medio che si veda dall’inizio alla fine, senza mai alzarsi dalla poltrona o cadere addormentato, un programma di chiacchiera interrotto dalla pubblicità è un essere che non esiste in natura.

Detto questo, e anche se i dati di cui disponiamo non ci permettono di tracciare i comportamenti dei singoli individui del campione, pensiamo che i due programmi non poggino su pubblici “propri” ma si spartiscano il medesimo pubblico, che muove il telecomando a zig zag fra La7 e Raitre. E che si sofferma più frequentemente su Floris – ormai talk show di politica e varie amenità – rispetto al giornalismo politico in stile Sandro Curzi (cioè vagamente militante) di Bianca Berlinguer. Sommando i periodi trascorsi sull’uno e sull’altro canale, il tempo che ogni spettatore di talk dedica alle chiacchiere serali in tv ammonta comunque a poco più di cinquanta minuti, concentrati, per quel che immaginiamo, o sulla prima parte (diciamo fino alle 22.30), o sulla seconda, da parte di chi rientra dalla visione di una fiction o di un film.

Da qui l’ulteriore sensazione che una vera prima serata di talk politico possa contare su un plafond di pubblico di circa un paio di milioni medi di spettatori, e che viga una sorta di turno fra quelli solleciti e quelli tardivi. Mentre Santoro e il Floris dei tempi d’oro raccoglievano regolarmente più del doppio. E ancora nel 2015 Floris e Giannini mettevano insieme fra tutti e due 3 milioni tondi. Resta da capire se la causa della flessione sia da ricercare nel pubblico, nei programmi, o nello stesso sistema televisivo.

Il pubblico non è quello di una volta

Ricchi e poveri, colti e meno colti, cittadini e campagnoli hanno mollato i talk show in diversa misura: di più tra chi si è fermato alla scuola elementare o alla media inferiore e/o risiede nei comuni sotto i diecimila abitanti; di meno tra i laureati e gli abitanti delle città di media e grande dimensione. Crinali socioculturali che certificano la fine della convergenza tra segmenti molto diversi della società a favore dell’ascolto dei talk. Il loro pubblico pare oggi meno “generalista” di quanto non fossero le platee che seguivano le parole politiche in tv ancora qualche anno fa: la città resiste, la campagna si è voltata altrove; le élite ancora guardano la contesa delle parole perché, evidentemente, dalla politica si attendono benefici oppure temono danni; il “popolo minuto” guarda altrove. Sono linee di differenziazione analoghe a quelle venute in evidenza con Brexit, con Trump, con i connotati degli elettori di Macron e Le Pen.

Insomma, la bassa marea dell’ascolto per i talk show sembra rientrare in un ordine di fenomeni più ampio (la globalizzazione, la polverizzazione del ceto medio, la scomparsa delle classi identitarie dell’Ottocento), per cui all’idea che, votando in cabina e con il telecomando a casa si esercitasse un qualche tipo di efficace e soggettivo orientamento del mondo circostante, è subentrata la persuasione della “oggettività” inscalfibile dei problemi o, negli animi più favolistici, la metafisica del complotto dei poteri forti, che ti mostrano quello che pare a loro. Da qui per molti lo strutturale ripiegamento in se stessi, la depressione personale consonante con la lunga depressione economica, l’autoesclusione dalla socializzazione, compresa quella politica; un atteggiamento da “fermate il mondo, voglio scendere”, un tempo classicamente di destra, ma oggi, sepolta la fiducia nel Progresso, epidemico in ogni ambito. A occhi di questo tipo, ogni agitarsi politico deve sembrare un gioco di zombie o di complici. E l’ultimo dei programmi che si pensa di seguire è il talk show litigarello.

È vero che, mentre nella società cresceva lo scetticismo politico, il quadro della rappresentanza ha subito scossoni e mutamenti. Ma, a giudicare dalle zone della società che questo cambiamento hanno determinato votando e – molto – non votando, sembrerebbe da confermare l’idea di una rivoluzione passiva, senza il piglio proattivo in uso per le rivoluzioni compiute o parlate del tempo che fu. A dirla in breve, la crisi di pubblico dei talk ha radici lunghe. E durevoli, se ha a che fare con fenomeni depressivi, con i quali è addirittura controproducente ogni esortazione a ritrovare entusiasmo. Del resto, le fedi perdute una volta lo sono per sempre: anche la fede nell’esistenza di un filo nelle affabulazioni di alcuni tizi, sempre gli stessi, in televisione.

I talk show non sono quelli di una volta

I talk, peraltro e forse per le stesse ragioni di fondo che ne hanno ridimensionato il pubblico, non sono più quelli di una volta. Del tutto scomparso è il narrare epico, l’aura narrativa che un tempo, pensando a Santoro, metteva in scena le passioni profonde, le antitesi fatali e perenni: tra Bene e Male, tra Giustizia e Iniquità.

Nulla a che vedere con la gag delle Guardie e dei Ladri che (lo chiamano giornalismo investigativo) si replica senza sosta, per la noia degli adulti che hanno smesso di praticarla da quando ci si sbellicavano a naso in su al teatrino delle marionette a Villa Borghese. La solfa dell’anticasta ha coperto e sostituito le grandi storie sociali di classi e padroni che ci avevano accompagnato negli ultimi due secoli. Inizialmente quelle baruffe hanno richiamato gran folla, come accade quando tutti corrono all’angolo della piazza da cui si levano voci. Ma poi la pochezza del tema la vince, e pure i più moralisti sono presi dalla noia. Scoprire la farina addosso ai politicanti che rubano al mulino del potere pubblico non era, in fondo, gran storia, ma semplice cronaca, di polvere bianca.

La tv italiana è ancora quella di una volta

ll talk show, politico e non, ha avuto una peculiare fortuna in Italia, diventando il “mulo dei palinsesti” che consuma poca biada e porta in groppa ore e ore di trasmissione. Del resto, la televisione italiana è strutturalmente fondata sui muli. È dagli anni Settanta, e cioè dall’avvento delle tv private, dapprima rispondenti a diverse proprietà ma presto ricondotte per il grosso a Fininvest, che ai televisori italiani giunge un numero di canali senza pari nel mondo, anche fermandosi al sestetto del Duopolio, che grazie a tanta abbondanza riesce da decenni a saturare l’audience rastrellando tutti o quasi i ricavi pubblicitari. Il sistema dei sei canali ha goduto di favore generale, perché a chiunque piace avere di che scegliere. Il risvolto della sovrabbondanza distributiva sta tuttavia nella necessità di dover riempire molte ore di palinsesto con prodotti che costino relativamente poco. Ossia noleggiare la produzione altrui (per esempio comprando telefilm stranieri) e allungare il brodo della propria. E per allungare il brodo del palinsesto il talk è imbattibile, perché l’impianto tecnico (studio, scena, luci, poltrone e spalti) è sempre il medesimo per molte puntate e il grosso degli “attori” (politici e cittadini comuni) sono pagati “in natura”, con la visibilità che cercano e ottengono.

Del resto, la politica, orfana delle piazze e dei radicamenti sociali del Novecento, si è prestamente acconciata alle poltrone degli studi tv. E siccome, dove il radicamento manca, la visibilità mediale è tutto, l’amministrazione di quella procurata dalla televisione è divenuta l’instrumentum regni con cui i capi fazione tengono a bada i seguaci. Una politica siffatta è inevitabile che prema sulle televisioni per tenere ben larghi gli spazi della chiacchiera, pur danneggiando la tenuta delle formule di programma come il talk show, in cui dilaga. È altrettanto chiaro che la tv italiana è stata vittima assolutamente consenziente: le imprese, per spendere poco e parlare all’orecchio dei potenti; i conduttori e i loro principali reclutatori di ospiti, per intrattenere molteplici rapporti – che non guastano mai – con quel che resta del Palazzo e magari, visto che sono visibilissimi, prenotarsi un posto là dentro.

Da qui la convenienza a una produzione manieristica, che nasce quasi in automatico dalla consultazione delle agende dei redattori dei programmi, che badano a incrociare gli orari della produzione con gli impegni degli ospiti per averli a disposizione in adeguato assortimento di posizioni politiche e di caratteri. E per quanto riguarda la “scrittura”, si tiene l’àncora sulle polemiche del momento, si predispone un assortimento di domande per l’uso da parte del conduttore sperando che questo, aiutato dagli auricolari celati nell’orecchio e collegati alla regia, capisca le risposte, passi la parola e sedi, non troppo, i tumulti.

Per il rinnovamento del genere

Se questa è la formula di talk politico che sta languendo sotto i nostri occhi, il suo rinnovamento probabilmente postula la drastica diminuzione della quota dedicata al dibattito politico d’attualità, tanto più che a esso si addice maggiormente la striscia quotidiana nello stile dell’8 e mezzo di La7 o dei canali all news.

Lo spazio da riempire è quello dell’esplorazione profonda della realtà politico-sociale, in Italia e nel mondo. L’esplorazione profonda sta al polo opposto rispetto al talk attuale, dove si mira essenzialmente a lanciare la discussione e il momento dell’inchiesta è essenzialmente il pretesto per la dialettica tra i presenti in studio. Da qui i cosiddetti “servizi” (brevi riassuntini delle questioni, immagini d’occasione) o le “vox populi” (volti pescati tra la folla a rappresentare le opinioni di “quelli come noi”). Ovviamente si può andare più in profondità solo aumentando, e di molto, il costo di produzione.

Un talk show impostato così transiterebbe di genere: dall’“usa e getta” all’“utilità ripetuta”. Fatto di materiale replicabile sui palinsesti e sugli on demand di casa, come in altri mercati televisivi, dove potrebbe riscuotere ricavi che aiutino a compensare i più elevati costi di produzione. Prodotti che una Rai più “condensata”, con meno canali e testate, può arrivare a mettere in cantiere, ma che forse in un sistema “minore” come quello italiano sono vietati alle tv commerciali, propense alla somministrazione di prodotti esteri noleggiati e della paccottiglia locale che, grazie alla benedizione del genius loci, qualche ascoltatore lo raccatta.

Vox populi

Quale sarebbe il posto della politica tra la chiacchiera e la 
docu-inchiesta? Anche noi ci siamo dotati di alcune vox populi, pescandole fra i commentatori dei nostri post.

A inizio 2017 accennavamo alla flessione del pubblico in termini simili a quelli dell’esordio di queste note, e un commentatore osservava: “Tolto il politico dalla tv, non riesco a immaginare che fine possa fare la politica in generale… Se non altro, fino a oggi, tutti, attraverso la tv, hanno avuto la possibilità di farsi un’idea. Se però ci si sta stufando (a ragione, aggiungo) e non si guarda più il programma politico, quale sarà la modalità con cui la politica riuscirà a proporsi all’elettore? Esclusi i social, che quasi nessuno dei politici sa usare con abilità, ed esclusa la piazza che espone al pubblico ludibrio, non rimane molto altro. Non ho risposte”. Il nickname del commentatore era “Nonnus”, sicché subito pensavi a una chioma candida di lunga esperienza. A contrappeso, peraltro, subito si è aggiunto “Lord Dark Helmet” che riguardo ai talk politici (“allineati al pensiero piddino dominante”) concludeva: “Probabilmente quel poco di share che gli resta sono i vecchi che lo usano come sonnifero”. E dalla sequenza di quei commenti, per completare l’assortimento, vale la pena di estrarre ancora quello, né giovane né anziano, e sommamente icastico di “Benevolence”: “Le persone non ascoltano più perché si sono accorte che è Matrix”. Dal che ci pare di poter intravedere dalla parte del pubblico tre fondamentali atteggiamenti.

Il primo, che definiremmo democratico, è quello di chi ritiene che la politica possa anche non essere affascinante, ma è comunque utile che si manifesti a un largo numero di persone. Se la tv, per come tratta il genere, perde pubblico, non c’è da festeggiare il vuoto di comunicazione, perché coincide con un buco di democrazia che altro non è se non un ponte tra potere pubblico e comunicazione di massa.

Il secondo atteggiamento, che definiremmo sessantottino, si situa sul contrasto fra generazioni. Il giovane (chi altri si denominerebbe Lord Dark Helmet?) accomuna nel disprezzo gli anziani e i partiti che ne hanno organizzato i conflitti. In via di estinzione le persone, con i loro consunti buonsensi; svuotati e arroganti i partiti in cui i primi hanno creduto, fautori di un pensiero dominante oggi privo di autorevolezza. Questo giovanotto non è ostile al talk come lo conosciamo in Italia, ma lo vorrebbe finalizzato a una sorta di permanente crociata contro i vecchi mondi.

Il terzo punto di vista ci pare, nella sostanza, metafisico, situando da qualche parte ultraterrena (come la Matrix delle Wachowski) il motore immobile che dà il via agli illusionismi dei dibattiti, tra austerità e sviluppo, tra galenici e omeopati e tutte le diadi per cui ci si accapiglia. E noi lì fissi a seguire la manfrina, come i poveri prigionieri dal collo anchilosato nella platonica caverna.

Tornando ai talk, parrebbe allora che Nonnus sarebbe soddisfatto se deflazionando le chiacchiere e occupandosi a fondo di contenuti, la tv desse una mano a salvare la politica dalle sabbie mobili del talk chiacchierino. Ma questo comporta una ristrutturazione profonda dell’equilibrio tra i generi nei palinsesti e della stessa concezione di talk show-dibattito e talk show-approfondimento. Più di un CdA Rai è pronto ad andare in crisi su un fronte del genere. O a disertare la sfida.

A Lord Dark Helmet la soluzione buona per Nonnus ovviamente non basterebbe, perché non vuole essere invitato a seguire una narrazione che ha senso solo per i “vecchi”. Il Lord vuole che il mondo giri la testa dalla sua parte. In poche parole, vuole “rivedere i pesi” nella società. Probabilmente, lo fa pensare la scelta del nickname, il nostro è un cultore delle serie tv, di certo adora Il trono di spade; probabilmente è abile nei giochi di costruzione (Paesi, imperi), esattamente come nel Sessantotto si scopriva il Risiko e si riduceva il mondo a una sorta di scacchiera della forza. Quel che la tv potrebbe dargli sembrerebbe il talk show di approfondimento che esponga gli intestini del mondo e soddisfi il desiderio di potenza-conoscenza dello spettatore, per attrezzarlo al gioco della presa del potere.

Benevolence è la più difficile da affrontare: non crede a nulla di quel che appare (figuriamoci la tv) e pratica una sorta di astinenza dal giudizio proprio perché non si fida delle apparenze. Da brava mistica dello scetticismo, la Verità, qualsiasi verità, non la beve. E qui, temiamo, il talk show non saprebbe cosa inventarsi e dovrebbe lasciare che Benevolence si dedichi ad altre offerte, dai cuochi alla fiction. Perché entrambi servono alla nutrizione: i cuochi quella del corpo (al cogito si sum crede anche Benevolence) e la fiction è un “finto” interposto al vero, ma nutre di idee e metafore della realtà. Come Matrix, appunto.