Una confessione a cuore aperto di un professionista che ha costruito la sua Raidue sulla comicità, come antidoto al mainstream.

Umberto Eco ha costruito il suo romanzo più famoso, Il nome della rosa, sull’interdetto del riso. Il romanzo è ambientato in un monastero benedettino del XIV secolo. Il protagonista, Guglielmo da Baskerville, deve far luce su una serie di delitti apparentemente inspiegabili. Si scoprirà alla fine che tutte le vittime sono morte per aver sfogliato a mani nude le pagine avvelenate di un libro maledetto, il secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e quindi alla comicità. Il tema trattato, il riso, è interpretato come peccaminoso, diabolico, da occultare. Si tratta di un’opera di fantasia che affonda però le sue radici nella cultura di un’epoca. E forse non è neppure casuale che nella realtà il secondo libro della Poetica non sia pervenuto sino a noi.

Ai monaci benedettini si deve il merito di aver ricopiato e tramandato le opere della cultura classica di cui oggi disponiamo; ma non tutte le opere sono state conservate, solo quelle che potevano servire da repertorio alla dottrina cristiana. Il secondo libro della Poetica non era compreso. L’integralismo, in forma maggiore o minore, appartiene a tutte le religioni monoteiste. Se oggi nei paesi cristiani è meno forte che nei paesi islamici, ciò è dovuto non a una maggiore tolleranza cristiana, ma alla battaglia dell’illuminismo a favore della laicità degli stati moderni.

L’elogio di Franti, la mia Raidue

L’intolleranza verso il riso non appartiene solo all’integralismo religioso e a un remoto passato. Venuta meno la condanna in nome dell’ortodossia, l’avversione al riso si ripropone in Occidente sulla base del perbenismo, del conformismo, dell’austerità dei costumi. Il riso è critica, smascheramento, derisione. Il cattivo sorride mentre sovverte l’ordine sociale. Sempre Umberto Eco, in un suo storico saggio, “L’elogio di Franti”, si schiera dalla parte del cattivo del libro Cuore, che è rimasto congelato nella nostra memoria, nella famosa frase di De Amicis “l’infame sorrise”.

Il riso dunque è tutt’altro che innocente, può essere interpretato in chiave eversiva. Queste considerazioni riguardano la comicità e il riso in generale. Un posto a parte spetta invece alla satira che si indirizza contro il potere. Tradizionalmente la satira ha goduto di una certa tolleranza da parte del potere, perché rappresentava una valvola di sfogo, uno strumento di aggiustamento nei confronti dei sudditi che si sentivano vessati. Il buffone di corte era ospitato dal re. Il suo copricapo e il suo bastone erano una parodia della corona e dello scettro. Coperto da una sorta di immunità legata a una sua presunta follia, era l’unico autorizzato a prendersi gioco del potere. Anche oggi a livello giudiziario la satira gode di maggior libertà d’espressione rispetto all’informazione e può permettersi licenze non concesse al giornalista. Fare satira è un modo per eludere la censura. Ma il potere si mostra sempre più insofferente nei confronti della satira. Non a caso in televisione è stata molto ridimensionata.

La mia Raidue è stata un laboratorio per la comicità in tutte le sue forme. Molti giovani comici hanno iniziato da lì, in una molteplicità di trasmissioni che spaziavano lungo tutte le sfumature del comico, che sono davvero tantissime. Raidue esordisce come tv evento con Enzo Siciliano e Franco Iseppi. Con Pierluigi Celli e la sua concezione industriale della televisione deve riconvertirsi per fare semplicemente audience. La scelta della comicità come struttura portante del nuovo palinsesto è qualcosa di meditato, non solo rispetto ai singoli programmi, ma anche e soprattutto rispetto all’esigenza di conferire alla rete una nuova identità culturale, una precisa linea editoriale. Tra tutti i generi televisivi il comico è il genere meno conformista, meno ripetitivo, meno cheap. Pensate a un palinsesto costruito sui reality, i buoni sentimenti, le storie “pettinate”, il perbenismo conformista. E pensate invece alla forza eversiva del comico. Il comico ha una forza rivoluzionaria, perché la risata è già una forma di critica, talvolta più feroce di una serrata argomentazione.

Un nucleo dei comici che lavoravano per me proveniva dalla Raitre di Guglielmi. Mi riferisco soprattutto al gruppo Dandini/Guzzanti. La differenza è che il palinsesto di Raitre era declinato sulla tv verità, mentre in quello di Raidue la comicità era dominante e autoreferenziale. Lo sguardo non era volto all’esterno, ma al laboratorio interno dove l’esterno era analizzato, sezionato, messo alla berlina. E ogni trasmissione costituiva un frammento di quell’insieme che declinava la comicità in tutte le sue forme. Voglio ricordare qui alcune trasmissioni: Pippo Kennedy Show, L’ottavo nano, Quelli che il calcio, Macao, Libero, Convenscion di Gregorio Paolini, Satyricon, Chiambretti c’è, Orgoglio coatto.

Un antidoto al mainstream

Il riso nasce da un impulso involontario, come lo starnuto. Non può essere imposto, non può essere simulato, non può essere controllato. Per questo la comicità racchiude in sé un mistero. Sulla comicità è stata scritta una serie di trattati da parte di filosofi, letterati, artisti. Perché anche per la letteratura e per l’arte vale la stessa domanda: “cosa fa di uno scritto una pagina letteraria, di un oggetto un’opera d’arte, di una rappresentazione una pièce comica?”. Le risposte sono state molteplici, ma tutte riconducibili a quel concetto di straniamento che presiede anche, con modalità diverse, alla formazione dell’opera d’arte e letteraria.

Per Henry Bergson, il riso scaturisce dal contrasto tra meccanicità e vita. Nella comicità allo stato puro, fatta di pura azione, come nelle comiche all’epoca del cinema muto o più recentemente nei cartoni animati, la risata scaturisce dalla trasformazione del corpo in oggetto, contro cui il mondo intero sembra confliggere. Il corpo del protagonista si trasforma in cosa per essere legnato, colpito, abbattuto, schiacciato, senza sofferenza apparente. A una comicità più articolata e complessa si riferisce invece Charles Baudelaire, che identifica il comico con un incremento di vitalità. Il comico rappresenta, come il tragico, uno stato estremo dell’uomo che si contrappone alla banalità e piattezza della normalità. È esplosione, liberazione, capovolgimento delle regole e delle convenzioni. Per Luigi Pirandello l’umorismo è lo strumento che ci permette di andare oltre la maschera che siamo costretti a indossare a livello sociale. E per le avanguardie artistiche e letterarie del primo Novecento il riso e il comico hanno un uso critico e distruttivo nei confronti del perbenismo borghese, dell’estetica accademica, dei valori tradizionali. Il riso è rivoluzione. Una risata vi seppellirà. Il riso è irrecuperabile, irriducibile al conformismo. Per questo, in televisione, rappresenta l’antidoto al mainstream.

Durante una delle sue campagne elettorali, bloccato dalla legge sulla par condicio che gli impediva di utilizzare la sua schiacciante superiorità comunicativa, attraverso il mezzo consueto della televisione, Berlusconi ebbe l’idea geniale di tornare a mezzi più semplici, alle radici della propaganda e della pubblicità, tramite una massiccia campagna di affissioni. Ovunque si andasse, enormi manifesti del candidato contribuivano a dargli una visibilità ridondante. Sabina Guzzanti costruì uno sketch su questi manifesti. Fu sufficiente decontestualizzarli per rivelarne l’involontaria comicità.

La società, come la televisione, si costruisce oggi non tanto su valori, quanto sulla quantità e sull’unanimismo. Per l’illuminismo c’erano diritti irrinunciabili: libertà, eguaglianza, fraternità. Oggi la maggioranza vince. La politica si orienta sui sondaggi, la televisione sulle rilevazioni dell’audience. E il dato di ascolto, proprio perché deve accontentare tutti, premia sempre il prodotto più banale, mediocre, elementare. In questo contesto esiste una sola audience che non scaturisce dalla banalità: quella che nasce dal comico. Perché il riso è un piacere. Anche quando è dissacrante, costituisce un premio implicito per lo spettatore, lo seduce e gli permette di digerire temi che, se presentati in forma di saggio, sarebbero respinti. Non a caso i comici sono oggi opinion leader, come lo sono stati i cantautori per la mia generazione. Solo l’integralismo rifiuta il comico.

La trasformazione del comico

Vorrei chiarire una cosa. La mia scelta di costruire un palinsesto sulla comicità, l’ironia, la satira, non ha mai avuto finalità politiche. Lo dico perché è noto che fui uno degli epurati dall’editto bulgaro per aver spostato milioni di voti da destra a sinistra, anche se poi la destra vinse comunque. Mi si accusò di fare propaganda, anche se questa idea è l’esatto contrario di tutta la mia linea editoriale di sempre. La satira non è propaganda, semmai il suo opposto, lo smascheramento della propaganda. La mia fu sempre e solo una linea editoriale. Non a caso la satira ne aveva per tutti, destra e sinistra. Le critiche maggiori mi piovvero da sinistra perché venni accusato di aver favorito il nemico demonizzandolo. Però, secondo me, in quel contesto successe un evento. L’opinione pubblica cominciò a percepire destra e sinistra come una cosa sola, un’unica classe politica contro cui l’unica trincea, l’unica opposizione, era costituita dal comico. L’Espresso pubblicò in prima pagina una foto di Luttazzi con la didascalia “Votereste quest’uomo?”. Il comico si stava trasformando in leader politico.

Fui accusato di fare politica con mezzi impropri perché alle volte gli eventi vanno oltre le nostre scelte coscienti. Per una serie di fattori Raidue non è stata soltanto un laboratorio della comicità, ma anche, a modo suo, l’incubatore di una nuova modalità di fare politica, fuori dai partiti e attraverso la satira. Nessuno dei miei comici ha scelto di fare politica, ma forse senza Luttazzi non ci sarebbe stato Grillo. È la comicità che prende il posto di quell’opposizione politica che il mainstream aveva azzerato. Mi spiego meglio. Dopo Reagan e Schwarzenegger in America e Berlusconi in Italia, la politica subisce una rivoluzione. Fatti fuori i politici di professione, le ideologie, i partiti e i programmi, la politica si condensa intorno alla figura di un leader carismatico, provvisto di doti da intrattenitore, il quale, a sua volta, sceglie i suoi collaboratori in base alla fotogenia, alla bellezza, all’appartenenza allo spettacolo. L’opposizione, che non sa cavalcare subito questa linea comunicativa, oggi impersonata da Renzi, sparisce di fatto dalla scena politica. C’è posto per un solo attore, il leader, che conquista il centro della scena e domina l’agenda dei media. L’opposizione non è più in grado di dire qualcosa di suo, di elaborare enunciati autonomi, ma solo di tentare di smontare il discorso del premier attraverso ragionamenti complessi che non raggiungono più l’opinione pubblica. Ed ecco allora la funzione del comico, seppellire con una risata il potere. Contrapporre alla gradevolezza, alla simpatia e al conformismo della maggioranza, lo sberleffo e la satira.

Nella mia televisione dei Novanta c’erano anche molti spazi per quella comicità popolare da cui traeva origine anche la commedia all’italiana, nei suoi esiti esasperati, “stracult”. Per esempio Orgoglio coatto. Mi piace pensare a un filo conduttore della comicità italiana che va dal giullare medievale alla commedia dell’arte, per arrivare ai giorni nostri con la commedia all’italiana e l’orgoglio coatto. Non è un caso se il libro di Stella e Rizzo è esploso in Italia come un fenomeno editoriale che ha dato forma a tutta la protesta di oggi. Se prima c’era il Marchese del Grillo, oggi c’è “la casta”. L’italiano non riesce mai a sentirsi completamente cittadino tra cittadini suoi pari, ma ragiona da sempre su una spaccatura tra ricchi e poveri, casta e popolo, sfruttatori e sfruttati. Perché allora l’italiano medio non è di sinistra? Perché ritiene questa contrapposizione eterna, metafisica e inattaccabile. Anziché fare la rivoluzione, l’italiano mette il potere alla berlina.

Dagli Ottanta ai Novanta

C’è un rapporto tra lo spirito del tempo e la comicità. E se la comicità è rottura del mainstream, ogni rottura ha origine dal conformismo imperante. Drive in è solitamente additato al pubblico disprezzo come primo esempio di strumentalizzazione del corpo delle donne. È vero il contrario. Drive in è figlio di un’epoca in cui la forma tradizionale di censura basata sul comune senso del pudore viene meno, in seguito all’abolizione della commissione Rai che metteva i mutandoni alle ballerine e le rose sulle scollature. Subito dopo esplode l’esibizione del nudo, non solo con le tv commerciali, ma sulla stessa Rai, sui giornali e sulle copertine dei settimanali d’opinione. A ben vedere, le ragazze di Drive in sono completamente coperte. Certi eccessi grotteschi come la scollatura abbondante, che diventerà l’icona dell’estetica Fininvest, non sono altro che citazioni visive dalle pin up americane degli anni Cinquanta.

Drive in vuole staccarsi dalla comicità prevalente allora in Italia, figlia del varietà e della commedia all’italiana. Si inserisce in quel palinsesto “in diretta con l’America” che costituiva la spina dorsale della mia programmazione sulle tv commerciali. Rappresenta un’uscita dal provincialismo italiano, ma ironizza anche sul provincialismo di chi vuol fare l’americano, il bocconiano, il paninaro, la pin up. E lavora sui ritmi e sulla scansione degli sketch. Drive in fu considerata allora una trasmissione innovativa dall’aristocrazia della critica, da Umberto Eco, da Beniamino Placido.

Tutt’altro scenario per la satira anni Novanta. Qui la censura non riguarda più il comune senso del pudore, ma la politica. Sono gli anni in cui all’informazione si sostituisce progressivamente l’infotainment. Parlare di politica diventa “un uso criminoso del mezzo televisivo”, e allora il vuoto dell’informazione è rimpiazzato dalla satira. Una satira, sia ben chiaro, a 360 gradi, che guarda con occhio straniante sia a destra che a sinistra, anche perché comincia a farsi strada l’idea ancora implicita che non ci siano né destra né sinistra, ma solo casta e popolo.