Tornano i prontuari filosofici del Dr Pira per fare bella figura con gli amici, senza aver visto le serie di cui tutti parlano. Si riparte con i superpoteri veri.

Sono finiti i tempi in cui le serie televisive erano belle e rilassanti perché ci facevano fare tanti bei viaggi nella fantasia. Quella era l’epoca della televisione e delle sue storie inventate da scrittori. Oggi c’è internet. Su internet puoi vedere quello che vuoi, e non sono favole. Tutto quello che c’è su internet è vero. Provate a scrivere qualcosa di falso su un sito qualsiasi, ma ci sono un miliardo di persone di tutto il mondo che lo leggono nel momento stesso in cui scrivi, ed è inevitabile essere scoperti, con la tremenda conseguenza di una figuraccia perpetrata in tutto il mondo. Ci sono anche le serie su internet, grazie a piattaforme come Netflix, e la cosa che pochi considerano è: quelle serie tv sono tutte vere.

Anche Stranger Things riporta fatti realmente accaduti. Per questo ha fatto tanto scalpore: mostra, tra le altre cose, una ragazzina dotata di poteri paranormali. Molta gente ha messo in dubbio i fatti documentati, ma come biasimarli, d’altronde? Come credere a una ragazzina che ha veramente i superpoteri dopo mezzo secolo di supereroi televisivi inventati?

Ma andiamo oltre la diffidenza iniziale e veniamo a patti con la realtà: ci sono le prove. È possibile spostare gli oggetti con la mente, e tanto altro ancora. E tutto questo fin dagli anni Ottanta! La serie, infatti, è ambientata in quel periodo. Sono almeno trent’anni fa. Ora quelle cose dovrebbero essere alla portata di tutti. Perché alle scuole medie non ho avuto il corso di telecinesi al posto dell’ora di educazione fisica? Anch’io voglio far esplodere le cose con la mente. Perché nessuno ce l’ha insegnato?

Inutile però avanzare pretese sulla scuola, specialmente quella italiana. Parlando di Riforma dell’istruzione, ho sempre sostenuto che la direzione da seguire è quella di Hogwarts, magari con meno bacchette magiche, ma nessuno sembrava capire l’importanza della questione. Nel frattempo ho sopperito con la lettura di qualche libro, ma sento la mancanza di esempi pratici. Stranger Things, se non altro, ci dà qualche spunto interessante su questo aspetto.

Fin dalle prime puntate, una cosa risulta evidente: il nostro concetto di “superpoteri” è anacronistico. Siamo stati deviati da troppi anni di fuorviante e mal documentata fiction superoministica, dove i poteri arrivavano di colpo grazie a un caso fortuito. Non è così comodo. Ci vuole un duro allenamento. Eleven, la protagonista di Stranger Things, viene messa sotto fin da piccola, come si fa con le aspiranti ballerine e violiniste. A tutte le ballerine piacerebbe trovare il ragno radioattivo che le renda brave in un sol morso, ma sanno bene che è la stessa fantasia del principe azzurro: succede solo nelle favole. Ma questo significa anche che chiunque può ottenere dei poteri, con molta forza di volontà. E tante rinunce: se le ballerine rinunciano a un’infanzia normale, Eleven rinuncia persino a un nome proprio e un taglio di capelli decente. Però si può fare.

L’altra grossa differenza è l’antagonista. Nelle fiabe dei supereroi appare improvvisamente un super-cattivo che vuole conquistare o distruggere il mondo. Si tratta solo di esigenze narrative, il super-protagonista è più forte di tutte le persone comuni, e si annoierebbe senza dei super-problemi. La realtà dei fatti è un’altra: con percezioni e capacità superiori si entra in contatto con dimensioni diverse dalla nostra. Anche i ricercatori di fisica lo teorizzano da tempo: esistono mondi paralleli al nostro di cui siamo del tutto ignari. Ma una cosa è studiarlo sui libri, ben diverso è andarci. Non è sempre piacevole, e la ragazzina di Stranger Things ne sa qualcosa: si possono incontrare mostri che mangiano la gente, per esempio. Sapere che qualcosa di simile esiste realmente è piuttosto inquietante.

Era più comodo credere alle favole della fiction e pensare che i superpoteri capitino a qualcun altro, un eroe che voli in nostro aiuto quando il cattivo di turno minaccia la Terra. Ma la realtà dei fatti, come abbiamo visto, è ben diversa. Spinti solo dalla motivazione, armati dei nostri poteri, siamo circondati da un’ignota dimensione ostile.

Si tratta comunque di una prospettiva parziale. Se vogliamo fare una critica a Stranger Things, non è proprio il massimo mandare in giro una bambina da sola. Non lo facciamo nemmeno nelle nostre città, figuriamoci in altre dimensioni. E se una città di notte è spaventosa per una ragazzina, un mondo parallelo può essere terrorizzante. Probabilmente una dimensione con i mostri che mangiano le persone non è l’unico dei mondi paralleli possibili, ma bisognerebbe arrivarci più preparati, gradualmente, invece di venirci catapultati dentro come la povera Eleven. Al suo tempo però non c’era altro modo: o eri nel mondo normale, o in quello paranormale.

Oggi però abbiamo un vantaggio in più rispetto a quell’epoca. Esiste già un mondo parallelo a cui tutti accediamo ogni giorno, e si chiama internet. Non ci si può immergere totalmente come nell’allucinazione consensuale immaginata da William Gibson, ma è una buona palestra per farsi le ossa. Ormai tutti ci abbiamo avuto a che fare: abbiamo esplorato posti lontani e siamo entrati in contatto con lati insospettabili di persone che conoscevamo nel mondo fisico. Abbiamo affrontato i troll, mostri della rete verbalmente insidiosi ma fisicamente innocui, adatti a esercitarsi a duello. È una realtà condivisa, sicura e universalmente nota, e non serve varcare le porte dell’ignoto per accedervi: vediamo tutto comodamente da casa, dentro a piccole finestre luminose.

A ben vedere, abbiamo già molti dei poteri che vediamo in Stranger Things. Prendiamo la telepatia: Eleven poteva comunicare a distanza con i suoi amici, e noi possiamo fare lo stesso con i nostri aggeggi elettronici. Se faceva chiamate troppo lunghe, a lei sanguinava il naso e sveniva. A noi al massimo si scarica la batteria. È comodo, ma usiamo queste facoltà in forma limitata. Ci dev’essere una bella differenza tra balbettare con il tastierino di uno smartphone e aprire la propria mente al prossimo. Nemmeno le emoticon, per quanto si possano sviluppare, compenseranno mai il connubio senza filtri di pensieri e emozioni che si può raggiungere con la telepatia. Ma siamo pronti a denudarci fino a questo punto? Anche nel semplice mondo materiale, per gran parte del tempo non mostriamo nemmeno la metà di noi stessi, neanche agli amici più intimi. Sulla rete mostriamo ancora meno, coperti e truccati dai nostri profili sociali.

Forse ai tempi di Stranger Things l’umanità non era ancora pronta. Ora, dieci anni di internet sempre più intensivo sono stati una buona palestra. Ma ci stiamo chiudendo un po’ troppo dentro, e rischiamo di soffocare nell’aria stantia. Con il tempo, internet diventerà sempre più una piccola provincia, fatta solo per commentarsi e spiarsi a vicenda. È per questo che l’abbiamo costruito e vissuto per tutti questi anni? O questa è solo l’adolescenza che precede l’internet più grande, dove correre liberi dalle catene dei dispositivi elettronici?