Raccontare la gente comune in modo epico, per rispondere al bisogno della gente di essere rappresentata, di dare un senso al proprio anonimato.

La ribalta, e una certa notorietà, la raggiunge con Sfide, documentari che innovano il racconto dello sport e inseriscono gli atleti in un’epica contemporanea. Ma Simona Ercolani è molto di più. Nasce professionalmente con la Raitre di Guglielmi, mescola le storie per immagini a reality come La pupa e il secchione. E dal 2010 è a capo di una società di produzione, Stand by me, che realizza programmi per le reti generaliste e per i canali digitali, solcando a vele spiegate le rotte del docu-reality e del factual.
La incontriamo per parlare del suo lavoro, e per cercare di capire come faccia a tenere insieme i due poli tra loro opposti della realtà scritta benissimo (Sconosciuti) e della finzione più vera del vero (Alta infedeltà).

Stiamo indagando la “tv della gente”. Ci sembra che, nel corso degli anni, questo tipo di televisione abbia subito tante evoluzioni, e che l’ultima abbia che fare con l’unscripted e con il factual… 

Mentre stavi parlando mi è venuto in mente Gianfranco Funari, o ancora prima i documentari di Mario Soldati come Viaggio lungo la valle del Po, ossia il popolo che parlava ed era usato come oggetto di indagine sociologica, o piuttosto come coro caciarone dei programmi in studio. Ma cosa è successo? A un certo punto c’è stata un’evoluzione. Credo con i people show, programmi con il pubblico in studio che racconta le proprie vicende. Non abbiamo però mai visto questo pubblico in azione, e oggi la vera novità è vedere le persone comuni nello svolgersi della loro quotidianità. È questa che viene raccontata in modo eccezionale nonostante sia normale. Da un punto di vista produttivo questo abbassa i costi, perché non si devono più pagare i compensi alle star. E poi questa tv risponde al bisogno e al desiderio della gente di essere rappresentata, di dare un senso al proprio anonimato. Se vedi raccontare la storia di un pescatore qualsiasi, mentre compie un’azione che svolge tutti i giorni della sua vita, come se fosse il capitano Achab, allora diventa un eroe, e anche lui finisce per sentirsi un eroe nella sua quotidianità. Tutto questo diffonde anche un certo ottimismo nel pubblico. Le storie raccontate sono infatti tutte edificanti, e per questo motivo lo spettatore è coinvolto.

Ci sembra che alcuni programmi di Stand by me siano più rappresentativi di altri: Sconosciuti, Calciatori, 16 anni e incinta, Coppie in attesa, Ho sposato un gigante
Come nascono queste storie?

Ho cominciato facendo un programma di Raitre, chiamato Storie vere, che andava in onda in seconda e in terza serata. Questo tipo di televisione esisteva già. Facevo documentari in azione, riprendevo le cose mentre accadevano, e questa cosa nella tv verità di Guglielmi era molto forte. Per tutto un periodo poi questi prodotti non andavano più, ma adesso il filone è ritornato con un’estetica molto diversa.

Quando ti rendi conto che una storia potrebbe essere interessante?

Il nostro core business è quello di raccontare storie, e generalmente individuiamo dei filoni. Da tempo avevo nel cassetto il progetto di Sconosciuti, e tutti ormai mi ridevano dietro per questa storia, ma poi per fortuna il direttore di Raitre si è entusiasmato al punto da dare lui il titolo alla trasmissione. La scommessa era quella di raccontare in modo epico la gente normale, la provincia, il ceto medio. Quelli che in tv non ci vanno perché non sono proletari incazzati, quelli che non hanno ucciso nessuno. Sono le persone che incontriamo tutti i giorni. Secondo me era arrivato il momento di raccontare la maggioranza silenziosa di questo paese e la sua ricerca della felicità, tanto che questo è anche il sottotitolo del programma. Ognuno di noi cerca la felicità, affronta difficoltà e si risolleva.

Una volta scelto di parlare di persone comuni in termini epici, arriva anche la parte più difficile del lavoro, ossia selezionare le storie e seguirle. Puoi raccontarci come funziona?

Seguo una regola di Antonio Ricci, e non vedo mai nessuno dal vivo. Secondo lui, e anche secondo me, non bisogna mai conoscere le persone, solo vederne l’effetto che fanno in televisione, sullo schermo. Abbiamo un ufficio casting sempre aperto, che seleziona continuamente storie, talvolta seguendo per le nuove serie le indicazioni del format department. Troviamo le persone tramite passaparola e conoscenze. Le cerchiamo nei luoghi dove si riuniscono: circolini, sindacati, le piazze del paese, la bocciofila. O magari capita di vedere un ambulante per strada… Tendenzialmente nella ricerca partiamo dalle professioni, dai temi, dagli hashtag. Ti fai raccontare la loro vita, e mentre te la raccontano cominci a farti un’idea. Poi facciamo gli approfondimenti in location, stiamo con loro qualche giorno, vediamo il girato e sviluppiamo il promo e la struttura. Infine, portiamo in giro il promo.

Alcune storie sono a lunga conservazione. In altri casi, come Coppie in attesa, lo sono meno. Come avete fatto?

Il casting è stato lungo. L’abbiamo aperto a luglio e a novembre abbiamo cominciato a girare le prime storie, ma la ricerca è durata fino all’aprile successivo. Non potevamo usare i nostri database, e così ci siamo messi a cercare donne incinte. Coppie in attesa era concepito come due puntate da 45 minuti che dovevano essere mandate in onda back-to-back, poi però la rete ha deciso di togliere la sigla in mezzo e di accoppiarle. Comunque il formato è 45 più 45. Bisogna avere pazienza… prima o poi anche la Rai si uniformerà a questa pezzatura. L’esperimento è andato molto bene: l’obiettivo era recuperare il target delle giovani donne (25-44), che aveva lasciato Raidue. Considerando che la generalista non aveva mai fatto nulla del genere, il risultato è stato buono.

Qual è la tua idea di racconto?

La mia idea è che non si debba raccontare tutto, ma soltanto alcune cose di una storia. Soffermarsi su alcuni momenti, sugli aneddoti che illuminano quella storia. Una microstoria all’interno di una grande storia. Fate conto poi che per tenere vivo l’interesse ogni tre minuti bisogna cambiare aneddoto… È importante inoltre avere rispetto per quello che si sta raccontando: non dobbiamo essere dei predatori. Abbiamo a che fare con persone vere, che hanno meno strumenti di noi dal punto di vista della comunicazione, e bisogna rispettarle. Sono contraria a raccontare tutto per amore della verità: ci sono confini da non valicare.

Quando si inizia un lavoro avete già qualcosa di scritto? 

Abbiamo già molto di scritto. C’è tutta una costruzione dell’arco narrativo… Per esempio, io vengo da te e voglio raccontare la tua vita da oggi fino al giorno del tuo matrimonio. So che tuo nonno non sta bene, eccetera. Ti studio molto bene come character e faccio uno sforzo di immaginazione. Poi ovviamente la realtà supera sempre l’immaginazione, ma all’inizio immagini sempre qualcosa che è il minimo sindacale di quello che può succedere, in modo da avere la garanzia che x puntate si possano fare. Da subito ipotizziamo che nella prima puntata accadrà questo, nella seconda questo e così via. Poi nella vita succedono cose che non avevi previsto e a queste dai di nuovo una struttura narrativa a posteriori. È come se scrivessi tre volte: prima, durante e dopo.

Non hai il terrore che le cose non succederanno, o che se succedono non siano poi così importanti?

No, perché il problema è solo come le racconti. E credo che succeda sempre qualcosa nella vita di tutti giorni. Abbiamo persone come Manuela [Ho sposato un gigante, ndr] che ogni giorno devono combattere per vivere una vita normale… La cosa importante è la comunicatività dei protagonisti.

A volte c’è il bisogno di integrare il racconto? Tornate a filmare?

No, quello è difficilissimo. Lavoro con il materiale che raccolgo.

Vi è capitato di utilizzare la stessa storia per programmi diversi?

Sì, è capitato con Ho sposato un gigante. Lì abbiamo usato una storia di Sconosciuti. A volte facendo una puntata per Sconosciuti ci viene in mente un programma intero, e allora pensiamo a serializzare quella storia.

Come organizzate le storie all’interno di un episodio o una serie di episodi? Per esempio, in una puntata di Coppie in attesa c’erano la coppia mista, quella con otto figli e la sedicenne incinta.

In questo caso abbiamo deciso fin dall’inizio le tipologie di coppie: la coppia al primo figlio, quella mista, e così via. Poi, sulla base del target di rete abbiamo deciso come mettere le storie in fila l’una con l’altra. Raidue ha un pubblico maggiormente meridionale, e così nella prima puntata abbiamo messo una coppia di napoletani per far entrare più facilmente il programma e man mano abbiamo inserito le coppie del nord. Nella seconda puntata arrivano i milanesi, poi ci siamo spinti fino a Trieste…

Andiamo su un versante opposto e parliamo un po’ di Alta infedeltà. Storie che sembrano vere, ma sono tutte scritte.

In realtà sono ispirate a storie vere. A volte è stato addirittura necessario togliere alcuni dettagli! Bisogna limare gli eccessi, altrimenti la storia non risulta credibile. Le storie sono vere, ma la struttura narrativa è molto formattizzata. Abbiamo un telaio che di volta in volta riempiamo. La mia idea era di fare un racconto industriale, replicabile e ripetibile, a un costo concorrenziale. Funziona così: prima c’è la riunione di soggetti e storie vere. Per la prima puntata eravamo in sei a scrivere: tre stavano dalla parte dei cornuti e tre dalla parte dei traditori, per avere ben chiari i punti di vista. Poi ognuno ha raccontato il suo pezzo così da capire tutte le prospettive, e insieme abbiamo fatto una sintesi, costruito una storia e pianificato i teaser interni.

Quali sono i tempi tecnici per una puntata? 

In media dieci giorni. Tutto il lavoro che si fa per la sceneggiatura è fatto anche sul montato. C’è un montatore, poi il regista che riguarda la puntata, l’autore che riguarda la puntata e io che riguardo la puntata. Più i prodotti sono seriali più vanno tenuti sotto controllo, ne sono convinta.