Sottotraccia, nei late show americani si sta compiendo una rivoluzione. Sempre più donne scrivono, conducono, fanno ridere il pubblico. A partire da Samantha Bee.

Mercoledì 8 novembre 2017, un anno esatto dopo l’elezione di Donald Trump, la comica Samantha Bee ha intervistato nel suo late show satirico Full Frontal il Procuratore Generale di New York Eric Schneiderman, che in quel periodo aveva avviato oltre 50 cause contro l’amministrazione Trump per impedire i tagli alla sanità e le revisioni alle leggi sull’ambiente approvate da Obama – in risposta, Trump gli ha dato dell’“incompetente”, del “dilettante” e del “portatore di eye-liner”. Samantha Bee era molto felice di avere ospite Schneiderman e gli ha riservato un trattamento da eroe, letteralmente: l’intervista era intervallata con animazioni in cui il procuratore diventava un supereroe stile Marvel.

L’intervista è andata in onda un mese dopo l’esplosione del caso Weinstein e l’avanzata del movimento #MeToo. Il programma di Samantha Bee era diventato il punto di riferimento satirico sulle istanze femministe. Anche Schneiderman era diventato una figura di rilievo nella difesa delle donne dopo aver intentato causa contro Weinstein per migliorare i risarcimenti alle vittime di molestie. Le cose sono cambiate il 7 maggio 2018, quando sul New Yorker è stato pubblicato un nuovo scandalo di abusi, in cui l’accusato è proprio Schneiderman: quattro donne hanno raccontato le violenze fisiche ed emotive subite all’interno di relazioni con il Procuratore. Due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, è andata in onda la puntata settimanale di Full Frontal. Il late show più femminista della tv doveva affrontare l’onta di aver ospitato un eroe che in realtà era l’emblema di tutto ciò contro cui si batteva. La puntata si è aperta proprio con questa notizia. “Schneiderman è stato ospite nel mio show, e questo rende un po’ complicato parlarne”, ha detto Samantha Bee, cambiando immediatamente tono: “Scherzo! Non è complicato! Vaffanculo Eric Schneiderman!”, con tanto di scritta enorme su led wall. Nel frattempo, il video su YouTube dell’intervista di novembre cambiava titolo, “Ex Procuratore Generale fa credere a Sam di essere una persona decente”, e sommario: “Abbiamo registrato questo segmento prima che venissero alla luce le accuse contro Eric Schneiderman, e ci scusiamo per averlo trattato come un eroe mentre, per tante donne, era il peggiore dei cattivi. Teniamo questo pezzo online per integrità”.

Il vantaggio dell’integrità

Il late night show settimanale Full Frontal with Samantha Bee, in onda su Tbs dal 2016, non è unico nel suo genere – esistono altri show satirici che partono dalla matrice del Daily Show with Jon Stewart – e non è il solo ad avere una presentatrice donna – nel frattempo sono arrivati un late show di Sarah Silverman per Hulu e uno di Michelle Wolf per Netflix. Ma la parola “integrità” ha un peso particolare. È un termine un po’ indigesto in italiano se applicato alla televisione, richiama al giornalismo d’intrattenimento fatto con tanto sentimento e pochi fact checker. Ma nel caso di Full Frontal, l’integrità non è solo nel modo di affrontare i temi (il Last Week Tonight di John Oliver è altrettanto integro in questo senso), ma nella congruenza tra ciò che va in onda e il dietro le quinte. In un periodo particolarmente caldo per quello che riguarda i diritti delle donne, Full Frontal può contare su una presentatrice donna, ma anche su tre corrispondenti donne su quattro, un head-writer donna (prima era Jo Miller, ex autrice del Daily Show di Jon Stewart, ora è Melinda Taub) e di cinque autrici sugli undici autori totali.

Al di là della bravura dei singoli, la scelta di un cast autoriale così vario è anche di efficacia: se il programma vuole occuparsi anche di temi legati al femminismo, un cast di autori composto al 90% da uomini potrebbe scrivere belle battute sul caso Weinstein, ma le loro proposte saranno per forza di cose limitate (e questo discorso si applica anche per le minoranze). Eppure, in tempi in cui l’attualità si occupa spesso di temi legati al femminile, la diversità del cast di Full Frontal è quasi un’anomalia. Per quale motivo, a parità di capacità comiche, non è premiata la varietà? Ma soprattutto il giudizio su un autore comico o un’autrice è senza bias cognitivi? Queste sono le domande che da qualche anno stanno alla base del dibattito sulla storica scarsità di donne nelle sale autori dei programmi comici.

Comedy e donne

Nel documentario Makers: Women in Comedy del 2014, le registe Heidi Ewing e Rachel Grady cercano di tirare le fila sulla storia delle donne nella comicità americana attraverso le testimonianze di performer e autrici. A partire dalla fine degli anni Sessanta, le reti tv hanno iniziato a produrre alcune sitcom con protagoniste femminili per venire incontro al numeroso pubblico di telespettatrici. Nascono serie di enorme successo, come il Carol Burnett Show (sketch comedy di Carol Burnett, 11 stagioni dal 1967 al 1978) o Golden Girls (in Italia Cuori senza età, sitcom sulla vita di quattro donne sopra i 60 anni che vivono insieme a Miami, iniziata nel 1985). Gail Parent è stata un’autrice di questi due show e racconta: “Ero l’unica donna con 10 uomini tra gli autori del Carol Burnett Show e sono stata l’unica donna con 12 uomini tra gli autori di Golden Girls per tre stagioni. Non volevano donne nello staff, punto. Perché? Perché le sale autori erano luride. Si usava un linguaggio… Io lo consideravo uno dei plus, ma c’era il timore che una donna avrebbe inibito gli autori”.

Usando Full Frontal come un terrario in cui osservare gli effetti della presenza femminile nell’habitat autoriale, è facile intuire che la questione dell’inibizione è insensata. Un esempio è quello che è successo il 30 maggio 2018: in un pezzo sulle nuove policy dell’immigrazione, a causa delle quali molti bambini nati negli Stati Uniti sono separati dai loro genitori irregolari, Bee dà a Ivana Trump (figlia del presidente, sua consulente, indifferente a quello che sta accadendo a questi bambini) della “freckless cunt”, un’espressione molto volgare da rivolgere a una donna. Nonostante Trump sia il presidente più sboccato che gli Stati Uniti abbiano avuto, l’intera amministrazione e i media repubblicani si sono scagliati contro Bee, che ha brevemente chiesto scusa su Twitter. Il 6 giugno Bee ha iniziato la puntata scusandosi con le donne all’ascolto che si sono sentite toccate da quella parola, aggiungendo: “Anche molti uomini si sono sentiti offesi da quella parola. Di loro non mi importa nulla”. Si è poi scusata per aver spostato l’attenzione dei media sulla sua parola invece che sulle nuove policy verso gli immigrati. Finita la cold opening, la puntata si è aperta con quattro finti censori in studio e un nuovo servizio sulle condizioni dei bambini di immigrati irregolari, “visto che della scorsa puntata non avete visto altro che quattro lettere”. Samantha Bee non ha fatto finta di non aver mai detto la parola e mentre faceva ridere il suo pubblico dei paradossi della censura, lo ha criticato per essersi distratto dal problema principale. L’esatto contrario di essere inibiti.

Sempre all’interno di Makers parla l’autrice Nell Scovell, che ha lavorato tra gli altri al It’s Garry Shanding Show e per i Simpson, e spesso è stata l’unica donna nella sala autori. Scovell spiega perfettamente qual è l’apporto che le autrici danno in questi contesti: “Non voglio dire che le donne contribuiscano con una ‘voce diversa’, perché i bravi autori sanno adattarsi a qualsiasi voce. Però le donne portano delle esperienze diverse all’interno della sala autori”. Spesso l’idea di prendere una donna in sala autori è giustificata per il suo “punto di vista alternativo” su un tema, ma l’apporto più importante è l’esperienza di vita che un uomo non può avere – spesso per sua fortuna. Riprendendo Full Frontal, un esempio è un pezzo del 15 novembre 2017, scritto dopo la notizia delle ripetute molestie di Louis CK su altre comiche. Samantha Bee racconta le tipologie di uomini che lei e le colleghe si sono trovate di fronte in carriera, dai capi che si “dimenticano” di segnare le tue battute, ai ragazzetti saccenti che vengono a dirti che non hanno capito il tuo set sul palco. Sul finale, Bee lancia un messaggio alle comiche stanche del doppio standard: “Là fuori c’è una donna che lavora in banca a cui un collega ha mostrato il pene durante una riunione in cui le è stato impedito di parlare. Quando uscirà stasera, vuole che siate voi a farla ridere di questo”. Questo non è un punto di vista, ma un’intera esperienza della comicità che solo una donna può avere. Lo stesso vale per le minoranze: sapere cosa significa essere discriminati o molestati non è ’sto gran privilegio, ma nella sala autori di un programma di satira, in questo momento storico, torna utile a tutti.

Cosa sta cambiando

Ma se è così utile, perché non è successo finora? Tina Fey lo ha spiegato nell’intervista che le ha fatto David Letterman nel suo show Netflix Non c’è bisogno di presentazioni. Fey è tra i più importanti autori comici in attività. Nel 1997 è diventata autrice del Saturday Night Live, promossa nel 1999 a capo autore (la prima donna in 24 anni di programma), ha tenuto quel ruolo fino al 2006. Incalzata da Letterman sul tema della presenza di autrici donne nella comicità, Fey racconta dei “table read” di SNL, le sedute settimanali in cui gli autori leggono gli sketch che hanno prodotto davanti a tutto lo staff, compresi tecnici e produzione, per vedere quali funzionano. Nel primo anno da head writer, a inizio stagione, tutti gli autori avevano proposto delle parodie di pubblicità per la prima puntata. Una di queste era scritta da Paula Pell, che cercava da due anni di farsela approvare. La parodia si basava sul trend dei marchi di rimettere in vendita i loro modelli vintage, come la “Coke Classic” o le “Nike Classic”. Lo sketch di Pell s’intitolava Kotex Classic, un brand di assorbenti che voleva rimettere in vendita i vecchi assorbenti esterni spessi come materassini. Gli autori continuavano a snobbare lo sketch, ma a Fey piaceva molto.

Discutendo con loro capì che gli altri autori, uomini, a malapena capivano il contenuto dello sketch, per il semplice fatto che non sapevano neanche come si indossasse un assorbente. Il rifiuto non era ostilità, ma mancanza di conoscenza. Qui però si crea il problema, come fa notare Fey: “Se non c’è una persona nella stanza che capisce quello che scrivi, poi si inizia a pensare ‘Ecco, le cose scritte da lei non vanno mai in onda’, e si crea un circolo vizioso”. Questo sbarramento interno alle sale autori ha alimentato per anni lo stereotipo che le donne non facessero ridere. All’interno di Makers, la critica televisiva Nancy Franklin ha fatto notare che sulle poche donne che accedevano a quelle posizioni, si presentava un ulteriore difficoltà: dovevano dimostrare di essere geniali, le migliori in assoluto nel far ridere, molto meglio degli uomini che erano già in quelle posizioni. “[Invece] bisogna essere brave, e poi migliorare lavorando. Come succede agli uomini, che imparano sul lavoro. La cosa importante è entrare nella stanza”. Nota bene: lo sketch degli assorbenti è andato in onda ed è stato un successo.

Riprendiamo un attimo l’intervista a Tina Fey: Letterman introduce l’argomento delle donne nella comicità dicendo che non sa come mai nel suo show non c’erano donne autrici. In realtà Letterman ha avuto qualche autrice, otto in totale, dal 1982 al 2015 (una situazione molto simile si presentava anche nei late show di Jay Leno e Conan O’Brien). La prima è stata Merrill Markoe, capo-autore agli esordi del Late Show with David Letterman su Nbc, la testa dietro a molte delle trovate innovative che hanno creato il fenomeno Letterman. Alla fine della sua relazione con lui, e dopo quattro Emmy per la miglior scrittura di un varietà comico, se ne è andata. Interpellata sul tema delle donne nella comicità dopo il caso Louis CK, Markoe ha espresso una teoria molto interessante sul perché resiste l’idea che le donne non facciano ridere: “Anche se la comicità è l’arte che usano i reietti e gli outsider per esporre le ingiustizie, da noi donne ci si aspetta sempre che passiamo sopra il pessimo trattamento che riceviamo, altrimenti veniamo definite prive di senso dell’umorismo e sgradevoli. In parole povere, siamo l’unico gruppo a cui viene chiesto di non usare il proprio status di ‘minoranza’ per far ridere. Per questo siamo regolarmente considerate non divertenti”.

Dopo l’addio di Markoe nel 1988, nel 1990 è arrivata Nell Scovell, di cui abbiamo scritto sopra. In un articolo per Vanity Fair del 2009 (anno in cui Letterman confessò live di essere andato a letto negli anni con alcune donne che lavoravano per lui) e nella sua autobiografia, ha raccontato come fosse lavorare nel boys’ club del Late Show. Il clima di continuo flirting a tutti i livelli e il sospetto strisciante dei suoi colleghi che lei e Letterman avessero una relazione per il semplice fatto che si parlassero l’hanno portata ad andarsene dal programma dopo un anno. Commentando il candore con cui Letterman svilisce il tema delle donne nel suo programma con generici “non so” o “non era questo gran programma, fossi stata donna non ci avrei lavorato”, Scovell scrive: “Se in tre decenni Letterman avesse assunto un maggiore numero di autori diversi [che non fossero uomini bianchi, n.d.a.] avrebbe cambiato la storia della comicità. Ha deciso di non farlo, e questa è parte della sua eredità.” Una degna risposta a questa osservazione è quella che dà Samantha Bee in chiusura al pezzo sulle donne nella comicità, rivolgendosi alle giovani colleghe: “Il meteorite ha già colpito, non preoccupatevi di cosa pensano i dinosauri”.