Un bilancio dell’ultimo Sanremo di Carlo Conti, e della sua tripletta di fila, che diventa una fenomenologia di un conduttore e di un evento che resiste.

Nella storia del Festival di Sanremo cinque conduttori hanno presentato almeno tre edizioni consecutive. Dal 1951 al 1996, Nunzio Filogamo, Mike Bongiorno, Claudio Cecchetto e Pippo Baudo. Negli ultimi vent’anni solo uno: Carlo Conti. Un traguardo importante, se pensiamo a cos’era la tv generalista e a cosa è diventata oggi, alla difficoltà di tenere alta l’attenzione, creare l’evento, fare tinello. Lo è ancora di più se guardiamo ai dati Auditel e, in particolare, al dato medio di ogni edizione:

2015: 10.774.000 – 48,5%

2016: 10.746.000 – 49,5%

2017: 10.815.000 – 50,4%

Una tenuta sorprendente, con un lieve aumento in termini di share (un punto secco all’anno), delle oscillazioni minime da una puntata all’altra e delle costanti (la prima puntata sempre sopra agli 11 milioni, la quarta sempre la meno vista). Incredibile. Anche e soprattutto per la struttura generale di ogni edizione. Scegliendo delle presenze non scontate accanto a lui (Emma, Arisa, Gabriel Garko, Maria De Filippi), Conti ha finto di fare tre Festival simili per tono e atmosfere. In realtà ha fatto lo stesso Festival per tre anni di seguito.

Al di là delle comprensibili decisioni artistiche (regia, scenografia, orchestra, lo slogan Tutti cantano Sanremo), confrontando le scalette dei tre anni emerge un pattern ricorrente: nella prima serata un Vero Big della musica italiana (Ferro, Pausini, ancora Ferro); nella seconda un ospite hollywoodiano (Charlize Theron, Nicole Kidman, Keanu Reeves); nella terza le cover e Luca e Paolo (2015 e 2017); nella quarta un dj di fama internazionale (The Avener, Lost Frequencies, Robin Schulz) e Virginia Raffaele (2015 e 2017, nel 2016 era parte del cast principale); nella quinta i videomessaggi ai cantanti in gara. Sommiamo la composizione del cast musicale (tre volte su tre Alessio Bernabei, due volte a testa Bianca Atzei, Clementino, Lorenzo Fragola, Nesli, Annalisa, Chiara); la scelta della giuria di qualità (ogni anno almeno un dj radiofonico della stessa leva di Conti, una ex vj di Mtv, un regista italiano di commedie di successo); la notevole coincidenza di sei vincitori maschili su sei (Il Volo, gli Stadio, Gabbani tra i Big e Caccamo, Gabbani e Lele tra i giovani); le decine di piccole scelte perfettamente sovrapponibili. Ecco come si arriva a un’unica proposta declinata per tre anni consecutivi senza alcun rigetto da parte del pubblico e della critica, anzi. Il vero banco di prova in questo senso fu l’edizione del 2016. La ripetizione dell’identica griglia andò contro ogni più rosea aspettativa. Perché stancarsi a provare altre strade? Meglio riprovarci anche nel 2017. Tale e quale.

Conti è dunque riuscito in un’impresa titanica, mai riuscita ai suoi colleghi: Bonolis non si è mai cimentato con il secondo Festival, l’ultimo Baudo e Fazio hanno preso delle batoste. Pur cambiando, gli altri hanno patito l’usura degli schemi. Conti invece ne ha tratto una forza sempre maggiore, e l’impressione è che avrebbe potuto tranquillamente continuare per altri x-anni. Ma come ha fatto a conquistarsi un posto così importante nella storia del Festival?

Rinunciare all’eccezione

La scelta di Conti alla direzione artistica/conduzione di Sanremo arriva in un momento in cui Raiuno deve recuperare credito e morale per la sua kermesse. È una scelta ovvia, quasi per esclusione. Conti è l’ultima vera bandiera di Raiuno, uno che si è fatto la gavetta dalle giovanili fino alla prima squadra. Musica, tv dei ragazzi, quiz, eventi: Discoring, Big, Su le mani, In bocca al lupo, Domenica In, Miss Italia, L’Eredità, I migliori anni. Conosce la tv per aver presidiato qualsiasi fascia di palinsesto, ha dimostrato di saper essere spalla comica, ha dimestichezza con la musica (pur con risultati discutibili), ha fatto tanta radio. Forte della sua esperienza nel varietà di nuova generazione Tale e quale show, e della capacità di assemblare cast vincenti, Conti, da vero dj, si prepara al suo Sanremo lavorando innanzitutto sul ritmo, sulla velocità e sulle pause. E applicando il suo marchio di fabbrica, uno stile paratattico fatto di giustapposizioni di vari elementi.

Sono tre le linee narrative di ogni Festival da quando Baudo, negli anni Novanta, lo ha reso quella macchina pantagruelica come la conosciamo oggi. La musica, lo spettacolo di contorno (i comici) e la vita, da intendere come la gente più o meno speciale che ogni direzione artistica ha di volta in volta utilizzato. Fino a un certo punto la convinzione nemmeno tanto implicita era che i tre elementi dovessero fondersi nella strutturazione dell’Evento, come declinazione di un’Idea di volta in volta diversa. Per Baudo spettacolo, drammatizzazione e tradizione sono un’unica cosa. Per Paolo Bonolis la scelta delle canzoni deve rispecchiare ciò che accade nella vita vera, e dunque far discutere (Povia) ma anche portare altrove (Nicky Nicolai e Stefano Di Battista). Gli ospiti, dal canto loro, devono portare un vissuto irripetibile (Mike Tyson, Hugh Hefner e le conigliette, le eccellenze italiane). Per Fabio Fazio Sanremo è il luogo della contaminazione, della liturgia spezzata, ma anche il palco per mettere in scena un progressismo che ci indichi la via (le unioni gay, i cantautori).

Rinunciare all’eccezione, alla ricerca ostinata di una Cornice, è l’intuizione vincente di Conti, legata a una profonda consapevolezza dei propri pregi e dei propri limiti. La sua carriera lo dimostra, non è mai stato tipo da Evento. Non ha il vocabolario, il carisma, la prontezza di riflessi degli altri. Inutile inseguirli su un terreno non suo. Non prendere rischi, non osare, pedalare piano piano: questo è Carlo Conti, e questo porta con sé a Sanremo. La normalità è il nuovo evento: per radunare (e tenere) le folle non è necessario creare qualcosa di irripetibile, basta costruire un testo in cui le tre linee scorrano placidamente senza intralciarsi mai. Come nella lunga serialità.

A livello musicale si torna alla iper-tradizione, alla predominanza degli interpreti e delle interpretazioni. Lo spettacolo è affidato all’intrattenimento innocuo di Siani, Cirilli e Pintus, alle imitazioni a-temporali di Virginia Raffaele e alla satira morbida di Crozza. Il terzo binario, le testimonianze, attraversano la retorica inattaccabile della Famiglia, delle Forze dell’ordine, del Lavoro, della Bontà. A tenere tutto assieme ci pensa lui, con una buona capacità di tenuta del palco e con una sapiente gestione della scaletta. Non avendo un approccio ideologico al Festival, il prodotto risulta meno divisivo. Se la famiglia Anania e le invocazioni a Dio possono infastidire gli uni, ecco arrivare Conchita Wurst a rassicurarli. E viceversa. Nessuno deve avere il tempo di irritarsi, di stufarsi, di annoiarsi a tal punto da rifiutare in blocco il programma. L’intervista al nonno che ha perso la gamba nell’attentato di Nizza è avulsa dal contesto, dai fiori, dai lustrini, ma raggiunge l’obiettivo: emoziona un po’, quel tanto che basta per inumidirsi gli occhi fino alla prossima canzone.

Conti riesce ad aggirare l’innata schizofrenia del Festival voltando pagina come se niente fosse. Un po’ come accade nei telegiornali italiani. Non cede alla tentazione dell’insistenza, e dunque evita la saturazione. È il trionfo della presenza travestita da assenza, come dimostra l’amo a cui hanno abboccato molti giornalisti con la presenza di Maria De Filippi. Si è detto che Conti fosse il valletto, che l’arrivo della Numero Uno della concorrenza lo avesse oscurato. Discutibile. In questo triennio Conti è stato il vero dominus, non c’è nulla che gli sia sfuggito, ha curato ogni dettaglio, dall’inizio alla fine. In alcuni momenti ha subito il carisma della collega, ma non ha mai perso il controllo del timone. De Filippi è riuscita a ritagliarsi il proprio ruolo, e imporsi a sprazzi nel territorio a lei più congeniale (il racconto orale) grazie alla reciproca somiglianza (entrambi non sgomitano, sanno fare un passo indietro), ma soprattutto grazie alla macchina assemblata da Conti, in cui tutto scivola liscio e ogni conflitto è eliminato alla radice. Se altri hanno il fiuto di afferrare al volo ogni pretesto per alimentare il fuoco delle polemiche, Conti ha sempre il riflesso di spegnere gli incendi, di far finta di niente, di infilare la sua faccia da Festival e amen. Quando Crozza, in suo monologo, cita la questione politica del compenso di Conti, probabilmente chiunque altro, forte della posizione, ne avrebbe approfittato per scrollarsi di dosso ogni accusa pretestuosa senza che nessuno potesse rimproveragli nulla. Lui invece resiste. Non sarà certo questo inciampo a minare la sua Idea di Festival Armonioso. E così, nonostante la camera indugi su di lui, rimane in silenzio e, alla fine, risolve tutto con una risata fragorosa alla prima parolaccia di Crozza (salvo poi regolare la questione a bocce ferme). Defilarsi, togliersi dal centro un attimo prima di diventare il motivo per cui non guardare Sanremo o per parlarne male. Ecco il suo vero talento.

Nessun pensiero

Conti si è dunque tagliato, più degli altri, un Festival su misura, riflesso perfetto dei suoi gusti, delle sue passioni, della sua attitudine a non uscire mai dalla zona conforto. Carlo Conti è il fuoriclasse del motto “Ognuno il suo”, e così, a cascata, tutti (cantanti, conduttori, comprimari) in questi tre anni sono rimasti nel proprio perimetro, non un centimetro di più, non uno di meno. Nessun picco, nessuno sbandamento, nessuna sbavatura, nessun pensiero. Un progetto perseguito con ostinazione quasi commovente.

Basta la consapevolezza a cancellare i sospetti di mediocrità? Chissà. Di sicuro Sanremo è un oggetto molto fragile, come ormai le tv generaliste. Non possiamo prevedere cosa ne sarà, nel breve e nel lungo periodo. Stiamo assistendo in diretta all’estinzione della tv come l’abbiamo sempre conosciuta. Uno spettacolo affascinante e terribile allo stesso tempo. Ma non siamo ancora pronti a lasciarla andare. Sanremo è l’ultimo momento che ci è rimasto per stare assieme. Malgrado tutto, abbiamo un bisogno disperato di questo bulimico, ininterrotto binge-watching, di andare a letto tardi, di lamentarci, di stare male se non vince la mia canzone preferita. Tutto, pur di spostare un po’ più in là la parola fine. Carlo Conti lo ha capito, e ha costruito una specie di rifugio antiatomico senza passato, presente e futuro, per preservare il Festival e anche noi stessi. Un giorno ripenseremo a questi strani e cupi anni Dieci e forse ammetteremo ciò che adesso ci sembra ancora assurdo, ovvero che quel Conti là, in fin dei conti, era semplicemente l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.