Si fa presto a dire telenovela. Ma basta uno sguardo più approfondito per capire la complessità del genere e la ricchezza della sua circolazione. Oltre ogni barriera.

Parlare di telenovela oggi significa affrontare uno dei generi televisivi più affascinanti secondo diversi punti di vista: non solo quelli editoriali e commerciali, ma anche sociali e geopolitici. La telenovela è sempre stata in grado di raccontare la realtà, con i suoi stilemi smaccatamente finti, a un pubblico popolare che oggi è molto più variegato rispetto al passato, non più solo femminile ma trasversale al sesso e alle età. Questo risultato è legato alla nascita di nuovi sottogeneri, come la teen novela argentina o la narconovela colombiana, e all’ingresso sul mercato di nuovi produttori, come la Turchia e la Corea del Sud. Questi paesi vivono un inaspettato exploit internazionale, con titoli intrisi di cultura locale ma capaci di raccontare storie universali: assistiamo così al successo inatteso dei korean drama a Cuba o dei serial turchi in America Latina, culla della telenovela.

Le rotte commerciali dell’immaginario televisivo sono figlie della storia e riproducono le strutture di potere dei paesi dominanti, Stati Uniti e Regno Unito innanzitutto. Per anni sono state le sole nazioni con un mercato internazionale significativo, ma oggi le cose stanno cambiando. Ai paesi più forti, che restano tali, se ne sono affiancati altri le cui industrie creative sono portatrici di un’idea di tv diversa dal canone egemone, capace di trovare un pubblico su scala mondiale, persino nel cuore dell’impero nordamericano. Sono nate nuove rotte commerciali, per certi versi antiche, che hanno sostituito le spezie con le telenovela, e che dall’Oriente giungono in Occidente e dal Sud al Nord.

Anche la capacità di racconto della realtà è cambiata nel tempo, seppur nel rispetto degli stilemi di genere. Paesi con situazioni sociali e politiche instabili, in alcuni casi persino in guerra o comunque funestati da violenze, hanno trovato nella telenovela, nella sua narrazione elementare e nella sua estetica pacchiana, un alleato capace di dare una prima traduzione narrativa, e quindi una prima rielaborazione di senso, al dolore di ampi strati della popolazione. Nonostante la guerra, la Siria continua a essere il principale produttore di serial del Medio Oriente, con novela girate letteralmente sotto le bombe che raccontano storie di famiglie divise dalla guerra civile. La telenovela è un genere capace di assorbire tutto e di sapersi contaminare con tutto.

Da Oriente a Occidente: il caso Turchia

Il lungo viaggio che ha portato l’export turco a raggiungere 75 paesi e 400 milioni di spettatori è iniziato dal Medio Oriente nel 2008, quando MBC, network panarabo con sede a Dubai, ha trasmesso Noor (Gümüş in turco), con un impressionante riscontro di pubblico (85 milioni di spettatori hanno visto l’ultima puntata) mettendo in moto l’intero fenomeno oggi noto come cool neo-ottomanoM. Kraidy e O. Al-Ghazzi, “Neo-Ottoman Cool. Turkish Popular Culture in the Arab Public Sphere”, in Popular Communication, 11(1), 2013, pp. 17-29.. Al successo hanno fatto seguito sermoni nelle moschee, fatwa come quella del Mufti di Aleppo che ha proibito ai fedeli di presentarsi alla preghiera indossando t-shirt con le facce dei protagonisti di Noor, ma anche nuovi trend nella moda e nell’interior design, e perfino nelle acconciature in voga tra i giovani giordani che si decorano il capo con i nomi arabi dei protagonisti della serie, Noor e Muhammed. Considerando i trascorsi dell’Impero Ottomano in Medio Oriente, è difficile capire come un tale successo sia possibile. Ma se si va sul piano degli immaginari, le ragioni emergono con chiarezza. Da un lato i serial turchi raccontano storie in cui gli abitanti del Medio Oriente non sono i cattivi, ma gli eroi. Dall’altro forniscono l’ingresso a una modernità che riesce a essere tale pur nel rispetto dell’Islam, una specie di terra seducente e liberale a portata di mano in cui le aspirazioni di vita non sono in contrasto con le proprie radici. All’interno di quest’idea di modernità anche il ruolo della donna mostra una dinamicità insospettabile. Noor è la storia di una giovane e umile disegnatrice di moda che sposa un uomo ricco su intercessione dello zio. Il giovane però soffre ancora per la scomparsa della fidanzata e si rifiuta di consumare il matrimonio… Le scene più viste su YouTube sono quelle d’amore, specie quelle con maggiore tensione sessuale, in cui la camera si sofferma sul corpo dei protagonisti maschili a tutto beneficio delle spettatrici. E così il serial è stato causa di divorzio in Arabia Saudita, Siria e SudanIbidem..

Dal Medio Oriente, transitando per i paesi dell’area balcanica e scandinava, i serial turchi sono arrivati in Cile, prima tappa dello sbarco in America Latina. “Ci interessano le storie d’amore. Nelle nostre telenovela i protagonisti si baciano al primo o secondo episodio, mentre in Fatmagül accade solo alla centotredicesima puntata”. Chi parla è Juan Vicente, dirigente di Mega Channel, il canale cileno che per primo ha importato i serial turchi in America Latina. Quelle che in Medio Oriente sono vissute come opere sensuali e scabrose, in Sud America sono apprezzate anche per la lentezza con cui si svolgono le relazioni amorose, dove il bacio sostituisce il matrimonio e arriva alla fine della storia. Un’attesa estenuante che ha tenuto con il fiato sospeso una nazione intera, al punto che il giorno dopo il famoso beso i giornali nazionali hanno messo la notizia in prima pagina. Mega Channel è balzato in testa alla classifica dei canali più visti, con picchi del 40% di ascolto. Dopo i successi di Fatmagül e Binbir Gece (Le mille e una notte), i serial turchi sono ora così famosi che Mega non ha nemmeno sentito il bisogno di tradurre in spagnolo il titolo dell’adattamento turco di The OC, trasmesso con la parola originale Medcezir, che per un cileno non significa nulla ma rimanda immediatamente alla nuova patria delle storie, verso cui il turismo cileno è cresciuto del 400%. Invitato lo scorso anno a Cannes, Juan Vicente ha sostenuto che la ragione del successo dei serial turchi sta nel porre al centro della narrazione un tipo di conflitto diverso rispetto al mondo sudamericano, non più sociale ma etico: come in Binbir Gece, dove una giovane madre vedova, Şehrazat, riceve una proposta indecente dal proprio capo, anche lui giovane e bello, che si offre di pagare le cure per il cancro del figlio in cambio di. Oltre a questo: gli attori turchi di serial assomigliano molto agli attori latini di telenovela, i valori familiari sono condivisi, ed è comune anche l’utilizzo ricorrente di figure maschili inizialmente negative che nel corso della narrazione si redimono e diventano gli eroi del pubblico. Al successo in Cile ha fatto eco quello in Colombia, fino all’approdo negli Stati Uniti, non solo in forma di ready-made ma anche di adattamenti locali. È il caso di Game of Silence (Suskunlar), in onda su NBC, il cui possibile successo potrebbe far crescere ulteriormente il fascino dei serial turchi nel mondo.

Da Sud a Nord, e poi di nuovo a Sud

Nel 2003, a Miami, Telemundo comincia a produrre telenovela per differenziare la sua offerta da quella della rivale Univision, leader nell’importazione di titoli dall’America Latina. I due network si contendono il pubblico ispanico residente negli Stati Uniti, sempre più numeroso e commercialmente importante. Qualche anno dopo, Telemundo esplora un nuovo genere di telenovela, nato in Colombia, con al centro storie di narcotraffico dallo stile neorealista, allontanandosi ulteriormente dalle telenovela tradizionali programmate da Univision. Non solo le importa, ma le produce, prima con l’adattamento della colombiana Sin tetas no hay paraìso, ritenuta da molti il primo esemplare di un sottogenere che ibrida telenovela e crime, e poi con l’originale La reina del sur, il cui successo segna l’ingresso definitivo di Telemundo tra i principali produttori mondiali del genere. Sono titoli con alti valori produttivi, telenovela da prime time, in onda una volta alla settimana come le serie e non tutti i giorni, con i migliori attori, che piacciono al pubblico ispanico per la capacità di innovare un genere che sembrava immutabile. I latinos degli Stati Uniti – erano 55 milioni nel 2014 – sono legati alle loro origini, ma amano il paese in cui vivono e vogliono sentirsene parte. Aspirano a personaggi come Cristòbal Parker, giovane e brillante businessman di New York, proprietario di una catena di alberghi e del ristorante più sofisticato di Manhattan, che porta impressi nel suo nome tanto l’origine quanto il suo presente: eroe buono di cui si innamora Marisa Lujàn, cameriera scappata da una cittadina messicana finita in mano ai narcos, protagonista di Una Maid en Manhattan. Un titolo che ben rappresenta un altro sottogenere per cui Telemundo è famosa, quello della telenovela-romance. Proprio la sperimentazione è una delle ragioni del successo presso il pubblico più giovane: la radice è quella cara ai genitori, alle mamme e alle nonne, ma il risultato è qualcosa di nuovo, pienamente moderno e quindi accettabile. Sono stati creati persino i sottogeneri fantasy (Aurora, El Clon, El fantasma de Elena) e mistery (Alguien te Mira, ¿Dónde está Elisa?, La Casa de al Lado), il cui successo è andato oltre i confini nordamericani per tornare, come un serpente che si morde la coda, ai paesi di origine dell’America Latina.

Finché ce n'è

Quello delle telenovela è un mondo bistrattato e considerato adatto solo a pubblici dai gusti beceri, ma in realtà nasconde una ricchezza incredibile per capire un popolo, una nazione e un’area geopolitica. È la sua capacità di essere popolare che gli conferisce questo valore, ed è la sua abilità nel trasfigurare la realtà, giorno dopo giorno dopo giorno, che la rende popolare. È un genere dove i personaggi non cambiano mai o hanno archi narrativi lunghissimi, proprio come le persone nella realtà; nel quale ogni singola storia deve generare nuove storie in una coazione a ripetere che assomiglia alla vita. Forse è per questo che la morte nelle telenovela, o la morte stessa di una telenovela, genera veri e propri lutti collettivi. Non c’è solo il piacere di un racconto che sembra non finire mai, ma c’è anche il suo peso e la condanna della sua scrittura. Del resto anche Sherazade, ne Le mille e una notte, raccontava storie seriali per intrattenere il re e rimandare il giorno della sua esecuzione.