Accanto ai classici salotti, ci sono altri usi televisivi della parola politica. E la tv  francese li sta sperimentando, tra scripted reality ed emotainment.

“Questa serie di trasmissioni ha per unico scopo di darvi, attraverso i successivi interventi dei rappresentanti più qualificati dei diversi partiti, nessuno escluso, una conoscenza più ampia e più diretta delle alternative tra le quali voi, con il vostro voto, sarete chiamati a scegliere”. Così, nel 1960, il giornalista Gianni Granzotto apriva la prima Tribuna elettorale, riconoscendo sin da subito alla tv il ruolo decisivo di mediazione tra lo spettatore/elettore e il politico. “Una conoscenza più ampia e più diretta”: il principio enunciato da Granzotto è alto e nobile, e qualsiasi redazione televisiva, a precisa domanda, potrebbe ribadirlo con formule uguali nella sostanza. Un principio valido in caso di scadenze elettorali, di eventi lontani che sentiamo terribilmente nostri (su tutti il Brexit e l’elezione di Donald Trump), o in caso di Emergenze Nazionali (noi italiani ricordiamo l’angosciosa adrenalina del febbraio 2013). Ma dovrebbe valere anche, e soprattutto, quando le luci si abbassano, e dunque l’effetto emotivo dettato dall’urgenza viene meno, o quando, semplicemente, la vita continua.

Conduttore, politici, pubblico, contraddittorio, faccia a faccia, applausi. Con gli anni ci siamo abituati al genere talk show, a uno spettacolo quotidiano che inizia la mattina all’alba e termina a notte fonda, e a un senso generale di abitudine, ripetizione, di low cost su cui aleggia lo spettro del dire “sempre le stesse cose”. Considerando che una televisione senza politica è semplicemente inimmaginabile, a tutte le latitudini, è possibile pensare di inventarsi qualcosa di diverso dai soliti schemi? Esistono altri modi per usare i politici in tv (senza che nessuno, compresi i politici, si scandalizzi)? Alcune risposte arrivano dal panorama audiovisivo francese, in particolare da France Télévision e dalla tv commerciale M6.

La riscrittura della realtà

Impossibile confondere il servizio pubblico e le altre reti private. Esiste un solco netto, soprattutto nel campo dell’informazione. Il telegiornale di France 2 fa meno numeri del concorrente di TF1, ma ha un potenziale di credibilità superiore, merito di un lavoro molto preciso in termini di pedagogia (un istinto primario, presente a tutti i livelli della società francese) e di sperimentazione: quando hai le idee chiare in termini di racconto televisivo (cosa funziona e cosa no, quali sono le esigenze degli spettatori) e non devi dipendere dai numeri dell’audience, allora è più facile osare, mescolare generi e linguaggi.

In questo quadro, molto prima delle presidenziali del 2017, a France 2 si sono chiesti come provare ad affrontare la materia politica in modo differente rispetto al classico talk. Partendo da quello che non c’era, ovvero la comunicazione off the record, i famosi retroscena che sono ormai la norma nella carta stampata: come parlano i politici veramente? Come comunicano tra di loro? Come si comportano quando le telecamere sono spente? La necessità di rendere questi testi in chiave visiva ha spinto il telegiornale a varare una serie di docufiction, Les Verbatims, in onda la domenica all’interno del tg delle 13, con cadenza più o meno bimestrale, e un sottotitolo che illustra perfettamente gli intenti: “Le scene di fiction sono liberamente ispirate alla realtà, ma le dichiarazioni sono autentiche”. Due gruppi di lavoro distinti, la redazione giornalistica per la realtà e una casa di produzione per la finzione. Uno sforzo enorme per un programma in onda all’ora di pranzo.

Ma come nasce esattamente un prodotto del genere? I giornalisti di France 2 realizzano delle interviste e passano al setaccio ogni intervento o dichiarazione di questo o quel politico. Il materiale raccolto è  inviato a un gruppo di autori che scrivono degli script, a loro volta poi verificati dai giornalisti. Infine, sono girate le docufiction con degli attori che interpretano i vari esponenti politici, e le scene finte si alternano a quelle vere. Il racconto, ed è qui la novità per certi versi scombussolante, entra ed esce dalla realtà in continuazione. Ignora il principio basilare della sospensione dell’incredulità, ma stipula ugualmente un patto non scritto con lo spettatore: fidatevi di noi, vi porteremo fin dove non avete mai visto i politici. Di solito si parte da un evento reale, un meeting, un incontro pubblico, in cui le telecamere hanno libero accesso. Una voce fuori campo ha il compito di drammatizzare e creare i ponti di raccordo con le scene ricostruite in luoghi vietati, come le direzioni di partito. Lo sforzo principale è di aggirare le solite trappole delle docufiction, per esempio la discutibile qualità delle interpretazioni attoriali, o la parodia involontaria. “Non siamo come i Guignols, che inventano testi falsi per delle marionette. Non vogliamo fare caricature, ma proporre una scrittura alternativa per regalare allo spettatore un’esperienza irripetibile”, dicono a France 2. Il risultato è una sorta di scripted reality che incrocia ora la ricostruzione storica ora la fiction di anticipazione.

Quando gli autori dei Verbatims decidono di fare il punto sulla presidenza Hollande, tra l’esercizio del potere e i fallimenti del passato, ripartono dall’aprile 2002, e dallo choc da cui la gauche non si è mai ripresa: Lionel Jospin, primo ministro uscente e candidato del partito socialista, arriva terzo mandando al ballottaggio Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen. All’inizio il racconto segue la forma del classico documentario, con immagini di repertorio e interviste ufficiali ai protagonisti. Dagli archivi ecco Jospin, la sera del primo turno, al quartier generale. Le telecamere dell’epoca lo seguono fino alla porta dietro cui si celano gli altri big del partito, tra cui Hollande e Royal. Poi, stacco di montaggio, lo spettatore cade nel pozzo del plausibile: il vero Jospin lascia il posto al finto Jospin, interpretato da un attore, e ora ci troviamo dentro quella stanza da cui le telecamere ufficiali erano rimaste fuori. In sovrimpressione la scritta “ricostruzione”, lo spettatore è portato al cuore del dramma politico. “Jospin” apprende dai suoi colleghi di essere arrivato terzo, mentre sullo sfondo la tv accesa rimanda le immagini vere di France 2. Il cortocircuito è vertiginoso: realtà, fiction e metanarrazione si mescolano dando come risultato una realtà aggiustata, un “né vero né falso” che attrae e respinge allo stesso tempo.

Nell’ottobre 2016, alla vigilia del primo dibattito tra i candidati alle primarie della destra, in onda qualche giorno dopo sul concorrente TF1, Les Verbatims decide di costruire, letteralmente, un mondo parallelo, sulla base di un what if molto semplice: e se fossimo noi ad avere i diritti di trasmissione? Partendo da un meticoloso lavoro sui programmi elettorali, sulle dichiarazioni e sulle interviste, gli autori mettono in scena i dialoghi possibili tra i vari candidati (tra cui i due favoriti “Juppé” e “Sarkozy”) nella sala trucco, o nei corridoi degli studi televisivi del servizio pubblico. Segue poi il “dibattito” all’americana, affidato al vero giornalista Franz Olivier Giesbert. Al termine di questa bizzarra pièce il pubblico è pronto per tornare nel mondo reale, cioè nello studio del telegiornale, quello vero. Il conduttore e i vari ospiti commentano quando appena andato in onda, ovvero qualcosa che è avvenuto ma non è avvenuto. Una sfida incredibile lanciata ai telespettatori meno smaliziati, e che flirta continuamente con il fuoco: da un lato compie l’autogol di tirare la volata all’evento di TF1, dall’altro riesce a svuotarlo, almeno un po’, di interesse. A volte infatti la realtà può essere più noiosa della finzione. Qualche giorno dopo, guardando il vero dibattito su TF1, ingessato dai timer che scorrono lenti nei display sotto ogni candidato, e da una dialettica sedata dalla par condicio (e dalla paura di perdere), il pensiero non può che correre alla fiction di anticipazione di France 2, molto più avvincente, efficace, interessante, proprio perché scritta. Ecco: un’esperienza irripetibile.

Piangono i politici

Il network commerciale M6 (Pechino Express, La France a un incroyable talent, Top Chef) non si è mai occupato di politica e da tempo cercava un prodotto che riempisse la casella senza snaturare lo spirito di rete. E così ha pensato di rivolgersi a Karine Le Marchand, già conduttrice della versione originale de Il contadino cerca moglie (L’Amour est dans le pré, in onda il lunedì con picchi di oltre il 25%, e fan d’eccezione come Michel Houellebecq), per realizzare un programma in grado di far emergere il lato più intimo dei vari esponenti politici: al di là delle loro idee, chi sono davvero questi uomini e queste donne che hanno l’ambizione di guidare il Paese?

Nasce così Une Ambition intime, una serie di chiacchierate a “cuore aperto”, della durata di mezz’ora, in cui si ripercorrono le biografie dei politici, dalla nascita fino al presente. Si parla pochissimo di politica e moltissimo di sentimenti. Si sorride, e si piange. Come nelle trasmissioni emotainment con la gente comune, ma con i politici. Karine Le Marchand, tra i volti più popolari della tv francese (le cronache riportano anche un divorzio complicato dall’ex calciatore Lilian Thuram), ha costruito Une Ambition intime nel solco del Contadino (“tratto i politici come fossero i miei agricoltori”): l’atmosfera è conviviale, si beve buon vino, si fanno battute a doppio senso. Il set non è uno studio tv ma una casa che somiglia a quella vera dell’ospite di turno, con vere fotografie e svariati oggetti-madeleine. Sotto un diluvio di canzoni che ormai appartengono al canone della “emo-clip in tv” (non ci si fa mancare niente: le onnipresenti cover di Skinny Love e Hallelujah, la sigla di Friends in versione acustica, e persino A te di Jovanotti) la conduttrice riceve il politico e lo fa accomodare in salotto o in giardino prima di iniziare il lavorio emozionale con l’aiuto di contributi filmati di questo o quel parente. Il montaggio e la confezione impeccabile rendono il racconto, come dire, piacevole.

La novità sta dunque nella cornice e nel tono. I politici hanno di fronte qualcuno che non li tratta con aggressività, superiorità o condiscendenza, ma da pari: totalmente a proprio agio, si lasciano andare a confessioni personali inedite. Una figlia nata prematura, un padre violento, gli amori, i lutti, le batoste della vita. Scorrono aneddoti, e lacrime, ma senza indugiare (troppo) sui pettegolezzi. Ai francesi la vita privata anche sregolata dei propri politici interessa soprattutto in termini di coerenza con l’azione politica. Ecco il motivo per cui personalità del calibro di Sarkozy, Juppé, Montebourg, Bayrou e Fillon si sono prestati volentieri a questo esercizio di confessione intima: ribadire la propria visione del mondo, ma con dolcezza, tra una ballad e decine di candele accese “per fare atmosfera”. Ma qualcuno aveva in mente un piano diverso.

“Perché ha accettato di partecipare?”

“Perché di me si ha un’immagine molto lontana da quello che sono, tutti pensano che io sia fredda, autoritaria, ma io sono sempre di buonumore”.

Comincia così il ritratto di questa donna solare, positiva, che ama il giardinaggio (“Con mio marito ci scambiamo le foto dei nostri fiori”) e sogna di essere la prima donna Presidente della Repubblica. Marine Le Pen ha una storia incredibile. Figlia di un padre così ingombrante. Vittima di un attentato di matrice politica all’età di 8 anni (una bomba esplose nel palazzo in cui viveva con la famiglia). La madre Pierrette che prima abbandona la famiglia sparendo nel nulla senza dare più notizie, poi qualche anno dopo posa nuda per Playboy (“Madame Le Pen fa le pulizie”, il titolo di quel reperto anni ’80). Tre figli in 10 mesi (“Marine, ma come ha fatto?” “Beh, due erano gemelli”). Una carriera di avvocato penalista in cui si trova a difendere dei clandestini (“Nel partito me lo rimproverano ancora oggi. Ma erano esseri umani, non potevo negar loro i diritti”). La carriera politica iniziata quasi per caso. La presidenza del partito e la decisione di cacciare il padre divenuto impresentabile (“Il momento più difficile della mia vita”). La corsa alle presidenziali da favorita.

Una storia unica, siamo tutti d’accordo. Ma Marine Le Pen è uguale agli altri? Da anni i media francesi si affannano in uno sterile dibattito sull’opportunità o meno di dare visibilità a un partito i cui principi non collimano con quelli della Quinta Repubblica. C’è chi fieramente si vanta di invitare esponenti del Front National solo se costretti dalla par condicio, e chi non si vergogna di considerarli come parte legittima del panorama politico. Tra questi Karine Le Marchand, che ha difeso la scelta di ospitare Le Pen sostenendo che la strategia di demonizzazione e isolamento degli ultimi anni non ha funzionato: il FN è virtualmente il primo partito di Francia, perché non provare a conoscerla meglio, e mostrarla per quella che è veramente?

Oltre al talk c’è dunque di più. Bisogna dire che le generaliste francesi soffrono meno della saturazione del genere (i politici sono molto più presenti su radio e all news) e dunque, paradossalmente, sono più predisposte a pensare out of the box. Qualche critica, spesso preventiva, è comunque arrivata, da giornalisti e spettatori: Les Verbatims e Une Ambition intime sono accusati di manipolazione, mancanza di deontologia, interferenza nella normale dialettica elettore/politico. Curiosamente però, i politici non hanno avuto molto da ridire. Non si sono offesi nel vedere le proprie finte maschere comportarsi come mai loro avrebbero il coraggio di fare, e non si sono vergognati di andare in tv per rinforzare o modificare la propria immagine, non essendoci riusciti con gli strumenti del proprio mestiere. I due programmi dimostrano che il rapporto di forza si è completamente sbilanciato. La tv può fare quello che vuole dei politici e questi, dal canto loro, mentre pensano di poter usare la televisione a proprio vantaggio, non si rendono conto del tranello in cui cadono ogni volta che accettano di mostrarsi per quello che sono veramente. Il principio della “conoscenza più ampia e più diretta” infatti può anche valere al contrario: forse la tv non serve a vincere le elezioni, ma di sicuro può farle perdere.