Quello tra la stand up comedy di derivazione anglosassone e la comicità all’italiana sembra uno scontro di civiltà. Ma tra web e palchi qualcosa si sta muovendo.

Quando si parla di stand up comedy noi italiani finiamo spesso per lamentarci della nostra diversità e inadeguatezza, dell’ossessione per il tormentone e per la comicità superficiale, dell’abbondanza non richiesta di comici che si lamentano delle suocere invece di sviscerare sul palco i propri problemi, lamentandosi non della suocera (in Italia l’Asse del Male inizia con il diavolo e finisce con le suocere, bypassando l’Isis e la geopolitica) ma di se stessi e del mondo intero. Il colpevole, l’origine della nostra inadeguatezza, è la commedia dell’arte, ci diciamo maledicendo a botte d’ignoranza una tradizione artistica che nel Cinquecento ispirava il mondo, esportando maschere e spettacoli in tutta Europa. In questo senso il saggio Italian and Elizabethan Comedy (1908) di Winifred Smith è un poderoso invito a riappropriarci della nostra grandezza passata (e dimenticata) invece di retrocedere le culture italiane a una serie B in cui non hanno mai militato. E anche quando ci confrontiamo con Shakespeare, dimentichiamo di una delle principali influenze del Bardo, il Rinascimento (malgrado gli inglesi lo rendano con un termine francese, Renaissance, rimane la cosa più italiana della storia, altro che pizza). Dimentichi di come la comicità veneziana, napoletana e milanese abbiano influenzato i Grandi della commedia e della tragedia, rimaniamo soli con la nostra maledizione contemporanea: in Italia non esistono comici moderni, dediti allo stand up, e tutti i modelli del settore – da Richard Pryor a George Carlin arrivando a Louis C.K. – non hanno nulla di nostro. Ma soprattutto – è questo il sorso più amaro del calice – noi non abbiamo nulla di loro.

Trovare un esempio di stand up italiano è un compito arduo: c’è il caso di Daniele Luttazzi, i cui riferimenti si è poi scoperto essere un po’ troppo, davvero troppo, letterali; ma prima e dopo di lui, il nulla. Su YouTube si trova un germinale e cattivissimo Paolo Villaggio che tiene un microfono in mano – è il 1966, in una trasmissione di Renzo Arbore – e sbertuccia i tipici canti tradizionali di montagna, sempre tragici e funesti. Si avvicina davvero molto all’idea di stand up. Oltre a questo, però, solo qualche briciola.

Vi è mai capitato di vedere uno spettacolo di stand up in italiano e in Italia? A me è successo a Roma, quattro anni fa, al Circolo degli Artisti e in un altro locale di cui non ricordo il nome. Questi incredibili eventi – embrionali, spesso amabilmente naif – erano organizzati da Satiriasi, un’allegra compagnia di giro che poco prima degli anni Dieci aveva deciso di fare stand up. In Italia. Tra questi ricordiamo Saverio Raimondo, poi approdato in televisione (Comedy Central) e alla radio (Stand Up, su Radiodue). Siccome proporsi oggi come stand up comedian in Italia deve essere alienante e frustrante quanto organizzare una festa di Halloween a Viareggio nel 1981, non ho potuto che chiedere lumi a Raimondo: come ha iniziato, perché, chi glielo ha fatto fare e come reagiva e reagisce il pubblico. “È un genere che qui non esiste, di conseguenza non esiste il pubblico e, soprattutto, non esistono i locali. Il problema è che il monologo da cabaret e quello da stand up sono completamente diversi e la platea spesso non riesce a riconoscere quello che stai facendo”. L’abisso (colmabile) è culturale; il vero dramma sembra però logistico: l’assenza di comedy club nella penisola toglie spazi alla crescita, impedisce una selezione degli aspiranti comici e storpia sul nascere ogni tentativo d’esperimento, soffocando il genere. “Dove cresco?, Dove mi espongo?” si domanda Raimondo, “come supero i vari pregiudizi come quello secondo cui ‘eh ma stai imitando Luttazzi’. È una critica costante,” racconta, “un classico, perché lui è l’unico riferimento: se tu in un monologo dici ‘sperma’, immediatamente tutti pensano a lui e gridano al plagio”. È anche questo un problema, l’ombra lunga del pioniere Luttazzi che copre tutto e non lascia spazio ad altri tentativi – l’idea che esista l’accusa “stai copiando Luttazzi” ha poi del grottesco alla luce del Luttazzi-Gate, ma d’altronde è anche per questo che l’Italia è il paese della commedia dell’arte.

È il “dove” il cuore del problema. Attorno a un luogo possono svilupparsi artisti, pubblico e, con il tempo, un’eccellenza. Purtroppo, a oggi, il “dove” della comicità italiana coincide con il cabaret; Saverio Raimondo ricorda con un brivido i suoi tentativi di stand up davanti a quel tipo di pubblico “incapace di riconoscere quello che stavi facendo”.

Il popolo della rete

Lo scenario ha cominciato a mutare con la diffusione di internet: è sul web che Luttazzi, fino allora sovrano indiscusso della comicità italiana, è stato prima sospettato e poi meticolosamente denudato dei vari riferimenti con cui aveva costellato il suo repertorio; ed è online che chiunque può incrociare i migliori stand up della storia, spesso guarniti dai rispettosi sottotitoli in italiano realizzati da ComedyBay, crew di appassionati che qualche anno fa, quando si facevano chiamare ComedySubs, furono tra i principali attori del Luttazzi-Gate – e il cerchio si chiude. Grazie a internet è facile scoprire Louis C.K. e risalire ai Carlin, Hicks, Eddie Murphy, Pryor; è facile aprire gli occhi e ritrovarsi in un mondo affollatissimo e vitale invisibile dalle coste italiane. E infatti qualcosa si sta muovendo.

Claudio Zucca è presidente e direttore didattico dell’Accademia del Comico, un esperto a suo agio con la tradizione cabarettistica del nostro Paese. Anche per questo è il miglior testimone “interno” di una nuova tendenza che, spiega, comincia a fare breccia tra le nuove generazioni: “Nell’ultimo periodo si è visto un cambiamento nell’approccio alla comicità. Ormai si ricercano esempi di comicità su YouTube e saltano subito all’occhio Lenny Bruce, George Carlin, Bill Hicks, Richard Pryor e altri ancora. Per questo come scuola stiamo lavorando sempre più sul pensiero comico, e abbiamo ottenuto la certificazione per utilizzare il metodo di Greg Dean, uno degli autori del Saturday Night Live, sulla scrittura della stand up comedy”. È da poco attivo anche un workshop totalmente dedicato al genere in cui insegnano i pochi comedian italici in veste di maestri e “pionieri” importatori. Si tratta di una transizione lenta che solo ora ha preso a interessare gli addetti ai lavori. La conversione è quindi lontana, poiché è necessario “riabituare il pubblico a un differente genere di comicità”, continua Zucca, “anche se è il pubblico stesso che lo chiede. In fondo, si tratta di fornire uno sguardo diverso sulla realtà, e questa è una delle basi della comicità: l’abbiamo inventata in Italia con la commedia dell’arte, ed è il motore che ha creato capolavori come Il grande dittatore e tutta la filmografia di Mel Brooks e Woody Allen”.

Se da una parte l’industria del comico in Italia continua a concentrarsi sulla fabbricazione di tormentoni da portare al casting di Zelig o Colorado, i primissimi germogli di uno stilnovo fanno ben sperare e contribuiscono a creare importanti precedenti. Siamo quindi in una fase delicata, occorre crescere senza rompere gli ingranaggi del neonato meccanismo.

Come fermare l’indulgenza?

Ripetiamo i nomi più citati in questo articolo, i più quotati tra gli appassionati al genere: George Carlin, Richard Pryor, Bill Hicks, Louis C.K.; sono tutti artisti che hanno usato o usano toni molto forti, giocando sul filo del tabù (e spesso tagliando quel filo, come fece Carlin con le sue “Seven Dirty Words” da non dire in televisione), e c’è il rischio che un neofita possa imparare l’equivalenza tra comicità forte ed estrema e stand up, quando invece la seconda raccoglie qualsiasi tono e timbro comico, dal più leggero e familiare (il nome Jerry Seinfeld vi dice qualcosa?) alla rabbia etilica di Doug Stanhope. “C’è un enorme bisogno di stand up comedy frivola” spiega Raimondo, e finora in Italia non se n’è vista: “non lasciamo le frivolezze al cabaret” implora il comico, “altrimenti si rischia un’importazione del fenomeno monca e sbagliata”. Che finirebbe per turbare il pubblico più mainstream spingendolo lontano dal genere e le sue volgarità e blasfemie. Se ci pensate è davvero incredibile: con tutto quello che c’è da osservare in Italia, ogni giorno, in qualunque bar o stradina di periferia, con tutta l’umanità adatta al repertorio comico, siamo ancora orfani dell’observational comedy.

E a proposito dell’importazione di generi a cui abbiamo accennato, tra gli addetti ai lavori è in corso una discussione sul futuro della stand up comedy italiana: secondo alcuni verrà inevitabilmente influenzata dalle regole della tradizione nostrana – allungata potremmo dire, come fosse un vino troppo forte servito a un palato poco abituato. Secondo altri, tra cui Raimondo, l’italianizzazione della stand up comedy sarebbe un vulnus inaccettabile, un patchwork morboso e frankensteiniano visto che “da noi la comicità è indulgenza, che è praticamente il contrario di quanto avviene nella cultura protestante”.

Quando due culture distanti si incontrano, possono abbracciarsi o prendersi a sberle. Per ora, nello scontro tra comicità italiana e stand up, avvengono entrambe le cose: c’è una parte del pubblico che attende l’arrivo degli Alleati anglosassoni come alfieri di una tanto attesa Liberazione comica, e c’è chi respinge e ripropone la tradizione come modello unico. Cosa succederà nei prossimi anni? Possiamo usare dei modelli di previsione basandoci su altre tradizioni aliene al Mediterraneo giunte da oltreoceano, come quella del rap. L’hip hop italiano nasce germinalmente negli anni Novanta con tentativi spesso raffazzonati che avevano la funzione di sondare il terreno per piantare qualche seme solitario e disperato. Negli ultimi due anni, quasi un ventennio dopo, il rap italiano è una realtà in crescita che si sta facendo un’identità al di là dello scimmiottamento delle stelle e strisce: c’è voluto tempo per accumulare un buon numero di pionieri, creare una domanda e un pubblico e convincere le major musicali e le radio a provarci. Ci vorrà molto tempo anche per concretizzare il sogno di una stand up comedy italiana (e non all’italiana).

Non è un percorso fisso, ovviamente. Ed esiste il rischio della scoperta improvvisa e della successiva speculazione della novità: a dipingere questo scenario plumbeo è ancora una volta Raimondo, che ricorda quanto successo al burlesque, genere di spettacolo storicamente di nicchia che qualche anno fa è esploso in Italia, tappezzando il panorama italiano di manifesti esotici, uniformando locali di qualsiasi tipo di un nuovo zeitgeist usa-e-getta. È durato poco. I giacimenti di burlesque nella penisola si sono rivelati presto esauriti e il pubblico, passato in un istante da addicted a distante, se ne è andato.

Quello della deriva-burlesque sembra un pericolo distante. Il nervo più sensibile della questione rimane il dove: molti italiani hanno trovato un luogo confortevole e ricco di proposte nel web ed è da qui che la base (la “pancia” del futuro pubblico) continuerà a formarsi. Forse la soluzione sta nel tempo: un altro decennio passato sotto il lumino di ComedyBay e siti simili, con la compagnia di qualche episodio sporadico come il programma di Raimondo, ingrosserà le fila degli appassionati italiani di stand up. Con il rap è successo lo stesso: dieci anni fa i concerti hip hop erano cose di nicchia e da qualche centro sociale distratto, mentre oggi sono eventi di massa, sono in. Il rap italiano non ha ancora trovato il suo Nas, certo, così come lo stand up italiano faticherà a partorire un Louis C.K., ma perlomeno ci saremo allontanati dai Gemelli Diversi e da Martufello. Aspettiamo e continuiamo a studiare.