Per creare uno stile riconoscibile servono impegno e dedizione. Cose che non mancano a Pesci Combattenti, che da Rubio approda alla prima serata di Selfie.

Tra le case di produzione indipendenti di casa nostra, ce ne sono alcune che hanno saputo costruire  uno stile personale, distintivo. Un programma realizzato da Pesci Combattenti lo riconosci subito, per la qualità dell’immagine che richiama la tradizione cinematografica italiana degli anni Settanta, per la scelta di protagonisti coerenti con questo immaginario, su tutti Chef Rubio, e per l’attento lavoro di post-produzione che porta il genere dell’unscripted al confine con la fiction. Abbiamo intervistato Cristiana Mastropietro, che insieme al fratello Riccardo e a Giulio Testa ha fondato la società, per capire da dove arriva questo stile e quali evoluzioni può avere ora che per la prima volta Pesci Combattenti ha fatto il grande salto nel prime time della generalista con Selfie. Le cose cambiano. A conferma della crescita, è arrivato anche l’inserimento nel FT1000 Europe’s Fastest Growing Companies, l’elenco stilato dal Financial Times delle aziende europee che hanno registrato la crescita più rapida tra il 2012 e il 2015. Lì dentro Pesci Combattenti figura come unico produttore italiano.

Cominciamo da Selfie. Come mai una casa di produzione indipendente, che di solito lavora da sola sul multichannel free, ha partecipato invece a una coproduzione così importante con Fascino?

Si tratta di una collaborazione che ci è stata proposta e la decisione si è rivelata molto semplice. Se vai in giro con una Mini, per quanto carina e veloce e ti propongono di fare un giro in Ferrari, se ti piacciono le macchine sulla Ferrari ci sali eccome. Fascino può sembrare una casa di produzione molto diversa da noi, ma possiede almeno due elementi che ci rendono più simili, rispetto ad altre società con cui abbiamo avuto contatti. Il primo è la conduzione familiare: sono due gruppi di lavoro che si conoscono molto bene da tanto tempo. La seconda caratteristica, che ci ha incoraggiato a percorrere questa strada, è l’artigianalità dei prodotti. Pur con dimensioni diverse e una potenza di fuoco non comparabile, questi due elementi ci accomunano. Poi è chiaro che ogni collaborazione che inizia è una scommessa da parte di tutti.

Cosa fate voi per il programma?

Pesci cura i filmati delle storie di cambiamento di Selfie. Durante la preparazione della prima stagione abbiamo anche partecipato allo sviluppo della struttura, ma il nostro apporto, specie in questa seconda stagione, è concentrato sui filmati esterni di quella che è la parte docu-factual del programma. La trasformazione di una persona, con un intervento chirurgico o attraverso sedute di psicoterapia, è un percorso a volte lungo, che andava documentato con il linguaggio del factual.

Qual è la vostra identità? Perché rappresentate una novità nel panorama produttivo nazionale?

Non so se rappresentiamo una novità.

Siete percepiti come tali.

Questo ovviamente ci fa molto piacere, e credo sia soprattutto per il nostro linguaggio. Nel lavoro che abbiamo fatto in questi anni, lo sforzo maggiore è stato quello di intrecciare il contenuto con il modo in cui è raccontato visivamente.

Mi fai un esempio?

Il primo esempio che mi viene in mente è Unti e Bisunti, che sulla carta è un prodotto molto semplice, nel quale abbiamo mostrato per tre stagioni la cucina di strada attraverso gli occhi di uno chef scorretto, cercando di raccontare il territorio con le persone che lo animano e quindi che lavorano con il cibo. Quello che abbiamo cercato di fare è stato creare un linguaggio che fosse aderente alla realtà raccontata, molto semplice e persino ruvida a volte, e insieme sofisticato, puntando sulla potenza dell’immagine. Per noi questo è un veicolo di racconto molto importante, mai accessorio: il modo di riprendere e montare, le musiche e gli effetti devono accompagnare la storia con forza, con un gusto un po’, mi viene da dire, cinematografico. E ci fa molto piacere vedere che Unti e Bisunti ha fatto scuola, e che viene regolarmente imitato: “girare alla Unti”, ho sentito dire.

Soprattutto Unti e Bisunti, ma anche Il più forte e altre produzioni ricordano un po’ un certo cinema italiano degli anni Settanta, lo Spaghetti Western su tutti. Come è nata questa cosa? Nei vostri programmi mi sembra una costante quella di cercare caratteri forti, che sia Chef Rubio, o Sakara, o anche Lady Ferro.

Probabilmente viene un po’ dal nostro vissuto personale, da ciò che abbiamo sempre guardato e ascoltato. Di sicuro, ci piace raccontare ogni storia, appunto, con una potenza un po’ cinematografica. Anche il filmato di Selfie secondo noi deve avere quest’anima, pur restando aderente al vero ha bisogno di un colore, di un’emozione, di una musica un po’ più filmica. Però sui caratteri forti non ci sono solo muscoli e tatuaggi: se penso a Simonetta Agnello Hornby, con cui abbiamo già girato due programmi e tra poco entreremo in produzione con un terzo, lì la forza del personaggio è ancorata ad altro.

Le vostre storie professionali, prima di Pesci Combattenti, sono legate al cinema?

No, più che altro è un vissuto personale.

Ritorno a Unti e Bisunti. Come avete scovato Chef Rubio?

Guarda, Chef Rubio l’ho conosciuto in modo del tutto casuale a un convegno di nutrizionisti. Una cosa che con la televisione non c’entrava assolutamente nulla: c’era un drappello di cuochi e lui mi colpì per la sua fisicità. Lo contattai e gli dissi che mi sarebbe piaciuto pensare a qualcosa da fare con lui. Allora, cercavo un’idea sulla cucina, e in particolare mi sarebbe piaciuto lavorare sul tema in maniera diversa dai programmi che erano in giro. Mettendoci un po’ di scorrettezza, e raccontandola un po’ più dal basso. In realtà, da questo pensiero alla proposta a Discovery è passato circa un anno e mezzo.

So che all’inizio il format non prevedeva il momento della sfida. È corretto?

Sì, il format è stato perfezionato proprio inserendo la sfida. In realtà, sai cosa è successo? Che il format l’abbiamo costruito pian piano.

E questo è un bene, perché poi il programma è cambiato di stagione in stagione…

All’inizio abbiamo proposto un personaggio su cui costruire un programma di cucina diverso dagli altri, che parlasse di cibo di strada. Dopo di che, appunto, lo abbiamo implementato, lo abbiamo sviluppato, abbiamo inserito via via tutti gli elementi. Quando si è arrivati alla seconda stagione, e ancora di più alla terza, il programma ha subito alcuni cambiamenti, che è stato necessario fare.

Perché?

Perché stiamo parlando di un programma in cui il protagonista è uno solo. E poi il pubblico di Unti e Bisunti si è rivelato fin dall’inizio molto attento ed esigente, e in un certo senso capivamo che il cambiamento era anche una sua richiesta.

Avete creato vari format originali. Di fatto, credo che una delle caratteristiche che definiscono la vostra unicità nel panorama – e la ragione per cui stiamo facendo questa intervista – è il fatto che facciate delle creazioni originali.

Non siamo gli unici. Molte case indipendenti lo fanno. Diciamo però che noi siamo stati abbastanza bravi a imporre alcuni di questi format originali a un pubblico più vasto. Compito molto difficile.

Ecco, mi racconti un po’ delle difficoltà? Perché siamo un Paese che non esporta creatività televisiva o ne esporta veramente molto poca. A differenza di altri che invece, anche piccoli, ne esportano tanta.

Tra le cose che si riescono a esportare dall’Italia c’è soprattutto il cibo. Unti e Bisunti è andato in onda in quasi 100 Paesi, così com’è. Le tradizioni, l’atmosfera di alcuni territori, quelle cose sono unicità italiane: penso anche, per esempio, a Il boss delle cerimonie. E questo si riesce a esportare. Ovviamente sul resto è più difficile, perché ci sono format internazionali che hanno già inventato tutto e il contrario di tutto. Il nostro è proprio un approccio diverso rispetto a quello di una major, che ha un catalogo con centinaia di format già andati in onda con successo in 30 Paesi con certi risultati…

Quindi bisogna, come dire, costringersi a lavorare negli stereotipi e nei limiti?

Non necessariamente, perché Unti e Bisunti è assolutamente fuori dagli stereotipi. Così come lo è un programma come Io e George [il viaggio da Londra alla Sicilia intrapreso dalla scrittrice Simonetta Agnello Hornby con il figlio George, affetto da sclerosi multipla, n.d.r.]. Quindi, siamo noi a dover fare lo sforzo di uscire fuori dagli schemi, mantenendo l’autenticità italiana: c’è e non ce la ruba nessuno. Siccome ormai i prodotti tv si caratterizzano molto grazie al linguaggio, bisogna fare lo sforzo di puntare su questo. Ovviamente è più faticoso, ma ne vale la pena.

Voi fate anche un grande lavoro di post-produzione

Enorme. È un aspetto che curiamo moltissimo, innanzitutto perché Pesci Combattenti nasce come società di post-produzione. Riccardo Mastropietro e Giulio Testa [soci di Cristiana, n.d.r.] vengono da lì, e per noi è un anello fondante della catena produttiva che va dall’ideazione alla messa in onda: è lì che costruisci un pezzo molto importante del linguaggio di cui parlavo prima. Non si tratta semplicemente di montare un programma. È ancora una volta creare un linguaggio, chiederci che “film” vogliamo raccontare. Prima citavi Lady Ferro. Ecco, quello è un concept e un programma in cui la post-produzione ha contato moltissimo, oltre al modo in cui è girato. È in post che abbiamo costruito l’immaginario di Lady Ferro. E l’immaginario di Lady Ferro per noi era Brutti, sporchi e cattivi. Per Chef Rubio in realtà ci sono tanti pezzi. Ma quello su cui abbiamo puntato in post-produzione è la potenza assoluta che dovevano avere le immagini, i rumori. Volevamo sentire…

Quando lo vedi mangiare ti viene fame.

Esatto.

E invece per Il più forte, cosa avevate in mente? È stata una scelta abbastanza curiosa anche quella. Una cosa così maschile, da Italia di provincia anni Cinquanta, che mi sembra molto attuale oggi. E non saprei dirti perché.

Un po’ perché viviamo negli anni Cinquanta.

Ah sì, dici che viviamo negli anni Cinquanta?

Secondo me sì, perché non siamo più trasgressivi. La vera trasgressione è la normalità. Quindi puntare su quello ti consente, paradossalmente, di essere contemporaneo.

Fare il muscolo, braccio di ferro, queste cose qui? Anche Rubio è un po’ così alla fine.

Ti dico che poi, alla fine delle riprese di ogni puntata de Il più forte, tutta la troupe voleva ripetere le prove. Quindi… il testosterone esiste, accomuna tutti i maschi. Senza stare a fare tanta filosofia, ovviamente, nessuno voleva ridurre il maschio a quello. Però…

Tornando invece all’accento sulla post-produzione, con cui vedi che alcune cose si definiscono man mano… Da un lato, alcune scelte tematiche coerenti tra loro, un recupero delle tradizioni, un viaggio nell’Italia, geografico ma anche nel tempo; e dall’altro, un forte stile che vi caratterizza molto e nasce da una specializzazione pre-esistente. Ecco, alla luce di tutto questo, quale potrebbe essere lo sviluppo di Pesci Combattenti nei prossimi anni?

Guarda, noi non ragioniamo tanto per categorie o generi così definiti. Con il lungometraggio di Unto e Bisunto era la prima volta che tentavamo la strada della fiction. Lo scripted è un territorio che ci piacerebbe esplorare. Poi, ovviamente, sempre secondo le nostre modalità, facciamo diversi generi e abbiamo anche come obiettivo quello di non lavorare solo per la televisione.