Giunti alla conclusione del culto televisivo di inizio estate, dal successo inatteso, è arrivato il momento di chiederci: che cosa ci lascia questa prima edizione di Ora o mai più?

Gli artisti falliti sono fuori dal gioco / Non ci sono mai stati o ci son stati per poco / E ora parlano molto quasi a chiedere scusa / Di aver perso la chiave di una porta ormai chiusa. Per parlare di Ora o mai più, varietà della tv italiana in cui per la prima volta la depressione è un elemento centrale dello spettacolo, impossibile non partire da questi versi scritti da Giorgio Faletti per la cantante Milva. The show must go on, si chiamava la canzone presentata al Festival di Sanremo 2007: ma, esattamente, di quale show stiamo parlando?

Gli artisti falliti, carne da lustrini per programmi-nostalgia, per passerelle e omaggi più o meno ipocriti, di solito sono chiamati in tv il tempo di una notte da leoni. Non c’è passato, non c’è futuro, solo l’adesso dal retrogusto amaro dell’ingiustizia (“non doveva andare così”). Il varietà, sancta sanctorum del sogno e della memoria selettiva (ma solo per le cose belle), non si pone domande, lascia tutto com’è, può persino voltarsi dall’altra parte e far finta di niente quando si sta per entrare in acque profonde. Non interessa a nessuno se droghe e psicofarmaci ti hanno bruciato il cervello e non riesci più a memorizzare nemmeno una strofa, ora devi cantare e devi farlo bene: the show must go on. Ora o mai più poteva essere l’ennesimo titolo di questo infinito cartellone celebrativo. Un gioco, al limite, per ricordare alcune one-hit wonder della musica italiana degli anni Ottanta e Novanta e per distrarci dall’ennesima stagione complicata della nostra storia.

E invece una sera, all’improvviso, gli spettatori sono scossi dal torpore dell’abitudine: sul palco un uomo in là con gli anni, ormai calvo, racconta i suoi esaurimenti nervosi, il suo carattere intrattabile e una triste parabola che va dai vari Festival di Sanremo ai pianobar deserti (“non c’era più nessuno ad ascoltarmi”). Come in tutti i programmi riusciti, bastano pochi frame per capire esattamente dove ci troviamo e decidere di non cambiare canale, come ai vecchi tempi: Ora o mai più è il dark side dei Migliori anni e di Meteore, la versione drama del circo di Tale e quale show.

Perché Zarrillo sì e io no?

Alcuni ex-artisti, “che hanno scalato le classifiche e venduto milioni di dischi”, tentano di ritrovare la popolarità perduta ripartendo da qui, ovvero da una sequela interminabile di tragedie: malattie, lutti, periodi bui, manie di persecuzione o, semplicemente, sfiga. “È la vita, è la vita, carrozzone un po’ sfasciato che perde il passato”, canta un irriconoscibile Marco Armani, e noi pensosamente facciamo sì con la testa, come a un triste concerto che ci vede spettatori a nostra insaputa. Gli artisti falliti sono affiancati da altri artisti di successo, che da un lato li giudicano, come in un qualsiasi talent, e dall’altro li accompagnano nel processo di rinascita attraverso duetti, cover e traballanti lectio magistralis (“Era un falsetto, e pure brutto”, “Ma che dici, quello non era falsetto, era lirica”). In palio un premio irrinunciabile per chi aveva il “sogno proibito di un teatro con fuori scritto tutto esaurito”: l’ebbrezza di un nuovo inedito e un nuovo disco (“in tutte le edicole”).

Nel frattempo il qui e ora televisivo declina il Grande Sogno coniugando la cornice universale della seconda chance con il grande tema del Destino. Chi non ha mai desiderato di poter riprovare qualcosa che la prima volta non era andato per il verso giusto e tornare così sulla cresta dell’onda? Tutti possono identificarsi nella voglia di rivalsa di questi concorrenti, che tornano in tv con la hybris (o faccia tosta) di non arrendersi a una fatale inerzia dalla doppia sembianza: la Moira che si mette di traverso rendendo vano ogni tentativo di riuscita (“non era destino”, viene da dire alla povera Donatella Milani, costretta a ritirarsi dopo la prima puntata per problemi familiari), ma anche il Fato volubile che stimola sentimenti irrazionali di paranoia (“perché Zarrillo sì e io no?”) e infiniti rimpianti (se le cose fossero andate diversamente avremmo potuto avere nel cast della prima stagione due semi-sconosciuti, Vasco Rossi e Zucchero, e invece dobbiamo accontentarci di Stefano Sani e Massimo Di Cataldo).

Attenzione: materiale infiammabile

“Sono qui perché voglio mettermi in discussione. Capire chi sono veramente”. Il canone di ogni talent che si rispetti prevede una soglia di ingresso. Quella in cui il concorrente dichiara il motivo per cui ha accettato di sottoporsi al giudizio più o meno sindacabile di qualcuno. Frasi fatte, e fatte apposta per suscitare in chi guarda sentimenti contrastanti, specie quando sono degli adolescenti a pronunciarle. Il punto di partenza di tutti i programmi-competizione è talmente ampio da obbligare a una scrittura che si nutre di meccanismi spettacolari e/o contorti e di conflitti che continuano a girare su se stessi in un infinito balletto di déjà-vu e ripetizioni: concorrente vs. giudice, concorrente vs. concorrente, giudice vs. giudice, tutti vs. tutti. I titoli più efficaci (per esempio Ballando con le stelle, la cui tenuta negli anni non è affatto casuale) sono quelli che riescono a costruire dinamiche a prova di bomba, vere e proprie questioni di vita o di morte che dalla tv esondano fino in rete (e ritorno), con un continuo accumulo di contenuto. La sospensione dell’incredulità serve a tenere incollato il fan, dal primo scambio dialettico in diretta fino all’annuncio di querela nei programmi satelliti.

In Ora o mai più invece il what if della seconda chance non necessita quasi di costruzione televisiva. Le sofferenze e le prove che i concorrenti hanno già dovuto affrontare sono immediatamente comprensibili anche dallo spettatore meno smaliziato. Non c’è bisogno di convincerlo, perché ha già scelto di guardarsi allo specchio di gente come noi. E dunque la scrittura può concentrarsi su un primo grado semplice semplice, che per una volta ci libera da ridicole polemiche e da corde che si spezzano al primo refolo di auditel. La famosa “messa in discussione” acquista d’un tratto un altro senso. Se Alessandra Drusian dei Jalisse piange a dirotto mentre la cantante Lisa riceve la prima delle innumerevoli standing ovation, non è perché qualche autore molto cattivo ha esagerato, spingendo sulla “storia più drammatica”, ma perché sa esattamente che questa seconda ribalta è per tutti loro solo un magro contentino. Durerà il tempo necessario a nutrire il dispiacere di altro dispiacere. Per una volta la tv non è (solo) manipolazione e riesce a costruire un racconto più largo di sé stessa.

Ma per maneggiare questo materiale infiammabile bisognava lavorare in termini di moderazione, evitare il patetico, la tracimazione. Anzitutto facendo in modo che il programma fosse una specie di grande seduta psicanalitica per tutti: il conduttore (peraltro ritornato dall’oltretomba televisivo per aver peccato di troppa hybris), i cantanti, che finalmente ammettono di avere un problema, e il pubblico a casa (“se sapessero quante di noi negli anni Novanta si sono salvate con Brutta”). Dalla prima confessione pubblica alla rigenerazione finale: in mezzo un veloce ripasso della migliore musica italiana, molti imbarazzi e altre terribili prove.

Lo faccio per il tuo bene

Nel delicato equilibrio del racconto di Ora o mai più, i mentori hanno il ruolo più delicato e importante. Anche se sembrano capricciose divinità che distribuiscono cattiverie random, in realtà stanno mettendo alla prova i nostri protagonisti. Come scrive Chris Vogler nel Viaggio dell’eroe, i mentori “rappresentano le massime aspirazioni dell’eroe, ciò che l’eroe può diventare. Spesso sono ex eroi che, sopravvissuti alle iniziali prove della vita, usano i doni del loro sapere e della loro saggezza”. E questi doni vanno meritati. Nel nostro caso gli artisti di successo, i cantanti sessanta-settantenni (che sanno di aver avuto la fortuna di nascere un paio di decenni prima dei poveri cristi davanti a loro) interpretano ora il ruolo dell’Alleato (Red Canzian, Orietta Berti) ora dell’Ostile (Marco Masini), ma sempre con l’obiettivo di condurre l’eroe alla destinazione della consapevolezza ultima.

Quando Loredana Bertè stronca (ancora, per sempre) i poveri Jalisse dicendo che no, non meritavano di vincere Sanremo, o quando mostra di non avere la più pallida idea di chi sia questo Alessandro Canino, non siamo di fronte a nessuna umiliazione, anzi. Primo, perché Canino e gli altri hanno già attraversato il deserto, hanno fatto i pizzaioli e chissà cos’altro e non hanno più niente da perdere. Secondo, perché la mentore Bertè sta solo aspettando il momento di elargire la giusta ricompensa (verso la fine del percorso infatti dirà: “So esattamente cosa provate, pure io ho avuto un momento buio. Voi non siete meteore, siete colleghi!”). L’ostinazione di Marco Masini nel redarguire chiunque per “un tono sotto” o per “una nota sbagliata”, o la palese ostilità di Marcella Bella nei confronti delle scarse doti canore di Valeria Rossi, sono dei regali che il “Vecchio Saggio” o la “Vecchia Saggia”, come li chiama Joseph Campbell, stanno facendo ai loro protetti. L’efficacia di Ora o mai più risiede infatti nell’aver finalmente permesso al varietà e ai suoi protagonisti di guardare in faccia la realtà. Di più, ha mostrato al pubblico che l’insuccesso nella vita non è solo questione di oscuri complotti, sfortuna o colpe altrui: forse, semplicemente, non c’era abbastanza talento o carisma. E se pure questo nuovo battesimo purificatore di prima serata servirà a rinverdire certi fasti del passato, con un pugno di date nelle piazze estive o magari un altro festival, alla fine si tornerà inevitabilmente alla casella di partenza. Ma almeno nessuno si chiederà più il perché. La tv non sarà passata invano.