Dallo scontro tra broadcaster e OTT nasce uno spazio ibrido dove lineare e non lineare convivono e dove il tv set diventa il principale hub domestico.

Reed Hastings, CEO e fondatore di Netflix, sostiene che, nel giro di qualche generazione, broadcaster come BBC e ZDF diventeranno internet network, e che il concetto di programmazione della tv lineare sembrerà una cosa aliena. Senza addentrarsi in queste previsioni più o meno fondate, comunque, basta guardarsi intorno per capire come internet sia diventato un mezzo in forte competizione con i più tradizionali modi di distribuire contenuti televisivi. È infatti in corso un mutamento del DNA dei broadcaster, aggregatori di contenuti che, giocoforza, stanno reagendo allo strapotere dei grandi operatori over-the-top, Google in primis, costruendo un’offerta televisiva anche per i nuovi dispositivi connessi in rete. Si apre così, sempre più, un mondo “ibrido” in cui nuove regole si stanno definendo per affinarsi con il tempo. Il televisore connesso e la rete sono elementi chiave su cui soffermarsi per capire se e come il televisore possa, in qualche modo, continuare a essere al centro del consumo di “televisione”.

Quello che succede negli Stati Uniti, uno dei paesi a cui rivolgere lo sguardo per capire l’evoluzione delle modalità di consumo di media, è che già oggi il 56% delle household ha almeno un televisore online, sia esso smart o connesso tramite una game console, un lettore blu-ray o un dispositivo come Apple Tv, Chromecast o similari; ancora più interessante è vedere che l’utilizzo di questi strumenti almeno una volta al mese, riferito a tutta la popolazione, secondo un’indagine eMarketer dell’ottobre 2015 raggiungerà il 60,5% nel 2019, partendo dal 43,7% di fine 2015 e superando il 50% già quest’anno.

Insomma, in discussione non sembra essere tanto la centralità del televisore nelle abitudini di consumo, quanto il controllo sul consumo, che tende a migrare nelle mani del telespettatore, rendendo sempre meno affascinanti i palinsesti. La velocità di questa migrazione è ancora tutta da capire e verificare, ed è quella che alcuni come Reed Hastings vedono in accelerazione, forse a ragione.

Ed è per questa tendenza alla migrazione del controllo che i broadcaster, in particolare quelli free-to-air basati sul modello pubblicitario, dovrebbero modulare un’offerta che rappresenti insieme un’esperienza di visione di contenuti, sia lineari sia a richiesta, e un’esperienza di ricerca, di raccomandazione e di accesso ai contenuti stessi tramite interfacce semplici, belle e veloci, comuni e facilmente replicabili sul maggior numero possibile di televisori connessi. Insomma, quello che era possibile solo con device proprietari, tipici di un operatore pay, è oggi auspicabile anche su device standard, grazie alla tecnologia ibrida e all’uso, anche sul televisore, di applicazioni che integrino un’esperienza utente nuova.

Il televisore, diventando connesso e con tecnologia standard, assume un nuovo ruolo e tende a integrare quelle proposizioni tipiche degli schermi connessi più piccoli, come applicazioni e servizi, con cui tende a interagire sempre più, sia direttamente (facendo da companion screen che agisce da remote control del televisore, in pratica un telecomando) sia indirettamente (usando le funzionalità social in relazione alla visione di un programma). A mio avviso, è questo un ruolo nuovo, rilevante, che si sta affacciando sul mercato: quello di hub casalingo, un’applicazione multifunzionale in grado di attuare specifici servizi a vantaggio sia di chi domanda sia di chi offre contenuti sul dispositivo. Non più, quindi, soltanto uno strumento di accesso e di visione di canali lineari, ma anche una modalità di misura del consumo connesso, lineare e non lineare, e di erogazione di servizi tramite applicazioni embedded nel televisore stesso. L’embedding di applicazioni scaricabili in rete può arrivare a rappresentare l’esperienza utente di uno specifico broadcaster, tramite l’impiego di interfacce personalizzate che integrino l’offerta lineare e non lineare con i relativi servizi a supporto come l’EPG, i reminder di visione, il “salto” all’inizio di un programma, la registrazione di un programma in cloud, la configurazione a distanza dei servizi, la sincronizzazione di contenuti con quelli sul companion screen o il cast-to-TV per una visione su grande schermo, e ancora la ritrasmissione sulla rete casalinga dei programmi ricevuti per essere consumati in casa sui dispositivi portatili, e chissà che altro ci riserverà il futuro.

Dal punto di vista della misura del consumo, un televisore connesso può conoscere come sono usati i servizi e fruiti i contenuti, attraverso quali punti delle interfacce si accede a essi, quali siano le parti e le funzionalità più apprezzate e quelle meno interessanti e meno utilizzate, offrendo agli sviluppatori validi strumenti per migliorare le prestazioni e l’usabilità delle interfacce. Il televisore diventa come il pc e come le applicazioni per gli smartphone: diventa possibile misurare l’utilizzo dei servizi – le digital property del broadcaster – tramite il canale di ritorno broadband del televisore. È questa la porta di accesso alla personalizzazione dell’esperienza del telespettatore che, concedendo la misurazione dei suoi consumi, in cambio ottiene raccomandazioni di contenuti editoriali attinenti ai propri interessi o di prodotti commerciali, con pubblicità targettizzate, trasmesse a cluster omogenei. Ma non solo: il televisore sa, in ogni momento, su quale canale lineare è sintonizzato e questa informazione può essere raccolta dal broadcaster, che può ricostruire in tempo reale l’ascolto dei propri programmi.

Per quanto riguarda i servizi, invece, è interessante la redistribuzione sulla rete domestica dei contenuti ricevuti via broadcast per un consumo personale su un dispositivo connesso al WiFi di casa. Si deve in questo caso proteggere ogni contenuto con meccanismi di digital right management e di accesso condizionato condivisi sia dai ricevitori broadcast sia dai dispositivi portatili: ma se questo sarà realizzato con tecnologie standard e interoperabili tra le varie marche e con interfacce dall’uso semplice e veloce, il successo sarà garantito. Anche la guida elettronica dei programmi (EPG) è fondamentale, come integratore senza soluzione di continuità di contenuti lineari e non lineari da qualsivoglia sorgente – ricevitore terrestre, satellitare o IP – del televisore: il telespettatore non deve preoccuparsi da dove arrivino i programmi, e li deve trovare elencati in modo chiaro, semplice, comprensibile per potervi accede facilmente e rapidamente sia in diretta sia con il recupero catch-up da due giorni prima.

Approfondendo il senso e le prospettive dei televisori connessi, con le loro promettenti funzionalità, abbiamo forse qualche elemento in più per farci un’idea più precisa sulla frase di Reed Hastings, e sui possibili esiti futuri. L’ibridazione tra i dispositivi –  fissi e mobili, lineari e non lineari – sembrerebbe favorire una destrutturazione del palinsesto. D’altra parte però il fascino della comodità del “tutto pronto”, della rete di fiducia che soddisfa i miei interessi, è difficile da abbandonare. Sono due forze contrastanti di cui non sappiamo, oggi, quale sarà la risultante, con un probabile ridimensionamento della proposta lineare a favore del non lineare. La dimensione del fenomeno è difficile da immaginare, ma già oggi BBC3, in Gran Bretagna, da canale tradizionale è diventato un servizio on demand con solo poche ore al giorno di programmazione. Vale la pena di continuare a riflettere.