Cosa porta migliaia di fan a vedere al cinema il live di un concerto o un documentario rock? Inchiesta su un settore sempre più importante, tra sale, digitale e tv.

Dai cinema alla televisione, alle videocassette e ai dvd e ai canali satellitari. Poi di nuovo al cinema. A riprova che i percorsi della musica non sono mai lineari e prevedibili, in piena era di YouTube e a novant’anni dal primo film sonoro (e musicale: Il cantante di jazz), eccola tornare in auge nelle sale. Il riferimento non è ai continui biopics, che ormai non si negano più a nessuno (vivo o morto), né tantomeno a La La Land, salutato come “ritorno del musical” – quando in realtà, nota il sito The Verge, non se n’era mai andato: su 23 musical prodotti dalle major negli ultimi dieci anni, 17 hanno portato a casa tre volte il budget e solo tre sono stati flop. La sorpresa è invece che la proiezione su grande schermo di documentari, concerti o balletti contempli numeri consistenti e sviluppi non prevedibili pochi anni fa, quando tv e pc parevano l’approdo definitivo per la fruizione indiretta. I risultati eclatanti sono gli oltre 600 mila euro di incasso e 55 mila spettatori in 270 sale per Il tempo resterà di Giorgio Verdelli su Pino Daniele, o i 500mila euro ottenuti dal concerto di addio dei Pooh il 30 dicembre 2016, con una media di 175 spettatori per sala. Ma se i maggiori circuiti propongono ogni settimana documentari sulle rockstar o balletti e opere allestiti da Scala, Metropolitan o Bolshoi, evidentemente il fenomeno conta su una platea più ampia delle nutrite fan base di Vasco Rossi o Metallica.

“Sì, oggi la musica al cinema funziona”, commenta Franco Zanetti, direttore di Rockol, sito che non di rado è media partner di tali uscite. “Ora come ora, se Claudio Cecchetto con adeguato battage riproponesse Jolly Blu con Max Pezzali (film in cui apparivano anche Jovanotti e Sabrina Salerno, drammatico fiasco al botteghino nel 1998, ndr.) in due giorni potrebbe tirar su più spettatori di quanti ne fece all’epoca. La gente è andata a vedere persino La segretaria dei Beatles, operina tenera ma quasi inconsistente, e forse andrà a vedere pure Sgt. Pepper & Beyond, il cui regista ha raccontato il più famoso disco dei Beatles senza intervistare praticamente nessuno di importante”.

Una storia lunga

Sono d’uopo una distinzione e un po’ di storia. Anche se il consenso, il pubblico (e i distributori) sono spesso gli stessi, documentari e film-concerto, diversamente dal live broadcasting, hanno una relazione di lunga data con i cinema, aperta dai primi film anni Cinquanta con le star del rock’n’roll. Non tanto quelli in cui Elvis Presley (più o meno) recitava, quanto pellicole come The Girl Can’t Help It in cui Little Richard, Fats Domino, Gene Vincent e altri, quasi senza trama, interpretavano canzoni in un’era in cui i network tv osteggiavano il rock. I “musicarelli” italiani, con idoli assortiti come Adriano Celentano o Domenico Modugno, sono quasi coevi. D’altronde la Rai, con un solo canale, giunge in tutta Italia solo nel 1957: la gente, letteralmente, non sapeva come fossero fatti i cantanti. Ecco allora film-rivista come Sanremo canta, del 1956. Ma anche con la diffusione dei televisori negli anni Sessanta, la visibilità dei musicisti resta scarsa, specie se stranieri: solo in rari casi i tour li rendono visibili. Consci della colossale domanda, i Beatles – dopo qualche tentativo concettualmente non distante dai film in cui Elvis (o Rita Pavone, volendo) si raccontano all’interno di una trama (A Hard Day’s Night, Help!), scelgono la tv (Magical Mystery Tour, 1967). I Rolling Stones, anche (Rock’n’Roll Circus, 1968). Per contro D.A. Pennebaker opta per la pellicola ed elementi di cinema-verité per Dont Look Back su Bob Dylan (1967) e Monterey Pop (1968). Un analogo stile documentaristico si riscontra in Woodstock, sesto miglior incasso del 1970 negli Usa (e Warner Bros. salvata dal fallimento). Di botto l’aura di divertissement e la beatificazione sono accantonate. Sempre nel 1970 il pubblico vede persino lati spiacevoli degli idoli: l’insofferenza tra i Beatles in Let it be, Mick Jagger incapace di incantare un pubblico a disagio ad Altamont, con il famoso omicidio di uno spettatore immortalato dalle telecamere di Gimme Shelter. Per non parlare di Joe Cocker in delirio “stupefatto” in Mad Dogs & Englishmen. Alla fine degli anni Settanta, con The Great Rock’n’Roll Swindle sui Sex Pistols, gli aspetti non edificanti delle rockstar sono fatti rientrare nell’apologia della band anche come sfregio alle illusioni hippie (la cosa non riguarda solo il punk, come mostrano i vecchi The Who in The Kids Are Alright). Dall’inizio degli anni Ottanta, con la diffusione dei videoregistratori, cinema e rockumentaries o film-concerto si frequentano sempre meno: Mtv e Live Aid consacrano la televisione. L’azzardo è riservato solo a chi in quel momento è in cima alla ruota (come Madonna nel 1991, per Truth or Dare).

È il digitale a rimescolare le carte nel decennio scorso, quando nelle sale diventa possibile vedere spettacoli via satellite con alta qualità audio e video. La sera dell’8 dicembre 2008, in 37 cinema italiani, gli spettatori possono vedere in alta definizione (2k) Elton John che sta suonando a Parigi. In breve il numero di sale con ricezione satellitare aumenta – anche perché altri elementi stanno giocando a favore del ritorno nei cinema. L’inferiore investimento di denaro e tempo da parte dello spettatore rispetto alla trasferta verso il luogo fisico dell’evento. Una visione non ostacolata da 500 braccia alzate che reggono uno smartphone, anzi arricchita da dettagli che il grande schermo permette di cogliere meglio. E poi, secondo Peter Gelb, general manager del Metropolitan di New York, “Abbiamo notato che anche chi è lontano vuole vivere questa forma d’arte come lo sport, in tempo reale”. Per i puristi è sempre inammissibile che non si intraprendano viaggi eroici e picareschi per l’epifania di un proprio idolo, ma non avere un reddito fisso o abitare a Nuoro, Catanzaro o altre aree lontane dalle venue abituali è scusante accettata anche dai fan club (… non tutti, certo: il sacrificio di sé è parte del culto).

La forza dell’evento

Se la mera convenienza rende appetibili i live via satellite, i numeri ottenuti trasformando documentari in eventi a offerta limitata (al più per tre giorni, spesso feriali) chiamano in causa motivazioni diverse, dato che dvd e palinsesti tv li offrono con altrettanta comodità e pochi mesi dopo. Certo, il sofferente mercato dei dvd non contempla per un documentario musicale le 70mila unità ottenute in tre giorni nelle sale italiane da Amy. The Girl Behind the Name (e questo, mesi prima che ottenesse un Oscar) e molto raramente in un anno si sfiorano le 25mila registrate in un solo giorno nelle sale per Springsteen and I. Anzi, l’uscita in dvd pare indifferente al pubblico del cine-rock: Crossfire Hurricane, eccellente racconto della saga dei Rolling Stones, tre mesi dopo il passaggio nelle sale ha a malapena raggiunto il n. 19 nella classifica dei dvd musicali più venduti. Si potrebbe ipotizzare che la proiezione “bruci” gli acquisti, ma visti il numero di fan e la consistenza dell’opera l’argomento vacilla. Casomai, se è piaciuta, la si fa propria: il dvd non costa molto più del biglietto. Peraltro, nel giugno 2013, Usa vs. John Lennon ha portato la gente al cinema malgrado si trovasse nei negozi dal 2007.

Una spiegazione casomai risiede nel senso di “evento” ottenuto con la programmazione limitata a pochi giorni, di norma feriali perché gli esercenti proteggono i blockbuster nei weekend, sapendo che gli appassionati sono disposti a mobilitarsi il martedì e mercoledì per vedere, per esempio, Nick Cave in 20.000 Days on Earth. In effetti il coinvolgimento emotivo per l’esperienza non è così lontano da quello dei concerti: pare anzi una forma ibrida, con alcuni elementi appaganti del live (il raduno tra simili, il volume, l’artista proposto al meglio) e altri che la visione casalinga e la sua condivisione sui social network (il famoso second screen) soddisfano ma solo in parte rispetto alla serata insieme a vedere e commentare le gesta di Iggy Pop in Gimme Danger.

Curiosamente, per il live broadcasting è stata la classica a spianare la strada al rock. Il Metropolitan di New York è stato il primo a farlo in tutto il mondo, registrando numeri enormi. Altri sono andati a ruota e non solo per la musica, come testimonia il London National Theatre, che dichiara 550mila spettatori per Amleto interpretato da Benedict Cumberbatch nel 2015. In Italia le società leader nel settore sono le milanesi Nexo e QMI, e si sono spartite i nomi più ambiti per la classica (eccetto la Scala, oggi legata a RaiCom). Arianna Monteverdi, responsabile della comunicazione di QMI, racconta che il primo passo è stato raggiungere e convincere il pubblico italiano di balletto e lirica. “Abbiamo lavorato per raggiungere gli appassionati o i potenziali interessati, cercandoli dove sapevamo di trovarli, dai teatri alle riviste e siti specializzati alle scuole di danza, persino negli istituti di cultura russa. Ci siamo guadagnati la fiducia verso la nostra programmazione. E gradualmente la base si è allargata”. Anche con biglietti relativamente cari rispetto a un film al cinema, dai 10 ai 15 euro, di fatto andare a teatro costa di più, e ovviamente vedere gli allestimenti di Bolshoi e Metropolitan è quanto meno complicato. I riscontri positivi hanno indotto a entrare nel campo pop-rock. “Abbiamo iniziato nel 2008 con Elton John, finché siamo arrivati al n. 1 al box office con Vasco Rossi. La gente ballava nei cinema. Non c’era solo chi era potuto andare allo stadio: anche chi c’era già stato voleva rivedere lo show con un punto di vista diverso, e pure chi non era un fan ma si era fatto convincere per una sera. In fondo non sono i 40-50 euro di un concerto”. A proposito di denaro, sempre Peter Gelb dà un’idea di cosa rappresenti questo business per un ente come il Metropolitan. “Ogni nostra matinée del sabato è vista in media da 250mila persone nel mondo, e questo incentiva i cantanti migliori a lavorare con noi, sanno che grazie al Met possono raggiungere folle immani. L’incasso dei biglietti staccati al cinema è di circa 60 milioni di dollari l’anno; 30 spettano al Met, che li condivide con artisti e sindacati. Una volta pagato tutto quanto c’è da pagare, ci resta un profitto di circa 18 milioni, fondamentali in un budget operativo netto annuale di 100 milioni”.

In Italia

Ma l’Italia in che mercato può muoversi? Risponde Franco Di Sarro, AD di Nexo: “Noi distribuiamo contenuti in 60 Paesi: arte, mostre, musei, concerti, film musicali come il restaurato A Hard Day’s Night in 4k. Ma già l’Italia è uno dei mercati più importanti del mondo con Francia, Regno Unito, Australia, Canada e Brasile, mentre gli Usa sono ancora sotto al loro potenziale: la grandezza del territorio e la propensione ai blockbuster non aiuta”. L’import-export musicale è un po’ a senso unico. “Sì, all’estero per la nostra musica pop non c’è domanda. E a margine, anche distribuire i live degli artisti stranieri non è semplice, a volte sono i cantanti più che i manager a non capire l’opportunità: con i Coldplay l’accordo per la diretta da Glastonbury è saltato tre settimane prima”. La domanda comunque è alta per classica, lirica e arte: Nexo ha portato nei cinema del mondo i Musei Vaticani in 3D. “Ma per il 3D non vedo molte prospettive nel futuro immediato. Lo abbiamo usato per la diretta in 20 Paesi della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II da Piazza San Pietro, nel 2014. Tutte quelle suore con gli occhiali di plastica… Però la vera frontiera sono il suono, con Dolby 7.1, e l’alta definizione con 4k e colori in gamma quasi infinita”.

Quanto ai documentari, l’Italia si muove su diversi piani. Ci sono nomi come Vasco Rossi e Ligabue in grado di andare sostanzialmente sul sicuro, grazie a budget e fan base. Non è solo questione di dimensioni ma anche di una rodata inclinazione alla mobilitazione rispetto ai pur numerosi discepoli di Laura Pausini o Jovanotti. Così, per Campovolo 2.011 di Ligabue era scontato il giro completo: live per 120mila il 16 luglio 2011, uscita del film in 3D al cinema a fine anno, nel 2012 dvd nei negozi e nelle edicole (con Sorrisi & Canzoni), nel 2013 primo passaggio tv. Ma anche una fan base di dimensioni meno clamorose ma curiosa e avvezza alle sale cinematografiche può dare risultati interessanti, e indurre all’esperimento nomi che vanno dai Chemical Brothers ai Marlene Kuntz. Un ottimo risultato è stato ottenuto dall’ambizioso storytelling (pardon) de Il paese dei coppoloni, con Vinicio Capossela: proposto in tre giorni in 174 sale, ha totalizzato 21mila spettatori. Interessante che il film arrivi al cinema grazie a Effe Tv, struttura che gestisce il canale televisivo pay del Gruppo Feltrinelli. Racconta il direttore Riccardo Chiattelli: “Inizialmente lo pensammo come speciale tv in supporto alla promozione del libro di Capossela candidato allo Strega nel 2015. Poi con l’artista e il suo management si è capito che si poteva costruire su questa storia artistica e personale una trilogia fatta da libro, film e un nuovo disco”. Il budget è stato valutato accuratamente. “Dopo attente stime di mercato, con un gruppo di lavoro altamente professionale ma molto agile e compatto, abbiamo scelto un modello di business che stiamo replicando con altri partner, autori e storie, anche guardando al mercato europeo. Il recupero dell’investimento è stato costruito disegnando su due anni un percorso di diffusione che includesse l’uscita cinema ad evento e tutti gli sfruttamenti possibili televisivi, dalla sala digitale su MyMovies-Repubblica a Sky Arte”. E il dvd? “Oggi è un’opzione più limitata commercialmente, spesso sostituita dall’home entertainment digitale, così abbiamo scelto l’abbinamento dvd+libro”. Toh, i libri: chissà se torneranno in auge anche loro.