Tra le pieghe delle ultime stagioni, la serialità sta portando avanti un discorso – più o meno consapevole – sulla mascolinità tossica. Tra condanna e (parziale) redenzione.

Il termine toxic masculinity, mascolinità tossica, sta prendendo piede nel discorso comune per indicare una somma di nozioni e comportamenti considerati “virili”, “da uomini”, pericolosi non per i danni che provocano al resto del mondo ma per la mancata felicità e soddisfazione che portano agli uomini stessi. Esistono già troppe discussioni a riguardo, soprattutto nel femminismo iper-connesso e in certi contesti geek, quindi citiamo solo i più ricorrenti tra gli stereotipi nocivi: il maschio deve trattare la femmina come oggetto di conquista nel privato e come avversaria da demolire sul lavoro; il maschio dev’essere sempre pronto a fare sesso con qualsiasi cosa si muova; il maschio deve utilizzare la forza, la violenza e l’aggressività di fronte a ogni minaccia reale o percepita. Sorvoliamo sulle ramificazioni minori, da vignetta rétro della Settimana enigmistica – il maschio non deve mostrare interesse per attività, professioni o passatempi privi del certificato di virilità; il maschio non deve occuparsi dei figli o della gestione domestica –, che ci sembrano superate ed erano già bersaglio di satira nell’unica scena di In & Out che abbiamo visto tutti, anno 1997. Eppure godono ancora di ottima salute. Guardiamoci intorno.

La riflessione più avvincente sulla mascolinità tossica in televisione non è portata avanti da showrunner di sesso femminile. Forse determinati argomenti, affidati a un’autrice, sarebbero tacciati di ideologia (è il periodo), o forse allo stato attuale delle cose non si è raggiunto un sufficiente controllo sui mezzi di produzione. Lo stesso, abbiamo personaggi maschili concepiti e sviluppati da autori uomini in serie ambiziose, costose, che non mirano ad attirare né a compiacere le donne – se quel pubblico arriva bene, ma l’obiettivo sono i grandi numeri o gli spostamenti di intere fasce, 13/18, 21/35. Masse rilevanti.

Per come ci siamo abituati a stare al mondo, però, esiste un limitatissimo vantaggio morale nel portare avanti un lavoro di una certa caratura, e il minimo comportamento scorretto da parte degli autori è subito messo alla berlina come prova del loro essere “falsi”, “buonisti”, a volte da chi ritiene che non si possa predicare troppo diversamente rispetto a quanto si razzoli, spesso da chi ha tutto l’interesse a smontare il significato delle storie raccontate. Quest’estate James Gunn è stato buttato fuori dai Guardiani della Galassia in base a una stringa di tweet offensivi vecchi di anni. I fratelli Duffer, autori di Stranger Things, di cui qui si parlerà molto, hanno avuto problemi per i toni bruschi usati con alcune impiegate sul loro set. Diamo quindi per scontato che nel tempo trascorso tra la scrittura e la messa online siano state sollevate un centinaio di obiezioni e che qualcuna sia degna di nota.

Intossicazione e recupero (moderato)

Nel primo episodio di Stranger Things a tutti i personaggi maschili è garantita un’entrata in scena memorabile. Lo sceriffo Jim Hopper, futuro eroe positivo della serie, è un quarantenne che vive in condizioni di mega-degrado, un beone pillolaro che la mattina fatica a riprendere i sensi, e soprattutto è un uomo carico di un assoluto disinteresse verso il ruolo pubblico che ricopre e la realtà materiale del lavoro che svolge. Non vuole nemmeno ricevere la donna che denuncia la scomparsa del figlio: “il mattino è per caffè e contemplazione”. Hopper è intossicato. Nulla lo tocca da vicino o gli piace. È anche una persona di media sensibilità, se non profonda, che ha perso la fiducia nel contratto sociale e nel rigare dritto come garanzia di stabilità dopo la morte della figlia. Abbandonandosi allo sfascio, però, ha perso anche lo stesso senso dell’essere un uomo.

Il recupero di Hopper come maschio sano – entro certi limiti – avviene in maniera molto lenta e non lineare, prima nel risvegliarsi di una scintilla di orgoglio per la professione, più tardi in una provvisoria nuova abilitazione ai rapporti sociali, poi nel tentativo di recuperare la paternità come forma rudimentale di cura verso i bambini, che nella seconda stagione lo obbliga alla fatica inumana di costruire un dialogo che non vada avanti a punizioni e regole ferree. Il problema narrativo è che Hopper deve migliorare ma non troppo, perché noi ci siamo clamorosamente affezionati allo sceriffo burino che sblocca tutto tirando cazzotti (supercut dei nostri sogni, battuto solo da Hopper che balla); noi non la vorremmo, una versione sedata e rifiorita di Hopper. Da lui vogliamo un uomo che brilla per forza e autorevolezza, e se c’è da menare qualcuno gliene diamo facoltà.

Il miglioramento relativo è la soluzione di compromesso che permette al personaggio di avere uno sviluppo e alla serie di conservare una preziosa fonte di energia. Le GIF, i meme. L’eroe che picchia la gente. Ed è anche frutto di una narrazione che ha dimostrato la sua presa in tutto il mondo, ma parla davvero solo a un contesto limitatissimo: una persona da adolescente sembrava avere del potenziale, ha lasciato la provincia ed è tornata sconfitta, se non si è arenata nel parcheggio della scuola. Fateci caso, l’ex liceale di successo, maschio o femmina, è presenza ricorrente nella narrazione americana, anche quella di grana grossa, ma non ha un reale equivalente europeo. (Una declinazione ravvicinata e molto dura, anche se a tratti empatica, della gloria svanita l’hanno fatta Diablo Cody e Jason Reitman con il loro lavoro sul film Young Adult).

Giovani bulli redenti

La giovinezza introduce una variante sul tema del veleno. Steve Harrington, promosso da personaggio quasi minore a co-protagonista in virtù della popolarità virale e (pare) della piacevolezza dell’attore che lo interpreta, ha un arco di miglioramento solido ma del tutto familiare, perché è quello che, prove su carta, è adoperato con maggiore regolarità nell’intrattenimento per bambini e adolescenti: il bullo che si redime. Ce n’è uno in ogni teen drama o serie di romanzi degli ultimi trent’anni, a stare stretti. Un ragazzo aggressivo, forte di un privilegio sociale, estetico o economico, meglio se uno sportivone o un ospite stabile al tavolo dei fighi in sala mensa, manda avanti indisturbato il suo regno di terrore fino a quando un rovescio di fortuna o un’azione con conseguenze inattese non lo sbalza di colpo tra i ranghi degli indesiderabili. Allora scatta la catarsi, micro e macro, il parziale recupero dell’umanità (se non una scoperta ex novo, molto buffa) e il rivelarsi della nuova personalità. Spesso il bullo è riscritto come un nerd segreto, un allegro giuggiolone (Luke di The OC) o un poverino a cui nessuno ha insegnato a distinguere tra il bene e il male. Lo conosciamo perché è facilissimo e funziona sempre.

L’ha fatto persino Riverdale, che dedicava un episodio della prima stagione alla punizione di un atleta colpevole di umiliare regolarmente le ragazze del liceo con pettegolezzi sessuali crudeli, e nella seconda stagione ha riportato in scena il personaggio, Chuck, facendogli dire “non pretendo di essere perdonato, però adesso vado in chiesa e ho scoperto che sono abbastanza bravo a disegnare” (l’hanno risolta meglio di così perché avevano un attore più carismatico della media, e perché la redenzione è stata accolta dal marcato scetticismo degli altri personaggi; ma va detto che la controparte femminile, la reginetta tirata giù dal piedistallo, spicca per l’abituale efferatezza degli eventi che portano alla sua caduta – sempre in voga la violenza sessuale, come nel romanzo Te la sei cercata, che non offre nessuna via d’uscita alla protagonista, tanto che più di uno young adult è un buon libro per adulti).

 

Nella piccola città di Stranger Things, Steve Harrington è portato a diventare una persona meglio con relativo stile: lo incontriamo, ci abituiamo, lo troviamo simpatico e limitato, lo vediamo fare un dispetto eccessivo, capiamo che si comporta così perché ha avuto quello che voleva con immensa facilità (è il bello della scuola, sempre chiamato col nome intero, Steve Harrington, circondato dall’aura intoccabile che può avere soltanto un sedicenne di provincia con i capelli folti), e poi, nel primo vero momento in cui si sente minacciato, gli vediamo compiere una doppia azione tossica contro la ragazza che crede lo abbia tradito e il ragazzo che gliel’avrebbe scippata. Solo che la femmina svergognata non si cala nel ruolo di vittima anche quando si prende della puttana tramite scritte in luoghi pubblici, mentre la scazzottata con il maschio si rivela, in concreto, brutta e non gratificante, il plauso dei due ceffi (ambosessi) che aizzano Steve a “fare l’uomo” non sposta alcunché sul piano della soddisfazione emotiva, e il bullo cambia tono nel giro di un episodio, con un ruolo chiave nel season finale. La seconda stagione lo vede acquisire consapevolezza del suo scarso potenziale – Steve Harrington può avere una vita degna dopo il liceo? – e diventare una presenza adulta orgogliosa/inadeguata per i personaggi più giovani: un fratello maggiore protettivo che fa quello che può con quello che ha, ma a cui resta molto da imparare.

Il bullo redento risolve. Però senza il bullo, in qualche modo, viene a mancare il sale del conflitto. La seconda stagione delega il ruolo del maschio tossico a un turbo-bullo da cui chiunque prende le distanze, Billy Hargrove, altro nome e cognome obbligatorio, macho nei tratti esteriori di una parodia del periodo storico (il mullet, il macchinone, i fiumi di birra spillata) che usa minaccia e intimidazione come tattiche quotidiane ma se c’è da picchiare picchia sereno, sorellina compresa. Uno a cui in sottofinale viene regalata la possibile fonte del suo veleno (le botte prese dal padre), ma siccome vogliamo anche la moglie ubriaca lo vediamo anche atteggiarsi a giovane maschio seduttivo con una donna adulta del vicinato. Non ci meritiamo niente.

Attenzione, più che educazione

Il compito ultimo di Stranger Things non sarà mai educare il pubblico ai ruoli di genere (nessuno lo ha chiesto, per inciso), ma la relativa finezza del lavoro sugli archetipi si vede da come, ai margini, i Duffer hanno ragionato sui personaggi minori, maschi beta in apparenza, pacifici ma non passivi, ben inseriti nel tessuto sociale, dotati di lavori stabili che gli piacevano un sacco e di compagne con cui sembravano andare d’accordo senza diventarne schiavi né padroni. Il professore di Scienze, il compianto Bob.

Ci sono poi esempi di mascolinità tossica impossibili da tirare fuori dal loro contesto. Lawrence di Insecure, ospite regolare delle discussioni sull’argomento, non va separato dalla riflessione sul ruolo dei giovani uomini neri nella cultura afro-americana contemporanea, è un personaggio un pochino più sfaccettato di quanto lo si tranci, ed è pur sempre una costola della protagonista in una serie con una showrunner femmina. Ci sono casi in cui il miglioramento maschile è frutto di alchimie produttive più che di una strategia nella scrittura – partito come un musicista disoccupato senza qualità che sfruttava la fidanzata, Andy Dwyer di Parks and Recreation diventa l’innocuo scarpone che ci mette sempre il cuore e al limite sbaglia per il troppo entusiasmo (5.000 candles in the wind, Bert Macklin, F.B.I., l’invenzione di Johnny Karate), perché gli autori ricalibrano tutto il personaggio prendendo spunto da quella che pare fosse almeno all’epoca la reale personalità dell’attore, e se oggi Chris Pratt è il primo nome che vi viene in mente quando pensate a “improbabili eroi d’azione” o “Dio santo, questo sta ovunque”, lo si deve a una redenzione completamente involontaria operata nell’arco di sette stagioni di una comedy che al di fuori di Reddit guardavamo in dodici.

Giochi tra uomini

Mindhunter è la serie prodotta da David Fincher, ideata da Joe Penhall, un commediografo con vent’anni di carriera alta alle spalle, diretta da uno stellare gruppo di #tuttimaschi (stavolta la segregazione aveva un senso creativo, sì), lanciata come “Mad Men con i serial killer negli anni Settanta”, che molti in Italia hanno accusato di fissità dopo l’episodio pilota salvo recuperarla in massa quando è partito il discorso critico alto negli Stati Uniti. Mindhunter ha un protagonista maschile di cui se fosse stato una donna il pubblico avrebbe invocato la decapitazione tempo due puntate: Holden Ford, agente dell’FBI che sgomita per fare carriera e forse ha i numeri adatti. Holden è ambizioso, è bianco, è molto più giovane di quanto crede lui, vuole trovare la sua strada, vuole anche perseguire uno scopo nobile: dare una parvenza di ordine al metodo, inesistente, con cui le forze dell’ordine studiano i criminali violenti recidivi. Forma una coppia lavorativa con un collega maturo, Bill Tench. Iniziano un viaggio fatto di partenze e brusche fermate per intervistare gli assassini peggiori su cui riescono a mettere le mani.

Sognano Charles Manson, partono dal necrofilo e omicida Ed Kemper . Sono uomini: ce la possono fare. Non ce la fanno. Lo sbirro spiccio si rivela (in coro) un uomo di grande sensibilità, che nonostante l’esperienza oggettiva sul campo e il piglio vissuto con cui, giustamente, sottolinea l’importanza del non alienarsi la polizia locale rimane devastato dai nuovi orrori che gli tocca ascoltare e vedere in servizio, perché è ovvio, perché non potrebbe essere altrimenti, noi sappiamo cosa rischia Bill perché capitalizziamo su centinaia di stagioni di polizieschi procedurali: un uomo che tenta di inventare da zero il profiling degli omicidi recidivi implode sotto il peso di una routine che non avrebbe gli strumenti per affrontare, è il nostro paziente zero. Mentre Holden è il nostro sostituto designato, quello che sembra patire danni più lievi, sta in primo piano convinto di avere ragione – e le sbaglia tutte.

La forza espressiva e narrativa di Mindhunter – afferrata dai commentatori in lingua inglese, con articoli fiume su GQ e vari – sta nel portarci dentro la storia attraverso un protagonista positivo che ne manda all’aria ben più di quante ne azzecchi ma si considera sempre dalla parte giusta perché è un maschio, e minimizza le sue paurose carenze perché è un ragazzino brillante e per un misto tra idealismo e narcisismo vuole credere di star portando avanti un’impresa destinata a cambiare il mondo. Mentre non soltanto Holden ci sta rimanendo sotto, non soltanto sta scoprendo di avere pensieri non agiti in comune con i soggetti che va a interrogare sbattendo gli occhioni, ma è già nei fatti la loro versione non omicida. Le donne per lui sono trofei romantici o intellettuali. I diversi sono creature brave solo a dare problemi o elementi da spazzar via. La manipolazione, da ferro del mestiere usato per ottenere la fiducia di un galeotto, diventa il suo modus operandi. Chi scrive ha dovuto interrompere la visione della stagione tanti erano gli accessi di “oddio sta’ zitto, non capisci niente – oddio, al suo posto avrei fatto la stessa identica cosa, sono un mostro”.

Mindhunter è un gioco molto esplicito. Holden è avvelenato da decenni di nozioni scorrette su cosa significhi “fare l’uomo”, vincere, dominare. È uno psicopatico, come suggerisce Vulture? Stiamo calmi. È un caso da manuale di mascolinità tossica che sbrana un protagonista sotto i nostri occhi. Prendiamo la ragazza Debbie che dal primo incontro in un bar “non è facile”, lamenta Holden, lo tiene sulla corda quando non gli si oppone. La ragazza disponibile, eccitante e pronta a considerarsi la sua fidanzata, ma che intanto non perde occasione per depositare sul tavolo la sua istruzione (migliore, conosce Émile Durkheim), la disinvoltura (impagabile), il suo essere al passo coi tempi in senso intellettuale, politico, artistico. Debbie serve a far presente che Holden non sa nulla. C’è una scena, nel quarto episodio, in cui l’uomo organizza un’uscita al ristorante per far incontrare la fidanzata brillante e la docente universitaria che è riuscito a reclutare, e le sue donne, da subito, se lo mangiano, era inevitabile. Però non sono gentili a riguardo. Parlano di Holden in terza persona come se non ci fosse. Saranno tre battute in una conversazione movimentata e riescono a trasmettere disagio più delle torture raccontate: questa no, care signore, questa qui presto o tardi voi la pagate. Debbie e Wendy Carr sono più intelligenti e più sofisticate di Holden, e non sono modeste. Cercano di farsi strada in un decennio che stimola l’ambizione femminile almeno in superficie. Holden non può accettare l’indipendenza di nessuna delle due. Le sfrutta, in maniera differente, le studia, le assimila, le svuota.

Il dramma nella backstory

Esistono idee raggelanti che si vedono, a sorpresa, spuntare nelle backstory di serie su cui non c’è forte discorso critico in lingua italiana – Law & Order: SVU e Criminal Minds hanno lasciato spazio a parecchie storie di uomini molestati da piccoli che dovevano capire come farsi una vita anche sessuale senza poter raccontare liberamente quanto era accaduto: secondo i canoni della mascolinità tossica un maschio non può subire abusi, perché, appunto, è un maschio, non una femmina. In una nonfiction apparsa sul New Yorker questa primavera il giovane mostro sacro della narrativa americana Junot Diaz rivela di essere stato stuprato e di aver mantenuto il silenzio per oltre trent’anni, pagandone le conseguenze in termini di salute mentale – depressione, impulsi suicidi – quando non si fiondava nella furiosa dimostrazione del suo essere “un vero uomo” con una promiscuità compulsiva che non sembra avergli portato nulla a parte la fine di una storia. Ci sono dei precedenti. Don Draper è mai stato reso più felice dalle donne che conquistava, dal suo status di padrone dell’universo, dal potere esercitato sui sottoposti? Don Draper, la cui intera esistenza poggiava su una bugia labirintica e sulla rimozione militante di qualsiasi fragilità c’era stata prima, ma intanto consigliava a Peggy Olson di dimenticare il bimbo dato in adozione perché facilissimo, “ti sconvolgerà, quanto questa cosa non è mai successa”? Il merito temporale di Mad Men stava nel mostrare il piacere oltre alla tristezza del cedere agli istinti autodistruttivi – not a single fuck was given that day –, nello stabilire che la coazione al fare, al farsi uomo, fosse una benzina potente per la creatività individuale, ma in fin dei conti chi abbiamo lasciato una persona meglio al termine della serie: Don o la sua pupilla, Peggy? Chi si è emancipato tra i due? Chi ha lasciato il giardino d’infanzia?

In primavera ha circolato molto un breve saggio del ricercatore e docente canadese Benjamin Woo, When Did Geek Culture Get So Angry?, “Da quando la cultura geek ha un tale tasso di rabbia?”. Nel testo, estratto da un libro di prossima pubblicazione, Woo analizza alcuni episodi di cronaca, li mette in relazione con eventi degli ultimi anni, dalle esagerate risposte maschili a prodotti di intrattenimento (Mad Max: Fury Road sarebbe stato “propaganda femminista”) alle campagne di odio orchestrate contro le donne colpevoli di essersi rese impopolari con il loro lavoro, fino ai miti collettivi quali la nascita della fake geek girl (la ragazza che fingerebbe interesse verso fumetti o videogiochi allo scopo di attirare gli uomini e poi maltrattarli). Una cultura ora vittoriosa, ricca, una cultura che ha dato pace a enormi numeri di uomini “sbagliati” secondo il precedente canone di mascolinità, non è cresciuta affatto, se ha riproposto ogni singolo difetto dello stampo macho a cui voleva opporsi. Woo inquadra la questione nei termini di una battaglia per decidere il destino dell’anima geek.

L’esempio televisivo cardine da questo punto di vista è stato – ci arriviamo, lo sapevate – il primo episodio della quarta stagione di Black Mirror. Charlie Brooker ha raggiunto un successo vertiginoso grazie al fatto di essere un bravo geek, un tipo tagliente, che ne sa, e va contro il mainstream con tutte le sue forze. Lo si è visto dai suoi inizi come blogger satirico (TV Go Home), ha proseguito sia come scrittore che come volto di Screenwipe e derivati, non ha mai rinnegato il suo mondo di partenza – è un gamer accanito, aveva esplorato l’apocalisse zombie con Dead Set – ma a un certo punto anche lui ha detto “se stiamo messi così abbiamo sbagliato tutto”. (Sensazione condivisa da molti che con la geekiness hanno ottenuto celebrità e fortuna – Simon Pegg che accusa la cultura pop di operare sulla regressione di massa).

La mossa d’apertura di U.S.S. Callister sta nel farti provare scariche di empatia e identificazione con un protagonista positivo per default – è un maschio, no?, sta al centro della scena, vediamo la realtà attraverso il suo sguardo –, un bravo ragazzo bastonato sul lavoro e di certo meritevole di un trattamento più civile se non caloroso, gli basterebbe un’amica, magari la programmatrice appena arrivata – click, cambio di prospettiva, oh no, è un mostro. È un maschio intossicato che avrebbe tutte le possibilità di aprirsi o cambiare (il denaro, il tempo, le risorse mentali e tecnologiche) e invece sceglie di riprodurre la realtà in una scala accettabile, piantando una versione di se stesso in cima a una nuova catena alimentare dove è solo lui ad amministrare premi e punizioni. Un incubo regressivo con “valori maschili” che non potrebbero essere più truci (baciare ragazze, maltrattare i sottoposti, pretendere rispetto quando non si fa nulla per guadagnarlo). U.S.S. Callister è uno tra i rarissimi episodi di Black Mirror a concludersi con il lieto fine, ma la sensazione, molto netta anche a giudicare dalle reazioni, è che la battaglia in corso sia ben lontana dalla legittima conclusione, se di diritti umani stiamo parlando (e la capacità di provare emozioni al di fuori della rabbia potrebbe essere considerato un diritto umano), e che gli sforzi rilevanti per salvare l’anima degli uomini li debbano compiere gli uomini stessi.