Divertire il pubblico italiano non è una sfida facile. E ogni periodo la raccoglie a modo suo. Una cavalcata tra i decenni per capire chi e cosa fa ridere.

Anche il comico è nudo! Parafrasando la celebre battuta sul re nudo della fiaba di Andersen, anche per i giullari di ogni epoca e latitudine vale solo una regola: far ridere. Con le risate non si può barare. Un comico, quello bravo, deve far ridere, altrimenti è “nudo”, è solo un impiegato della risata, che campa spesso di rendita sul repertorio di quando faceva ridere con tormentoni e battute telefonate. Tutti i comici lo sanno, compresi quelli di fascia media e bassa che si guardano bene dal fare confronti con i maestri di un tempo o con i colleghi, quei pochi grandissimi, a loro contemporanei. E il pubblico? Il tempo degli ortaggi e dei gatti morti lanciati sul palco è finito da un pezzo e purtroppo con loro anche il genuino dissenso con fischi e “buu” per indegnità comica. Vedendo molti spettacoli di oggi, sembra quasi che pagando il biglietto lo spettatore debba necessariamente autoconvincersi che l’artista di scena sia bravo a prescindere. È curioso constatare come questo approdo piccolo-borghese e un po’ tardo consumistico abbia colpito un ramo dello spettacolo che dovrebbe essere per sua natura anarchico e catartico allo stesso tempo. Ma forse non è un caso. Nonostante la millenaria tradizione comica – dalle atellane e fescennini antico-romani alle novelle del Boccaccio, dalla commedia dell’arte all’opera buffa, dal caffè-concerto al varietà –, in Italia a tutt’oggi non esiste un’accademia della comicità paragonabile per importanza alla Comédie Française. L’Italia, si sa, è il paese in cui è nato il melodramma e gli intellettuali hanno sempre disdegnato la cultura popolare, a cui fa riferimento quella risata di pancia che ha sempre prevalso su quella di testa, e forse questo spiega perché non solo non abbiamo avuto una scuola comica capace di tramandare i segreti di quest’arte nelle sue mille sfaccettature, ma neppure un vero e proprio teatro comico-brillante moderno, che non c’è mai stato se non per la presenza di pochi autori che hanno coltivato l’umorismo soprattutto però attraverso la forma letteraria: da Achille Campanile, Carlo Emilio Gadda, Ennio Flaiano, Leo Longanesi ai successivi Fruttero & Lucentini, Oreste Del Buono, Gianni Celati e Stefano Benni.

Per fare un po’ di chiarezza sull’argomento, si è qui provato a tracciare una mappa della comicità italiana con la citazione di quegli artisti che hanno realmente innovato nei loro generi e sottogeneri comici. Non mancano alcuni comici atipici e di nicchia, come Alessandro Bergonzoni o Maurizio Milani, che seppur non hanno mai raggiunto vette di popolarità stellare come Totò, Alberto Sordi, il premio Oscar Roberto Benigni, il premio Nobel Dario Fo e il leader politico ed ex-comico Beppe Grillo, godono però della stima di molti loro colleghi onesti che sanno ammettere senza invidia la loro bravura e superiorità tecnica. La mappa copre circa un secolo di storia comica, dall’avanspettacolo che si teneva prima (avan-) della proiezione del film (muto e poi sonoro) alle webseries, passando per il varietà, la rivista, la radio, il cinema e la televisione. Non ci sono distinzioni di classe o censo comico, superate dai tempi. Non si può parlare più di serie A o B, ma di comici “millefoglie” (capaci cioè di sfruttare più corde, comprese quelle difficili della “risata agrodolce o verde”) o “corporali”, i quali, seppur basando il loro repertorio su situazioni e battute di facile presa, hanno lasciato un ricordo indelebile, come Franco e Ciccio, nati come “posteggiatori della risata” nei quartieri popolari di Palermo, e Lino Banfi, re del tardo avanspettacolo, tra striptease cellulitici dal vivo e doppi sensi a senso unico.

Anni Trenta

“Vieni avanti, cretino!” è la celebre battuta che Pietro De Rege rivolgeva al fratello Ciccio. Pietro era il clown bianco e Ciccio l’augusto, ovvero la vittima, secondo quella divisione di ruoli di matrice circense che poi sarà codificata sui palchi dell’avanspettacolo e del varietà, per giungere a maturità nella rivista e nei film comici con la spalla che porge le battute e il “mamo” che incassa e fa ridere. I Trenta sono gli ultimi anni dell’arte varia che propone numeri musicali, intermezzi comici e attrazioni internazionali. In quest’ultima categoria rientrava anche il primo trasformista-fantasista dello spettacolo italiano, Attilio Fregoli, da cui deriva il termine “fregolismo”, e a cui devono tanto il napoletano Nicola Maldacea e il torinese Arturo Brachetti. Da Fregoli è stato influenzato anche il primo vero grande comico del Novecento italiano, Ettore Petrolini, che è anche autore e brucia i tempi sperimentando parodia, nonsense, satira e il connubio musica-comicità, con la benedizione del movimento Futurista. Il suo Nerone che si bea dei “Bravo, grazie” è ancora vivo nel ricordo, grazie alle trasposizioni cinematografiche del suo repertorio teatrale.

Anni Quaranta

Quelli della Seconda Guerra Mondiale e della Ricostruzione sono anni difficili: gli italiani hanno un bisogno fisico e psicologico di evasione e i comici assolvono questo compito con le compagnie itineranti di rivista che hanno per protagonisti i già grandi Totò, fratelli De Filippo (Eduardo, Peppino e Titina), Anna Magnani e Aldo Fabrizi. Pur essendosi ispirato al comico cinematografico all’epoca più famoso del mondo, Charlot (così era chiamato Charlie Chaplin), il Principe Antonio De Curtis elimina qualsiasi elemento patetico o emotivamente ricattatorio dal suo repertorio, regalando risate a intere generazioni di italiani, con tutte le vocali possibili. Come ha raccontato, Totò era infatti capace di far ridere il pubblico a comando con la A (risata aperta di pancia), la O e la U (risata aperta di stupore), la I e la E (risata chiusa di testa). La risata può costare persino la prigione: ne sa qualcosa il triestino Angelo Cecchelin, il primo comico italiano moderno a finire in galera per le sue battute satiriche. Antifascista viscerale, Cecchelin fu mandato al fresco prima dai fascisti e poi dalle truppe di occupazione jugoslave e americane durante la liberazione, perché reo di dire verità scomode su vincitori e vinti della guerra.

Anni Cinquanta

Sono gli anni del boom. L’Italia diventa un pochino americana, ma per non snaturare del tutto i suoi mille campanili gestiti da Pepponi e Don Camilli inaugura il consumismo soft di Carosello nella nascente tv di stato. Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello ne approfittano inventando Un, Due, Tre, sorta di Hellzapoppin’ di mille parodie ispirate al piccolo schermo, il cui modello influirà su tutta la comicità degli anni successivi dai programmi di Renzo Arbore al Drive in, dalla banda di Serena Dandini fino a Zelig. Di grandissima importanza è il contributo di Alberto Sordi, che di fatto inventa la comicità al negativo, basata sulla maschera antipatica dell’italiano medio, furbo e fesso allo stesso tempo. Prima di lui nessuno aveva osato puntare sulla miseria morale anziché fisica del personaggio, ma allo stesso tempo Sordi è un precursore insospettabile della musica proto-demenziale. Sarà lo stesso Enzo Jannacci ad ammettere anni dopo che molte canzoncine surreali dell’Albertone, come “Nonnetta” e “Carcerato”, sono state fonte di ispirazione per lui e Giorgio Gaber. A proposito di milanesi, gli anni Cinquanta segnano anche l’esordio del cabaret à la francese, più rapido e legato all’attualità, a opera dei Gobbi (Luciano Salce, Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli e Franca Valeri) e del trio Dario Fo, Franco Parenti e Giustino Durano. La loro influenza sul cabaret di scuola milanese sarà determinante facendo scoprire al grande pubblico che esiste anche il “gene comico dei laghi lombardi”. Decine di comici (tra questi Fo, Iacchetti, Salvi, Pozzetto, Albanese e Boldi) sono infatti nati nei dintorni di Como, Lecco e Varese, e forse hanno deciso di far ridere per mestiere come forma di ribellione alla depressione lacustre dove panta non rei.

Anni Sessanta

La commedia all’italiana è protagonista indiscussa di questo decennio. Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, e il solito Sordi, raggiungono vette comiche inaudite fondendo tutti i registri possibili (dal sofisticato al grottesco, dal volgare al bizzarro), grazie a registi come Pietro Germi, Dino Risi, Mario Monicelli, Luigi Zampa, Marco Ferreri, Ettore Scola, Luigi Comencini e a sceneggiatori come Age e Scapelli, Rodolfo Sonego, Vittorio Metz, Steno, Suso Cecchi D’Amico e Luciano Vincenzoni. Ad arricchire queste pellicole figuravano poi schiere di caratteristi eccelsi come Tina Pica, Ave Ninchi, Mario Scaccia, Gianni Agus, Alberto Lionello e tanti altri. Walter Chiari è il primo monologhista televisivo moderno, indossa jeans e maglione a collo alto e apre un sacco di parentesi, mentre Alighiero Noschese sfrutta i trucchi tv per eccellere nel suo strabiliante repertorio di parodie e imitazioni. Sono gli anni d’oro della commedia musicale di Garinei e Giovannini e del varietà democristiano targato Rai con le gemelle Kessler, le regie di Antonello Falqui, gli intrattenitori brillanti Johnny Dorelli e Lelio Luttazzi e i testi di grandi autori come Marcello Marchesi, Amurri e Verde, Terzoli e Vaime. Il Derby diventa un’istituzione a Milano con Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Paolo Villaggio e la presenza fissa di politici e banditi, tra cui un giovane Bettino Craxi e Francis Turatello. Censurata e cacciata dalla Rai, la coppia Dario Fo e Franca Rame inaugura una lunghissima stagione di teatro impegnato e satirico che li vedrà protagonisti in prima linea in tante operazioni di “soccorso rosso” contro il Palazzo.

Anni Settanta

La comicità riflette i tumulti e lo slancio di quest’epoca tra riforme sociali, austerity e lotta armata. Si comincia con il grande successo radiofonico di Alto gradimento, con Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Giorgio Bracardi e Mario Marenco, promotori di uno stile crazy che influenzerà tutta la comicità radiofonica degli anni successivi, da Radio Deejay a Fiorello, dallo Zoo di Radio 105 a Lillo e Greg. Dopo l’italiano meschino di Aberto Sordi, nasce un’altra maschera di grande successo: il ragionier Ugo Fantozzi. Nato come personaggio letterario dalla penna di Paolo Villaggio, questa figura avrà lunga vita grazie alle invenzioni straordinarie del suo autore, che per certi versi anticipano di vent’anni le avventure sfigatissime dei Fantozzi a stelle e strisce, i Simpson. Curioso poi che a doppiare la moglie di Homer, Marge, ci sia stata a lungo Liù Bosisio, ovvero la bravissima attrice che ha dato il volto nei primi due capitoli della saga alla signora Pina, moglie di Fantozzi. Gli anni Settanta sono anche quelli dei primi one man show, con il teatro-canzone di Giorgio Gaber (e testi di Sandro Luporini), il capolavoro di Gigi Proietti A me gli occhi please e gli assoli tra case del popolo, teatrini e risto-cabaret di Roberto Benigni, Carlo Verdone, Giancattivi, La Smorfia. La Rai non sta a guardare e ruba questi talenti portandoli al successo nazionale nei fortunati Non Stop e L’altra domenica, quest’ultimo programma “seminale” anche per aver inventato la figura dell’inviato-giornalista comico che ritroveremo a Striscia la notizia, Le iene e nei programmi della Gialappa’s Band. Al cinema è il momento della commedia erotica e scatologica a base di insegnanti, “landi e pierini” e sexy-infermiere, ma anche della coppia campione di umorismo parrocchiale tutto “risate e sganassoni”: Bud Spencer e Terence Hill.

Anni Ottanta

La televisiun la g’ha na forsa de leun”, cantava Jannacci. Il piccolo schermo negli anni Ottanta domina praticamente su tutto con l’affermazione delle tv commerciali di Berlusconi. È un’esplosione, non solo di consumi ma anche di creatività: nasce Drive in. I tempi comici diventano sincopati e le risate sono registrate non per fare un favore al comico, ma per evitare le pause e successive riprese da classico varietà Rai. È un programma “comunista”, perché qui è davvero il collettivo a fare la forza. I comici presi singolarmente non sono granché (la stessa regola vale grosso modo per i programmi di Arbore), ma una volta messi al servizio di una scaletta di ferro, approntata in questo caso dal preside Antonio Ricci e dalla sua squadra di autori (Lorenzo Beccati, Gennaro Ventimiglia e Max Greggio), rendono il programma una macedonia di generi comici gradevole per ogni palato. Per quelli acidi, sempre la Ricci factory sfornerà nella seconda metà degli anni Ottanta due programmi autenticamente cult come Lupo solitario e L’araba fenice (con Silvio Orlando, David Riondino, Sabina Guzzanti, il Gran Pavese Varietà), da cui nascerà tutta la scuola comica de sinistra della Raitre di Angelo Guglielmi (La tv delle ragazze, Avanzi e Tunnel). E al cinema che succede? La tv sottrae significative quote di mercato, ma a tenere banco al botteghino sono i cosiddetti “malincomici”: Carlo Verdone, Francesco Nuti, Nanni Moretti, Massimo Troisi, più i big Roberto Benigni e Beppe Grillo (quest’ultimo avrà più fortuna in tv e a teatro). Nascono i cinepanettoni con la coppia Christian De Sica e Massimo Boldi, e ci sarà spazio per un outsider della comicità come Adriano Celentano, campione d’incassi con commediole ritagliate sul suo carisma di “re degli ignoranti”.

Anni Novanta

Con il crollo del Muro di Berlino, tramontano le ideologie e la satira politica si afferma come genere predominante, ma presto degenera perché la politica si trasforma definitivamente in spettacolo con la discesa in campo dell’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi. Paolo Rossi e i fratelli Guzzanti sono i più bravi e sanno far ridere con intelligenza, ma solo Corrado Guzzanti negli anni successivi saprà rinnovarsi. A percorrere una strada molto diversa è il duo di registi-autori siciliani Daniele Ciprì e Franco Maresco, che con la loro striscia Cinico tv danno vita a una comicità sgradevole più visiva che parlata, celebrando il grottesco e lo humour nero con paesaggi terremotati, peti intergalattici e un bianco e nero di religioso nitore. Sono anche gli anni del Bagaglino di Castellacci e Pingitore, la cui versione tv rappresenta l’unica forma di eredità del glorioso avanspettacolo a base di cosce e doppi sensi. Il trio ex Radio Popolare composto da Carlo Taranto, Marco Santin e Giorgio Gherarducci dà vita alla Gialappa’s Band, lanciando frotte di nuovi comici come Antonio Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo, Paola Cortellesi, Fabio De Luigi, e permette a talenti già noti come Teo Teocoli e il Mago Forest di ritrovare la forma smitizzando il sacro tabù del calcio. Nell’edizione 1996 del Festival di Sanremo, Elio e le Storie Tese si classificano secondi ma rimarranno nel ricordo i “vincitori morali e immorali”. La loro comicità di a da in con su per tra fra le sette note sfonderà negli anni il muro del frastuono con omaggi ai grandi del passato che li hanno influenzati: da Carosone e Buscaglione al Quartetto Cetra, da Rino Gaetano agli Skiantos, con un pizzico di Squallor e di Leone di Lernia. La Banda Osiris e i Latte e i suoi derivati (con il duo Lillo e Greg) rimarranno sempre secondi agli Elii, e solo Caparezza saprà ritagliarsi uno spazio.

Anni Duemila

Il nuovo millennio è strettamente legato alle avventure erotico-politiche di Silvio Berlusconi, e la comicità non si tira indietro diventando però una faccenda molto seria. Il capo di governo arriva a criticare con il cosiddetto “editto bulgaro” un comico e due giornalisti per avergli fatto opposizione con le armi proprie del loro mestiere. Il comico è Daniele Luttazzi, che per uno strano scherzo del destino si ritroverà qualche anno dopo a essere “spolpato vivo” dagli utenti web per essere stato beccato a copiare centinaia di battute di comici americani. Luttazzi proverà a difendersi, ma saranno in pochi a convincersi della sua buona fede. A far ridere in maniera disimpegnata ci pensa il re del sabato sera Fiorello, che ha il torto di ridere alle sue battute ma il merito di farle funzionare per platee oceaniche. Le stesse che a teatro e davanti alla tv raccoglie Zelig, l’allegro carrozzone di comici millefoglie creato nel 1986 da Gino e Michele con l’aiuto di Giancarlo Bozzo e dei “new comedians” del Teatro dell’Elfo fondato da Gabriele Salvatores. Nato come locale di cabaret in viale Monza negli anni della Milano da bere e del craxismo predatorio, la factory si è via via istituzionalizzata negli anni diventando brand con comici rockstar, soprattutto di fascia media, protetti da un lavoro autoriale che li ha forse troppo tutelati. Tra le rivelazioni autentiche del programma figura Checco Zalone (al secolo Luca Medici), il comico più amato dal pubblico, passato alla storia come l’attore che ha incassato di più nel cinema italiano.

Oggi

E oggi che succede? Succede un fatto curioso. Nascono comici e gruppi comici cresciuti con internet e abituati sin da adolescenti a vedere spettacoli di altri paesi, soprattutto inglesi e americani, grazie alla sottotitolazione curata dai fan di questi show. Ecco quindi spuntare anche in Italia gruppi e solisti che praticano la difficile arte della stand up comedy, come Satiriasi a Roma, o confezionano video o miniserie come The Pills, il Terzo segreto di satira e The Jackal, senza dimenticare i progenitori della risata “supergiovane” Maccio Capatonda e i Soliti idioti, nel frattempo passati con successo al grande schermo. È un fenomeno curioso perché rielabora in maniera creativa la nostra tradizione comica prendendo a prestito stilemi comici di scuola anglosassone. Il mix a volte funziona e a volte no, ma purtroppo nessuno di questi comici 2.0 ha dimostrato sinora di avere un talento unico al pari dei big d’antan. Non è un caso, quindi, che tv, teatro e cinema rivolgano lo sguardo al passato, offrendo show e film con facce intercambiabili per un pubblico poco esigente. Ogni tanto rispunta fuori il gene italico tragicomico che produce attori superbi come Carlo Buccirosso, Paola Minaccioni e Giorgio Tirabassi, allievo di Gigi Proietti e tra i protagonisti di Boris, serie che merita una menzione speciale per il cast e la corrosiva satira sulle miserie del mondo della televisione a base di raccomandazioni, favori sessuali e professionisti cialtroni. A tenere alta la bandiera della satira ci ha pensato negli ultimi anni Maurizio Crozza, che nasce come attore allo Stabile di Genova. Supportato da un’eccellente squadra di autori, Crozza non è un comico puro, esagerando a volte con nuove caratterizzazioni legate più all’attualità che all’eternità.