Divagazioni semi-serie, parte due. Mad Men non è solo una storia di pubblicitari a New York, ma l’ammissione che dopo gli anni 50 ci manca qualcosa: lo Spazio.

Non credo che in molti si chiedano, almeno una volta ogni tanto, se il mondo sia sul binario giusto. Non è un po’ ingenuo credere che viviamo nell’unico mondo possibile? L’epoca attuale non è la somma matematica di tutte quelle precedenti: lo scarto è troppo grosso. Perché non costruiamo più le piramidi? Come mai i robot non dominano la terra? Perché non viviamo tutti nella realtà virtuale? È chiaro che in diversi punti ci sono state delle brusche sterzate.

L’America degli anni Cinquanta correva a grande velocità verso un futuro dai dettagli molto ben definiti. Davanti a un popolo assetato di innovazione, le affusolate carlinghe cromate dei primi jet civili della Boeing aprivano squarci nell’orizzonte ancora offuscato dai postumi di due grandi guerre. Aerodinamicità! Già correvano gli anni degli ufo, e l’immaginario collettivo, pregno di abbaglianti forme ovali sospese per aria, vide giungere come in un’epifania cosmica la Scienza e il Design a braccetto, che portavano in dono l’argenteo figlio alato che avevano per lungo tempo covato nel ventre. Da allora in poi, per un certo lasso di tempo, sembrò che nulla più avesse senso, se non poteva fendere l’aria fino a sfondare la barriera del suono. Nulla poteva sfuggire a questo nuovo ordine: si arrivò a costruire una pinzatrice lunga mezzo metro, perfettamente aerodinamica, che avrebbe resistito su qualsiasi scrivania lanciata a 500 chilometri orari nella stratosfera. Tutto era così veloce che anche il Futurismo pareva oramai un lento triciclo per bambini.

Vi era un’unica destinazione capace di contenere un tale slancio: lo Spazio. Tutto era già pronto per la partenza: la fantascienza aveva preparato il bagaglio culturale, l’estetica aveva allenato l’occhio, l’economia aveva costruito trampolini di lancio con i suoi bilanci in ascesa. Aleggiava lo spirito di collaborazione di gruppo che prelude alle migliori avventure: scienziati e visionari andavano a braccetto ad acquistare l’ultima copia di Amazing Stories, dove il profetico Hugo Gernsback da tempo mischiava nel calderone le ultime innovazioni tecniche insieme ai resoconti di incontri ravvicinati del terzo tipo, senza distinzione di sorta. La ricetta piaceva a tutti: banchettando giovialmente gli scienziati scherzavano sull’evacuazione in assenza di gravità; i romanzieri di fantascienza riflettevano, socialmente coscienziosi, le norme di galateo che avrebbero dovuto governare i robot, e tra una portata e l’altra si divagava sul contegno che gli umani avrebbero dovuto adottare nel caso di eventuali rendez vous interplanetari. Poi però qualcosa andò storto, forse durante la digestione, o probabilmente al momento di pagare il conto. Di preciso non conosciamo il motivo, ma solamente il periodo: la brusca frenata fu agli inizi degli anni Sessanta. Possiamo sentire ancora oggi la puzza della gomma bruciata sull’asfalto.

La serie televisiva Mad Men è ambientata proprio in quel preciso lasso di tempo. Invece di vedere gente indaffarata in gioiosi preparativi per lasciare la Terra, la telecamera è puntata su un gruppetto di creativi in un’agenzia pubblicitaria, intenti in affannosi sforzi per vendere prodotti. Nonostante il successo e il tenore di vita elevato, osserviamo un’umanità affaticata e confusa che striscia tra lavoro e adulterio, surrogati di artisti e scrittori che vivono di surrogati, e inconsapevolmente cercano di somministrare al popolo la stessa cura per la disillusione, respirando più sigarette che aria e bevendo superalcolici non per bacchesca gioia ma per calmare i nervi. La stessa corsa verso le stelle diventa un placebo da guardare in televisione. Ma per quanto sedati, gli istinti sopravvivono: perché tentare la scalata sociale fino ai piani alti dei grattacieli di Madison Avenue, se non fossero proiettati in alto verso le stelle? Certo, abbiamo tutte le comodità nella nostra gabbia dorata sotto la stratosfera. Ma riusciremmo più a sopravvivere nella natura selvaggia? No, ci siamo chiusi la porta alle spalle, e un passo indietro ci costerebbe più di un balzo in avanti.

Provate a impedire la corsa a una gazzella, vietate a una tigre di cacciare: presto si ammaleranno e moriranno maledicendovi. Perché dunque un animale che, in luogo degli artigli o dell’agilità, ha sviluppato un cervello in grado di concepire navicelle spaziali dovrebbe rimanere ancorato al suo pianeta natale? E martoriarlo con strade, palazzi e capannoni per sfogare il suo nervosismo? Quanti sogni, aspirazioni e lotte si sprecano ancora su questa palletta tiepida che con tutta probabilità l’Universo ignora? Vogliamo nutrirci di pillole! Cacarle in assenza di gravità! Riprendetevi il vostro ridicolo orizzonte dritto, e ridateci i viaggi interplanetari! Per aspera ci siamo già passati. Ad astra!