Come si convince un produttore a realizzare una serie? Alcuni piccoli trucchi, un progetto ampio e un atteggiamento positivo, ci svela l’esperta Pilar Alessandra.

Presentare i propri progetti, idee e proposte di vario tipo, ossia fare un pitch, è un’attività sempre più pervasiva in molti rami del mercato del lavoro americano e non solo, ma in quello dell’entertainment hollywoodiano in particolare è qualcosa con cui gli sceneggiatori combattono da sempre. Persone abituate a volte a lavorare da sole, lottando con se stesse e con lo schermo o il foglio bianco, si trovano poi a dover proporre in poche parole quello che hanno elaborato per settimane, mesi e qualche volta persino anni. E che magari, come ci insegnano le teorie critiche moderne, loro per primi non è detto sappiano davvero leggere criticamente, anche perché influenzati dal processo che hanno attraversato e dal legame emotivo con l’opera. Si possono però elaborare tecniche e di conseguenza anche come fare un pitch può essere insegnato. Di questo si occupa Pilar Alessandra, fondatrice della società On the Page (www.onthepage.tv): Script Consultation & Screenwriting Classes.

Alla base dei suoi insegnamenti ci sono l’arte di sintetizzare e di essere incisivi e diretti, ma allo stesso tempo la necessità di apparire positivi, coinvolti e appassionati al proprio progetto, perché chi fa un pitch non presenta solo un’idea e una storia, ma anche – se non soprattutto – se stesso. Per esempio, il riassunto del plot, anche di quello di una serie tv potenzialmente molto lunga, andrebbe ridotto a tre semplici frasi, che presentino i protagonisti e i loro obiettivi, le difficoltà che incontrano e come cercheranno di risolverli. Ognuno di questi passaggi andrà poi ampliato, anche sulla base dell’interesse dell’interlocutore, ma la chiarezza resta una virtù imprescindibile per dare in poche parole un’idea a chi ascolta. Allo stesso modo, presto o tardi arriva il momento in cui la propria storia va in qualche modo legata all’esperienza individuale di chi parla, alle sue influenze e alle sue passioni, perché solo in questo modo appare come qualcosa di unico.

Tra i vari esempi forniti in una lezione romana al MIA – Mercato Italiano dell’Audiovisivo, Pilar Alessandra ha presentato la sua versione di alcune log line di film o serie di successo: da un blockbuster come The Avengers, “The greatest super heroes on the planet are assembled to fight evil, but must first overcome their own differences”, a un film drammatico che ha trionfato all’Oscar come Il discorso del re, “When ordered to give a lengthy radio speech, a stuttering king must get to the heart of his emotonal problems with the help of a no-nonsense vocal coach”, fino a una serie di successo come Scandal, “A team of Washington, D.C. lawyers makes scandals disappear, handling government crises while coping with problems of their own”.

Naturalmente in un pitch c’è molto di più oltre alla log line e ne abbiamo parlato direttamente con lei, partendo da come è arrivata alla sua attività: “Ero molto istruita e molto poco impiegata a Los Angeles, avevo circa 20 anni e alcuni amici mi hanno chiesto se volessi leggere una sceneggiatura a settimana per una società che avevano, così ho iniziato a farlo e ho capito che poteva diventare un lavoro. Erano gli anni Novanta e, portando con me alcuni esempi delle valutazioni che avevo dato, sono stata assunta dalla Amblin di Steven Spielberg, che poi ha dato vita alla DreamWorks. Stavo imparando i punti di forza e quelli deboli di una sceneggiatura e ho pensato di poter trasmettere quello che avevo appreso, aiutare a realizzare script migliori, così ho iniziato a insegnare e ho scoperto la mia passione”.

Oggi sembra che la gran parte dei progetti hollywoodiani siano in qualche modo adattamenti da altri media, o remake, o direttamente sequel. Come questa tendenza ha cambiato le cose?
La ragione per cui nelle mie lezioni pongo molta enfasi sull’idea di una IP [intellectual property] personale è proprio che ci sono moltissime proprietà esistenti da adattare o in corso di trasposizione. Visto che tutti cercano materiale che sia già stato messo alla prova in qualche forma, chi propone la sceneggiatura deve presentarsi come la prova vivente di quel materiale, perché l’ha vissuto e lo possiede. Un producer così si sente più sicuro, sa che non è uno script che arriva dal nulla ma che invece nasce da un’esperienza.

Anche le serie tv sono molto cambiate, sono sempre più serializzate e in molti casi sono ormai comprate in blocchi stagionali, senza nemmeno passare dalla realizzazione e approvazione del pilot…
Oggi c’è in effetti meno enfasi sui pilot, perché chi sta guardando un certo tipo di serie, magari facendo binge-watching, sa che il primo episodio è solo un pezzo del puzzle, quindi si possono realizzare anche prime puntate che non spiegano subito l’intera premessa. Ma anche in questi casi il primo episodio presenta i protagonisti e il loro mondo, il tono della serie e i dilemmi di fondo che i personaggi affronteranno. Il pilot dà comunque il via alla storia, anche se in modo meno tradizionale, e ha pur sempre l’obiettivo di catturare lo spettatore. Quando si fa il pitch bisogna avere inoltre già ben chiari gli archi narrativi, per spiegare che alla fine della stagione saranno successe alcune cose e certe situazioni saranno cambiate. Quindi il pitch deve partire dal pilot, ma indicare anche la direzione della serie.

Allo stesso modo, anche i film stanno diventando serializzati e assistiamo a continui tentativi di lanciare trilogie o addirittura universi condivisi.
Personalmente non consiglierei farei mai di fare il pitch di un’intera trilogia, a meno che non si tratti di una proprietà pre-esistente già fortissima. Peraltro posso assicurarvi che molti sceneggiatori commettono errori anche gravi quando ragionano su questo tipo di progetti [come con La mummia e il Dark Universe]. Suggerisco sempre di concentrarsi solo sul primo film, poi si vedrà. In tv invece, se c’è un piano più lungo, i producer vogliono conoscere gli archi narrativi di ogni stagione. In questo caso si tratta di un cambiamento incrementale, perché non è una buona idea rendere il personaggio irriconoscibile dopo una sola annata. Breaking Bad, per esempio, muta gradualmente il protagonista. In una serie come The Crown, che già sappiamo che racconterà la vita della regina fino a oggi, ogni stagione è un passo che ci avvicina al presente. Quando qualcuno parla del suo obiettivo finale per una serie, è naturale fare subito un po’ di matematica mentale, dividendo la sua storia in vari passaggi stagionali.

C’è sempre maggior attenzione a Hollywood sulla rappresentazione del mondo LGBTQ e della diversity etnica, che peso devono avere in un pitch?
Credo che l’interesse per la diversity sia un grande e positivo cambiamento, e questo soprattutto perché – diversamente da anni fa – non è più il punto principale di una serie o un film. Insomma non si dicono più cose del tipo: “è come quel film, ma con un protagonista nero”. Si dice invece che c’è un protagonista molto interessante, che tra le altre cose è nero. La diversity non è più l’aggancio e il cast dev’essere spontaneamente eterogeneo, è quello che stiamo vedendo ormai dappertutto in tv. E anche al cinema dovrebbe essere così, ma ci si sta mettendo un po’ più di tempo.

Rispetto a quando ha iniziato, quali altri cambiamenti ha notato nell’approvazione dei progetti?
Ho cominciato a metà degli anni Novanta, in una sorta di golden age degli sceneggiatori, perché ce n’erano di famosi e “rock’n’roll” come Shane Black. Ma ci sono formule che oggi sono datate, per esempio dire “X meets Y”, incrociando due titoli, è un modo un po’ superato, anche se si usa ancora. Questo perché se metto insieme due film o due serie l’effetto su chi ascolta è di portarlo istintivamente a fondere le premesse narrative, mentre è meglio spiegare che si cerca un tono affine a qualcosa. Se dico che una serie è un incrocio tra ER e Grey’s Anatomy evoco un incontro tra i rispettivi cast, piuttosto che una giustapposizione di toni. È importante usare un linguaggio contemporaneo, essere ben calati nel presente, ed è meglio presentare un progetto che sembri personale anziché un collage di cose altrui.

In queste settimane, Jeff Bezos ha chiesto ai suoi executives di Amazon Prime Video “portatemi un Trono di Spade!”. Ma nemmeno il Trono di Spade è nato come un fenomeno mondiale, non è una pretesa eccessiva?
Credo che quando Bezos fa una richiesta del genere, chiede ai suoi una serie di libri o di fumetti da adattare che possa dare vita a un mondo molto ricco [dopo questa intervista, Bezos ha concluso di persona un accordo con il Tolkien Estate, n.d.a.]. C’è così tanto contenuto là fuori che è comprensibile che gli studios chiedano “portami questo!”. Penso che nell’adattare IP preesistenti la Marvel abbia fatto molto bene, perché ha puntato sui personaggi prima di metterli insieme. È importante che ci sia familiarità con i protagonisti prima di buttarli in una sequenza di scene d’azione.

Infine, se un pitch deve anche proporre se stessi, qual è l’atteggiamento giusto da tenere?
È una delle cose su cui lavoro molto nelle mie lezioni, dove metto alla prova i miei studenti e spiego loro cosa stanno facendo di giusto e sbagliato anche nel modo di porsi. La regola fondamentale è di lasciare la propria disperazione fuori dalla porta. Può capitare che il pitch diventi una conversazione personale e se chi parla è disperato risulta respingente. L’altra cosa davvero importante è di essere appassionati: un pitch non dev’essere freddo, deve somigliare a quando hai appena fatto binge-watching di una serie e vuoi convincere un tuo amico a fare altrettanto, perché secondo te è bellissima. Questo tipo di trasporto deve far parte della presentazione di un pitch, insomma: passione e non disperazione.