Tutto quello che avreste voluto sapere sulla web serie di culto e che Marco Cubeddu ha osato chiedere a Lory Del Santo: una chiacchierata alla fonte della creatività.

Galeotto fu questo dialogo e chi lo scrisse.

[siamo in palestra, è appena passata Lona, la Lady protagonista, e quelli che parlano di lei sono un tamarro arrivista che cerca di palestrarsi e un personal trainer dallo sguardo bovino, con la faccia di un dodicenne e il corpo dell’incredibile Hulk]

– Oh, Simone, certo che Lona è una gran bella gnocca…

– Elevata… Vorrei agguantarla…

– Ma cosa fa esattamente? Ma chi è?

– È piena di soldi, suo marito americano è scomparso nell’oceano con il suo aereo privato. Era ricco sfondato. Però non hanno mai trovato il corpo…

– Ah, interessante!

– Sì, ma tanti misteri la circondano, è una leggenda. Un passato top secret e un futuro molto complesso…

(© Lory Del Santo)

Ho conosciuto Lory Del Santo a Bogotà, in Colombia, durante la riprese di Pechino Express 5. La prima volta che abbiamo parlato a tu per tu, su uno sgangherato autobus che arrancava tra le piantagioni della Zona Cafetera, non ho resistito alla tentazione di confessarle che avevo scritto un articolo per Panorama in cui le davo del “genio assoluto” per aver dato vita a un prodotto come The Lady. Sono così venuto a sapere che quell’articolo non le era nuovo, e che le era piaciuto al punto che se l’era portato dietro per settimane. Tanto che sospetto sia proprio grazie a quel pezzo, scritto a caldo dopo l’entusiasmante visione della prima stagione di The Lady, che alla sesta tappa di Pechino, vinta dalla sua coppia, dovendo eliminare una coppia a scelta fra l’ultima (la mia) e la penultima arrivate al traguardo, scelse di salvarmi.

Da quando siamo tornati ci siamo rivisti più volte, insieme a Marco Cucolo, il suo compagno. A cena, alla festa per i 25 anni di Marco, in radio, durante dirette tv, ma soprattutto l’ho rivista il pomeriggio in cui ha esaudito il mio più grande desiderio professionale del momento: fare un cameo in The Lady. Cioè, dal mio punto di vista, interpretare l’alter ego protagonista del mio prossimo romanzo, un certo Marco Cubeddu, e doppiarlo, in The Lady 3. Autofiction al cubo.

Il segreto di The Lady

Perché sognavo di fare un cameo proprio in The Lady? Perché penso, onestamente, che se The Lady fosse solo un po’ meno “elevata” potrebbe essere una serie-manuale di tutto ciò che non si deve fare per realizzare un successo seriale contemporaneo: costruire un cast di non attori composto quasi solo di donne appariscenti e uomini palestrati (a accezione di caratteristi sovrappeso e maggiordomi cingalesi); doppiare tutto, rendendo i dialoghi, già surreali di loro, ancora più impersonali e asettici, come nelle pagine più claustrofobiche di Bret Easton Ellis; abusare in regia di zoom-in e zoom-out, fotograficamente di inquadrature traboccanti di bagliori romantici del sole alla cui luce corpi seminudi vengono mostrati, per puro esibizionismo, mentre si scambiano battute che sarebbero state tagliate anche dai copioni di Beautiful… Ogni aspetto di The Lady mi fa venire in mente una riproduzione a grandezza quasi naturale della Statua della libertà. O della Torre Eiffel, del Colosseo, di un circo, di una nave pirata, di un parco giochi… Ognuna di queste opere architettoniche, presa singolarmente, richiama l’orrore delle palle di vetro con la neve come souvenir. Agghiaccianti.

Ma l’accumulo, invece, l’accumulo diventa sublime. E il risultato finale è che The Lady è come Las Vegas: un’architettura narrativa cosciente di se stessa. Nell’esagerazione kitsch, il kitsch scompare, rivelando tutta la superba esattezza di una dichiarazione di poetica sintetizzabile nella frase-manifesto: “Che bello spendere tanti soldi. Mi eccita!”.

Rispetto alla fragile durezza ideologica di chi è cresciuto nei Settanta, il “decennio da bere” degli Ottanta, dopato da un boom inflattivo che avrebbe sublimato emotivamente la spinta economica dei Sessanta, benché apparentemente il più artificioso e superficiale, è stato probabilmente il più genuino, il più sinceramente edonista, quello che la mia generazione, cresciuta negli anni Novanta, malinconica per partito preso, è nata per sognare, rimpiangere ed esorcizzare con lo storytelling.

Entrare a casa di Lory Del Santo fa lo stesso effetto lisergico di trovarsi sullo Strip a fare lo slalom tra il Flamingo e il Bellagio. Chiacchierare con lei è come immergersi nella frenesia di una città sospesa tra oscenità e tenerezza, coscienti di avere, con ogni probabilità, “il sangue troppo denso per il Nevada”, ma anche del fatto che non si vorrebbe essere da nessuna altra parte se non lì.

Scoprire Lory

Arrivo per l’ora del tè a casa di Lory Del Santo e Marco “Mark” Cucolo:. mi apre lui, andiamo direttamente in ufficio, una stanza della casa piena di raccoglitori con le pagine della sceneggiatura, di foto di Lory da giovane, di schermi Apple dove scorrono le immagini della nuova stagione. Lory sta finendo di editare i titoli della sigla, scartiamo i biscottini al cioccolato a forma di cuore che ho portato, aprono una bottiglia di champagne, brindiamo, mentre vengo tirato in ballo in un’appassionata discussione su un errore che Lory accusa Mark, responsabile della sigla sotto la sua direzione artistica, di aver compiuto. Mi dichiaro neutrale, accendo il registratore.

Allora, come sai, la ragione per cui sono qui è che, visto che ho fatto un cameo in The Lady, non posso non scriverne, e la cosa migliore per farlo mi sembra intervistarti…

Lory. Ma tu tra l’altro devi fare un’altra scena, facciamo ancora in tempo a girarla e montarla…

Mark. Possiamo fare che quel porco del Prof. Cubeddu va a puttane nel night… domani sera è Capodanno, andiamo a festeggiare lì, Lory porta la telecamera e registriamo!

(L) Dai!

(M) Chi va in pigiama può entrare gratis…

Ma dove?

(M) Metti questo nel pezzo! (mi fa vedere al computer una che balla al Pepe Nero, che è il posto dove dovremmo andare a festeggiare domani sera)

(L) In un night club dove uno va a bere una cosa e poi basta, se ne va. Certo, se poi vuole conoscere una ragazza, la fa ballare per sé, e poi…

(M) Ci sono le zoccole, Cubeddu, delle belle zoccolone…

Ecco, Lory, questa cosa che domani sera, a Capodanno, tu riesci a girare, tutto da sola, cioè, io non ci potevo credere dai titoli di testa, ma tu fai veramente tutto da sola!

(L) Perché ho capito che quando delego non riesco a ottenere ciò che voglio, è difficile trovare una persona che ti ridà la giustizia di qualcosa che è già meraviglioso nella tua testa… in più, facendo tutto da sola, tutte le risorse del film le ho messe sulla realizzazione, se avessi dovuto pagare una troupe di 10 persone non ce l’avrei fatta, invece così i soldi li metto per viaggiare e rendere il film più internazionale.

Perché il tuo è un lavoro low budget

(L) Tu pensa, l’altro giorno, per una trasmissione Rai, sono venuti a fare delle riprese qui. È andato in onda un minuto. Per un minuto c’erano 30 persone, Mark era sconvolto, le ha contate, io non so quanti soldi può essere costato quel minuto…

Invece The Lady costa poco…

(L) Il film costa poco per una semplice ragione: perché non mi pago. Perché se mi pagassi io…

Non deve essere facile ricoprire così tanti ruoli professionali contemporaneamente.

(L) Non c’è niente lasciato al caso, solo che io lo faccio con una tale naturalezza… Vedo la luce va lì, decido il fiore va lì, la camera la metto di qua… tutti dopo che mi vedono lavorare pensano che lo possono fare anche loro, ma io dico: ciò che per te è naturale magari per gli altri non lo è.

Come lo definiresti, talento?

(L) Ho una percezione di ciò che deve essere il risultato ancora prima di capire, ci metto una frazione di secondo, non ho bisogno di studiare una location, ho la fortuna che avendo un decente gusto riesco a trasformare in pochi secondi una scenografia, per dire, domani vedrai, appena arriviamo lì al Pepe Nero decido che questa telecamera va qua, tu vai lì, in tre secondi avrò già finito…

Ed è sempre così?

(L) Per un film di questo tipo, per dire, se abbiamo 10 minuti esatti per girare la scena del finale lo faccio in 10 minuti, se abbiamo un locale per un’ora… Vedi, la capacità di superare le difficoltà è quello che ti permette di portare a termine il film, questo fa il regista… C’è l’attore che si macchia la camicia, quello che non arriva, quello che arriva in più, io lo devo risolvere. Questo è fare un film, così, come viene. Per questo la forza di questo film è la sceneggiatura, è il soggetto, è la parola, io non devo fare un film basato sulle immagini, ma un film basato sulle parole… Un lavoro di intuizioni fugaci, pensa, su 150 attori che passano per The Lady 3 c’è il pazzo, c’è di tutto, e di più…

Ecco, per esempio, uno degli aspetti più controversi di The Lady sono proprio gli attori, molti li definiscono “cani” e, diciamocelo, non sembrano esattamente usciti dall’Actor’s studio…

(L) Guarda, magari i professionisti sono più bravi ma… non ho rimorsi di non avere attori professionisti, mi piacciono i miei non professionisti allo sbaraglio.

(a Mark) Ma tu reciti?

(L) Per modo di dire…

(a Mark) E che ruolo fai?

(L) Fa il modello stupido…

Ah…

(L) Perché io devo realizzare scene in tempi record, come con te, ti ricordi, il barbiere chiude, il locale si riempie…

Il giorno delle riprese del mio cameo avevamo appuntamento per girare alle 15.00 al Deus, un locale milanese con barberia incorporata. Arrivo in anticipo, ordino un hamburger e un bloody mary, e ho la malaugurata idea di studiare a memoria la parte mentre pranzo. Gravissimo errore. Perché, scopro, il ruolo di suggeritore di Mark non ha una funzione puramente emergenziale, cioè quella di correre in soccorso di un attore con un vuoto di memoria, ma un ruolo programmatico: lui legge la parte; l’attore, cioè in questo caso io, non sa la parte, e si dovrebbe limitare a ripetere fuori sincrono, parola per parola, quello che dice Mark. Il risultato è stato un gran mal di testa.

Specie perché avevo ancora in testa il personaggio che Lory inizialmente aveva pensato di farmi interpretare. Ben, un manager megalomane che, nel primo script che mi aveva mandato, appena rientrati in Italia dopo il viaggio di Pechino, si abbandonava a riflessioni filosofiche di commovente bellezza: “credo nell’egemonia del potere, nella forza determinata dal carattere, nell’infiltrazione del pensiero di chi sa come gestire il mondo. Tutto va gestito in maniera razionale per ottenere del profitto. Bisogna gestire il progresso e le sue ramificazioni”. Poi Lory ha deciso di andare in un’altra direzione, e sono diventato il Prof. Cubeddu, docente dello Iulm determinato a convincere la Lady a fare da relatrice di eccezione per il suo corso di comunicazione. Al netto della mia interpretazione, una scena sublime!

Lory è una regista ansiosa, determinata, concentrata ed entusiasta. Come segnalato nei titoli di testa, oltre che da regista, fa da scenografa, operatrice, direttrice della fotografia… e direttrice del casting: mancando il barbiere vero, ci mette un minuto a reclutare un cameriere, armarlo di mantellina, e farne la spalla del Prof .Cubeddu che, al telefono con Lona, si fa accorciare la barba per arrivare “più sexy” all’incontro con la Lady del suo cuore.

(L) Vedi, anche quel cameriere, cioè, potevo andare nel panico, invece a me questa adrenalina non mi affligge, mi fa rinascere, dico Va bene questa scena la farò in tempo record…

Mmmmmmm…

(L) Ho una capacità molto avanzata di ripresa, ho messo a punto un sistema di incastro di inquadrature che mi permette di avere la certezza di sapere quando una scena ce l’ho…

Ma come ti è venuto in mente di iniziare a fare la regista?

(L) È nel mio carattere che se comincio a fare una cosa non mi accontento del primo passo. Dai primi film muti, che non erano scene, inquadravo solo una modella, sono passata alle scene mute, e poi a girare The Nightclub.

C’è in rete?

(L) Si, certo…

Ah, non l’ho visto, me lo vado subito a vedere…

(L) È molto interessante!

Ci credo.

(L) Per me è stato come sverginare una cosa, abbattere un tabù, perché, attenzione, l’ho girato tutto in tre ore, ho iniziato a girare alle due e mezza…

Di notte?

(L) No, no, e finito alle 19.00, avevo convocato 10 attori in scena, così, senza sapere bene, che poi arrivavano i clienti, è stato il mio primo film dove la gente parlava, ahhhh (sospira nostalgica), poi immagina, avevo un solo assistente, che era Chang…

Come Chang?

(L) Chang, Chang, che vabbè, gli dicevo “The light is broken, is broken”, e lui niente, son vent’anni che è qua e non ha ancora imparato l’italiano… Ho girato senza luci, e da subito, non ho fatto nessuna prova, ho convocato gli attori, quando ho finito, per me è stato un terremoto. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta!

Ok, ma, voglio dire, come ti è venuto di dire: Voglio realizzare dei video muti?

(L) Devin, mio figlio, è un megalomane, molto viziato, io avevo una macchina fotografica vecchia e lui ha iniziato a usarla per conto suo dopo che l’ho obbligato a farmi delle foto… Poi ne voleva una costosissima per fare video, ma quando gli ho regalato quella nuova non l’ha mai usata, e io la vedevo lì per terra… Fai conto, non ho fatto mai un video neanche col telefonino, infatti anche adesso non li so fare, ma questa è stata lì per mesi e mesi, e un giorno arriva uno a salutarmi, e io, sai come faccio, che racconto sempre i drammi, le robe, gli dico Ah, mio figlio è un disgraziato, guarda, non l’ha mai usata, e lui dice Beh, usala tu! Randy Norton, si chiama, e mi fa È semplicissimo, vedi questo pulsante? Schiacci on, ed è accesa, schiacci rosso, e registra. E io: Oh, schiacci on, schiacci rosso… e registra davvero. Allora mi dico: A sto punto posso fare un film!

Così, da zero a cento!

(L) Devo avere le difficoltà massime, e quindi in brevissimo tempo sono passata da fare The Nightclub a dire Devo fare un film, devo fare un film!

The lady…

(L) Avevo questo progetto che avevo scritto per me stessa, io dovevo essere The Lady, sai, volevo fare il film su di me che nessuno mi ha mai fatto fare, avevo anche convocato un regista che veniva da Firenze che mi aveva detto che aveva studiato con Olmi, un operatore da Roma che faceva le fiction, ho messo su una troupe con costi altissimi, ma poi non c’era un responsabile vero, era come se il progetto fosse per tutti di qualcun altro, io ero l’attrice quindi non mi potevo vedere, non potevo controllare ogni scena. Alla fine, guarda, solo per il montaggio, che io non sapevo nemmeno cos’era, di due minuti, ho speso 2000 euro, a quel punto era tutto così difficile che ho detto Il progetto è cancellato, non farò mai più, basta, è finita qui…

Questo è successo prima che comprassi la nuova macchina a Devin…

(L) Si, si, prima. Ora ti sto parlando dopo The Nightclub, a quel punto ho detto: Voglio fare un film, ma che cosa faccio? Ho ritirato fuori dal cassetto questo progetto, avevo scritto solo 5, 6 scene in una location unica, però avevo già il concetto, l’idea…

(M) E che idea!

(L) Ho detto Però ci serve la Lady ora. È andata che un giorno Devin mi fa: devo fare un video a una ragazza che viene appositamente da Parigi, mi devi dare una mano, sta al Bulgari Hotel, che poi, tutte palle, era il suo compagno che pagava la stanza, ma insomma, dovevo fare da assistente, ho detto Bene, ora finalmente usa sta benedetta cinepresa… ma Devin e il compagno della modella vanno al bar e poi spariscono, io lo chiamo e Devin mi dice Mamma, fallo tu il video, ho da fare, e così è nato Il dolore dell’anima, una cosa del genere, uno dei miei primi video muti, però mi sono divertita con la ragazza che ogni tanto moriva perché, diceva, Io nel film voglio morire.

Quella che poi è diventata la protagonista di The Lady

(L) Siccome lei ne Il dolore dell’anima, La morte dell’anima, come si chiamava, aveva una capacità espressiva elevata, l’ho ingaggiata per The Nightclub e poi ho scritto The Lady su di lei. Ormai avevo tutto per fare un film, la cinepresa e l’attrice. Io faccio sempre così, trovo gli attori, poi scrivo, tipo tu, mi hai detto in Colombia Voglio fare The Lady, e pronti, ho scritto, fai The Lady, quante scene ho scritto per te che poi non abbiamo girato? Tipo, mancava l’attrice, quella bionda, che doveva fare la lap dance davanti a te nell’aula universitaria? Bene, la fai senza, dal barbiere, al telefono, sono così, ho una creatività assoluta.

Più che altro te ne inventi sempre una…

(L) Sempre!

Però le tue battute, il modo in cui fai parlare i personaggi…

(L) È una sceneggiatura così ferrea che ogni frase dev’essere quella, ogni scena è un meccanismo.

Cioè, nella prima puntata della terza stagione fai dire “Mi piace ricoprire la mia nuda perfidia con espressioni che ho rubato ai testi sacri, non posso non usare il potere che essere donna da”, nessun altro parla così, per forza fai tutto tu…

(L) Tutto io.

Eh, ma ora, dopo aver letto la sceneggiatura, non ho dubbi, sei tu al 100%.

(L) Al 100%.

Quando abbiamo girato temo di aver inavvertitamente cercato di normalizzare le tue frasi…

(L) (indicando Mark) Infatti il suggeritore dovrebbe essere lì per vigilare.

Ecco, io sono un cane, ok, ma recitare con Mark che legge le battute sotto, ecco, è stato difficilissimo, sembrava di fare quel gioco da bambini, il pappagallo, quando ripetono tutto quello che dici…

(L) Tanto poi c’è il doppiaggio…

Ma è davvero tutto doppiato?

(L) Tutto.

Ma perché?

(L) Sempre per i tempi, io così posso girare senza far fermare il traffico, senza zittire la gente intorno, porto a casa le scene e poi doppio tutto, anche se la sala di doppiaggio costa tantissimo…

Ma pensavi, quando hai cominciato, che sarebbero arrivate la stagione 2 e 3, che l’avrebbero visto così tante persone?

(L) Sono molto umile, non mi sarei mai permessa di sognare che avesse un impatto così virale, certo mi ha animato uno spirito di libertà assoluto, non avevo vincoli, però è vero che la libertà, sai, vai a destra o a sinistra? E la gente rimane ferma, quindi va gestita, devi sapere cosa vuoi, e io volevo fare un film…

Hai sempre voluto farlo? Cioè, anche da ragazzina?

(L) Pensavo di poter fare solo l’attrice, però avevo fallito. Quando ho capito che con una cinepresa potevo fare un film mi si è aperto un mondo, però per farlo dovevo imparare a fare tutto: in due settimane ho fatto un corso di montaggio da questo Randy Norton, che mi ha acceso il programma, mi ha iniziato, poi fatto il primo, il secondo passo lo faccio da sola… all’inizio avevo solo Chang…

Ma, per esempio, il fatto che Chang sia diventato un personaggio così amato, con le vignette sui social e tutto quanto… te lo aspettavi?

(L) Non a questi livelli, tu pensa, ora lo chiamano a fare le serate in discoteca…

Ecco, capisci, la follia?

(L) Però se l’ho messo una ragione c’è… Mica faccio i film di Natale…

(M) Però Babbo bastardo era divertente…

Cioè, Chang è un personaggio grottesco, una caricatura, il tuo immaginario è pieno di questi personaggi piatti, inverosimili, eppure…

(L) Io ho la consapevolezza di far sorridere nel descrivere un mondo che è così, il mondo è kitsch, è fatto di pavoni, di gente che si trasforma in varietà, in ruote della fortuna. Vedo un mondo così, folkloristico, vedo il ciccione, vedo lo storpio, mi sento molto Almodovar, vedo delle cose, non riesco a figurarmi una cosa normale, tutto ciò che esce da una normalità mi attrae…

E poi però in che storia lo metti?

(L) Sono consapevole di cosa significa un mercato, un mercato dove tu devi vendere, devi vendere per sopravvivere, era molto rischioso uscire con un film super serio… Ho cercato di capire che tipo di spettatori volevo cogliere, tra i 20 e i 30 anni, cioè devo prendere un pubblico che non vuole annoiarsi… Uno spettatore Marco Cucolo (indica Mark), se io non riesco a prendere lui ho sbagliato tutto, lui non vuole cose troppo cervellotiche, ma neanche il film di Natale con De Sica…

(M) Quello non fa ridere neanche me…

(L) Con The Lady ho impacchettato una cosa che piace a quelli che fa ridere, ma in realtà questo film l’ho fatto per gli altri, per quelli che scoprono che c’è qualcos’altro dentro, su come interpretare il mondo per riuscire a sopravvivere…

E cosa c’è?

(L) Una riflessione sull’introspezione umana, l’uomo e la sua forza, le sue debolezze…

Però sembra anche una parodia…

(L) È un prodotto furbastro, però per essere furbi bisogna essere acuti, la furbizia non ti viene se dormi… io adoro il trash e il kitsch, sono un animo puro che si eleva. Mi diverto, è un divertimento continuo, un circo. Gli esseri umani non finiranno mai di stupirmi, e per questo The Lady è potenzialmente infinito.

Perché in realtà una vera e propria storia non c’è…

(L) La storia c’è. La Lady ha molti amici e molti nemici, e quindi deve combattere perché non sempre si distinguono gli amici dai nemici, il punto è che per vivere si deve combattere. Tra odio e amore, c’è The Lady.

Un successo di pubblico che però, voglio dire, è anche un successo commerciale? Cioè, tu lo carichi su YouTube, ma immagino che non sia facile guadagnare con le visualizzazioni, poi tu scegli di non mettere nemmeno la pubblicità, immagino che avrai almeno degli sponsor visto che metti tanti prodotti riconoscibili, tipo il Limoncé nella prima puntata di questa terza stagione…

(L) Ma quali sponsor! Magari! Mi piace il limoncello, l’avevo in casa e l’ho messo, nessuno mi dà una lira!

Fattene almeno mandare una cassa, a sto punto…

(L) Ho un problema a andare a chiedere i soldi, so fare tante cose ma non quello…

Allora magari il tuo agente…

(L) Mai avuto un agente, sono autodidatta dal primo giorno che sono arrivata a Roma, forse perché non ho mai trovato qualcuno che credesse in me, e quelli che ho trovato volevano solo derubarmi…

Quindi, perdonami, il tuo film finora è un investimento in perdita, non hai mai pensato di fartelo produrre?

(L) All’inizio ero andata da una grossa casa di produzione, gli ho lasciato delle pagine di The Lady, mi hanno detto che mi avrebbero fatto sapere, ma non hanno mai richiamato… Allora mi sono detta: Questo è un progetto troppo grande per gente che va in ufficio alle 9 di mattina, che ne possono sapere loro della “perfidia patinata”?

E adesso, che farai?

(L) Adesso qual è il punto? Visto che sono una persona ambiziosa, il film l’ho iniziato e lo dovevo chiudere, e questo terzo anno lo vedrai che chiude, perché questo film, per quanto demenziale, perché lo è, ha un crescendo, questo crescendo lo vedrai nell’episodio finale, che è il più forte. Infatti ho messo anche te lì. È un film che potrebbe andare avanti all’infinito, ho un sacco di scene che non ho registrato, tipo la tua della lap dance, perché non ho avuto il tempo, quindi potrei andare avanti. Però per me è giusto che finisca qua perché non mi piace abituarmi…

Ti annoia?

(L) Ormai The Lady ha una sua matrice, è come un timbro, dal momento che il timbro è chiaro, io devo cambiare, perché sono fatta così, devo trovare qual è il gradino più alto…

E quale sarà?

(L) Ho un progetto, fare davvero un film per il cinema. So che è impossibile, ma nella mia vita niente è impossibile.

E che film vorresti fare?

(L) L’ho sognato, tutto, parola per parola, tutto quello che dicevano gli attori, poi mi sono svegliata, era buio, non avevo la penna, mi sono riaddormentata e l’ho scordato…

Ma come?

(L) So l’atmosfera, e la frase finale, che giustifica il film, finché tu non arrivi alla fine non si capisce…

E qual è la frase finale?

(L) Non posso dirla, sennò ti svelo il film…

E non sai altro?

(L) So che ho bisogno di quattro donne, che sono le protagoniste di questo film, e devono essere attrici tipo Jennifer Aniston, Emma Stone.

Attori professionisti stavolta…

(L) A me non è tanto che mi interessi andare al cinema con un mio film per andare al cinema, perché tanto al cinema-cinema non ci va più nessuno, ma ci voglio andare per le responsabilità degli attori importanti. Prima non potevo, ma ora che ho fatto un’esperienza incredibile, ora ce la posso fare…

Dopo aver fatto tre anni di The Lady

(L) The Lady è un mosaico, aperto, ma è molto più difficile un film che chiude in due ore, è quello il gradino più alto, la difficoltà futura è quella di fare un film che chiude, finito, che deve avere tutti gli ingredienti che devono esserci per supportare un film che finisce.

Si è fatto tardi e iniziamo a salutarci, prendiamo accordi per domani sera al Pepe Nero, ci avviciniamo alla porta, sinceramente non so cosa pensare, è talmente rocambolesca, naif e allo stesso tempo caparbia che non riesco a non pensare che potrebbe davvero fare un film da regista.

Lory ma senti, onestamente, pensi davvero che potresti dirigere un film-film?

(L) So che è difficile, il film che ti dicevo si gira metà a Los Angeles, metà a Dubai, ma ne ho in mente anche un altro, con un uomo protagonista, un uomo anziano, un cameriere, tipo Tony Servillo, però americano, magari quello che ha fatto il maggiordomo in Batman.

Michael Caine!

(L) Ecco, lui. Perché, vedi, io penso che, con lui potrei anche vincere l’Oscar…

Non so come replicare. Così saluto Lory, baci e abbracci, e mentre la porta si chiude, Mark, che nel frattempo si era un po’ isolato per finire di editare la nuova sigla, si affretta a gridare: “Oh, mi raccomando per domani sera, dobbiamo festeggiare l’anno nuovo con il Prof. Cubeddu al Pepe Nero!”.

Camminando verso la macchina riesco solo a pensare che, per far fare un salto di qualità alla fiction italiana, più che affannarsi a produrre serie come I Medici o The Young Pope, basterebbe prendere una telecamera, premere on, premere rosso, e riprendere Lory e Mark a tempo indeterminato (magari facendo montare tutto a Randy Norton). Se anche non ne venisse fuori un film da Oscar, potremmo comunque dar vita alla serie televisiva meno costosa e più “elevata” di sempre.