Tra spettacolarizzazione, true crime e serie americane, perché è necessario rifondare l’immaginario carcerario italiano, andando oltre la rimozione totale del problema.

Uscito nelle librerie in questi mesi, Colpevoli di omicidio (Marsilio) è qualcosa di diverso dai soliti memoir: racconta infatti “la vita dentro un carcere di massima sicurezza”, ma a scrivere è Danner Darcleight, che, mentre sconta la sua pena in una cella negli Stati Uniti, confeziona reportage per alcune riviste americane. Questo ci permette di leggere attraverso le sue parole la crudezza della prigione in presa diretta, nella sua verità totale, ammesso che i filtri della censura penitenziaria non ne abbiano epurato le parti più scomode. Nell’affrontare questo tema, infatti, siamo spesso di fronte a una narrazione che, quando esiste, subisce sempre un filtro fortissimo. Istituzionale, morale, censorio, autocensorio, e così via. Ancora più forte è il filtro della rimozione, ovvero quell’istinto a dimenticare che questi luoghi esistano, e con essi gli spinosi problemi che li accompagnano.

Nel percepito collettivo, le carceri sono molto più che non-luoghi, anzi non sono luoghi, se non sublimati in pubblicazioni sensazionalistiche o in semplificazioni soprattutto televisive. Anche in Colpevoli di omicidio si capisce che la tv è una connessione fondamentale con la realtà, ma al contempo un essenziale mezzo di autorappresentazione: “Paul mi racconta di una serie di rapine in banca, sostiene che hanno parlato di lui in quel programma televisivo, America’s Most Wanted”, dice Darcleight di un suo compagno desideroso di raccontarsi. L’obiettivo stesso dell’autore è quello di inseguire l’identificazione: “Da un oceano all’altro, in America le carceri sono ovunque. Ci passate davanti in macchina e quasi non fate caso a quei muri e al filo spinato all’orizzonte. Se noi che siamo dentro esistiamo nei pensieri altrui, è nei panni dell’Altro, un insieme omogeneo privo di qualsiasi traccia di umanità”.

Nel nostro Paese

In Italia la sensazione di vuoto rappresentativo è ancora più forte. Di reclusione si parla solo nel brevissimo spazio in cui suscitano scalpore le ricorrenti condanne dell’Unione Europea o dell’Ocse sull’inadeguatezza del nostro sistema carcerario, prontamente dimenticate assieme agli argomenti collaterali che si portano dietro (un sistema giudiziario da riformare, la difficoltà di concepire la detenzione come redenzione, i giudizi morali incancellabili). Nel nostro Paese la prigione è un luogo remoto dell’immaginario, tanto da diventare argomento marginale anche dal punto di vista televisivo.

Sono lontani infatti i tempi in cui nella Raitre degli anni Novanta, ancora forte l’impronta di Angelo Guglielmi, i detenuti erano protagonisti di programmi e documentari che in presa diretta raccontavano le loro vite e la loro esistenza coatta. Nel corso degli anni, questo tipo di attenzione è divenuta più marginale, con linguaggi che si sono fatti sempre più specifici: nel 2008 il canale di Sky Cult ha mandato in onda Reparto Trans, dieci puntate per documentare la sezione transessuali del carcere maschile di Rebibbia; di tutt’altro tenore la sitcom di Canale 5 Belli dentro (2005-2012), in cui comici come Geppi Cucciari e Leonardo Manera interpretano gli alti e i bassi della vita di reclusione in una serie che è stata ideata dai carcerati di San Vittore a Milano. Uno degli ultimi tentativi di racconto del reale in quest’ambito risale al 2011, quando Raidue manda in onda in terza serata le otto puntate di Sbarre, “docureality” con l’obiettivo di entrare nelle vite di – testuale – “una delle carceri più famose d’Italia: Rebibbia”. E l’aggettivo “famoso”, qui, sembra alludere a una notorietà più mitologica che effettiva.

Oggi l’unica a frequentare per motivi professionali i penitenziari è Franca Leosini, in onda da più di vent’anni su Raitre con Storie Maledette ma protagonista negli ultimi tempi, complici i social, di un rinnovato interesse anche da parte di un pubblico più trasversale. Anche qui, però, la prigione è trasmutata: perché è vero che Leosini, con il suo cipiglio grintoso e suggestivo da narratrice oltre che giornalista, incontra faccia a faccia con grande schiettezza i detenuti al centro dei grandi casi giudiziari della cronaca recente; ma ciò che lo spettatore vede a casa è la restituzione di un’immagine quasi teatrale, l’allestimento di uno studio che, grazie a luci, tendaggi e ombreggiature, vuole sottolineare il pathos drammatico e intimo della ricostruzione e della rivelazione.

Ci si chiede allora da quale esigenza nasca questo tipo di trasfigurazione, che in ogni caso pare in buona fede da parte dell’autrice. L’effetto ottenuto è quello del palcoscenico di una tragedia classica, al cui centro troviamo il protagonista di un processo dalle forti zone d’ombra, su cui il giudizio morale (della giornalista e del pubblico) deve in qualche modo sospendersi. Non si mette dunque sotto i riflettori una vita ingabbiata, ma ci si concentra piuttosto su un’esistenza tormentata in genere, prima e talvolta anche dopo la carcerazione. C’è da dire che in qualche caso Leosini, con le domande soprattutto in chiusura di puntata, chiede ai suoi intervistati delle attività lavorative o d’impegno sociale che svolgono in prigione, a sottolinearne il percorso di recupero. Più in generale, però, del vero aspetto di un carcere, anche qui, si sa e si vede poco e quel luogo ancora una volta perde le sue caratteristiche topologiche.

Non che la vita dei carcerati, anche nei più minimi (e, volendo, scabrosi) dettagli, non attiri l’interesse degli spettatori italiani. Sui canali tematici, del digitale terrestre e del satellite, sono frequenti le trasmissioni che trattano il genere true crime proprio dal particolare punto di vista carcerario. Jail: dietro le sbarre, su Dmax, racconta cosa avviene all’interno di una delle strutture detentive più dure d’America; su Crime+Investigation, Giovani a rischio segue il recupero di alcuni giovani carcerati; National Geographic manda in onda serie come I guardiani dell’inferno, Famiglie oltre le sbarre e Prigionieri di viaggio, che mescolano equilibri di potere, sentimenti, esotismi. Questi e altri titoli stanno nel grande alveo di una produzione americana più o meno unscripted di cui i nostri palinsesti sono in questi anni sempre più ghiotti.

Un paradosso curioso

Ci troviamo dunque di fronte a un paradosso piuttosto curioso: se da una parte l’attenzione collettiva fa di tutto per distogliere lo sguardo dal tema, la visione televisiva privata si nutre, con un buon tasso di morbosità, delle storie di persone che hanno perso la libertà. È probabile che in questo scattino alcuni processi di catarsi, ma più in generale l’universo carcerario attira per il mistero stesso che lo avvolge, per l’oscurità dei suoi meccanismi e sentimenti. Ma quale rappresentazione questi programmi danno della prigione, intesa come luogo sia fisico sia antropologico? Affinché la loro fruibilità sia massima le docu-fiction ricorrono inevitabilmente alla semplificazione e ai luoghi comuni, mostrando al curioso spettatore – anche qui paradossalmente – ciò che già si aspetta da quel contesto: lotte fra bande, ingiuste condanne, criminali impenitenti e poi soprusi e tensioni da parte dei secondini, allusioni sessuali, contesti familiari problematici. All’immagine didascalica di luogo complesso e appartato di dannazione e punizione nulla si toglie, nulla si aggiunge.

Eppure chiunque abbia letto libri o visto film sul tema (forme che tendono, con diverse gradazioni, a problematizzarlo in modo meno scontato), sa che avvicinarsi alla realtà delle carceri significa talvolta scoprire l’inimmaginabile, venire a contatto con dettagli di una vita necessariamente distorta, obbligata, limitata. Focalizzare l’obiettivo in qualche caso porta a scoperte minime eppure sconvolgenti. È il caso, per esempio, di un programma non ancora giunto in Italia, 60 Days In, una produzione del canale A+E che nei primi mesi del 2016 è stato il programma unscripted più visto della tv via cavo americana: sette volontari innocenti sono mandati sotto copertura in carcere per fingersi detenuti e indagare sui commerci illegali dei nuovi compagni. Una delle scoperte? In prigione si arriva a usare come valuta di scambio perfino le frittelle di patate (tater tots). Anche qui, però, esiste il sospetto che molti fatti possano essere editati in chiave sensazionalistica: un ex detenuto che ha partecipato allo show ha chiarito che la sostanza che i reclusi sniffano in molte scene non è cocaina, ma compresse di tabacco sbriciolate, una specie di palliativo legale.

Più sono le pretese di verosimiglianza, dunque, più aumentano i dubbi sugli artifici congegnati per compiacere lo spettatore. Da questo punto di vista anche l’altro linguaggio fondamentale della narrazione tv contemporanea, la serialità tv, si muove sul confine fra l’originalità delle trattazioni e la riproposizione di stereotipi consolidati e, per assurdo, rassicuranti. La serie archetipica in questo caso è sicuramente OZ (1997-2003), il prison drama di Hbo che ha imposto un nuovo spregiudicato modo di raccontare le dinamiche carcerarie, reiterando però i motori narrativi legati alla lotta di potere fra gang e introducendo al contempo alcuni temi prima tabù, come, per esempio, la tossicodipendenza dei detenuti o l’omoerotismo. Più di recente, con Orange Is the New Black di Netflix si torna ad avere come setting quasi esclusivo la prigione, che diventa il luogo di incontro di tante vite variamente marginali che altrimenti non si sarebbero mai sfiorate e che, da quel luogo, sono irrimediabilmente cambiate. Un’altra produzione recente sempre di Netflix, Luke Cage, è ambientata in parte dietro le sbarre, fornendo al primo supereroe afroamericano di casa Marvel una origin story basata su un altro cliché detentivo: le guardie corrotte che sfruttano i prigionieri come carne da combattimento.

Americanizzazione forzata e trasparenza italiana

Che siano docufiction o telefilm, il pubblico italiano entra in contatto televisivo con il mondo delle carceri quasi solo attraverso prodotti di produzione americana. Dunque ai preconcetti e agli stereotipi funzionali a un certo tipo di veicolazione catodica, si aggiunge l’estraneità, la lontananza geografico-culturale: vediamo trasmesse in tv molte più prigioni statunitensi di quanto non sentiamo parlare di carceri italiane. Il che è ancora una volta paradossale, considerando la gravità della situazione penitenziaria nostrana, se paragonata a quella degli Stati Uniti dove, nonostante numerosi problemi intrinseci, esiste comunque una regolamentazione rigida e una tensione si potrebbe dire “capitalistica” verso la funzionalità. Solo per citare un esempio di questo divario, secondo i dati dell’Osservatorio Ristretti di Padova, finora nel 2016 sono morti in carcere 81 detenuti, di cui 29 suicidi: un dato che, fatte le dovute proporzioni, supera di gran lunga le statistiche a stelle e strisce.

Associazioni, movimenti politici, petizioni, volumi sia di narrativa sia di saggistica e molte altre iniziative dell’opinione pubblica si muovono per sollevare l’attenzione su un tema spesso velato da una colpevole omertà. Viene da chiedersi il motivo per cui queste istanze in fermento nella società civile italiana non trovino una corrispondenza in tv, che appunto avrebbe la facoltà di generalizzare il problema e renderlo visibile anche al pubblico meno avvezzo alle librerie. Forse è questione di linguaggi innovativi, di tecniche di rappresentazione che non hanno ancora trovato il modo di parlare di carcere se non in termini sensazionalistici o pietistici. Perché anche qui, probabilmente, per ottenere un risultato a effetto (e di successo), il problema dovrebbe essere smontato, camuffato, semplificato. Ridotto a format.

D’altro canto è vero che se il nostro immaginario è così fortemente ancorato a un’“americanizzazione” del tema carcerario, la conseguenza principale è, nella maggior parte dei casi, il disinteresse verso qualcosa che si percepisce alieno, distante, di altrui responsabilità. Come se tutto ciò avvenisse in una terra straniera più o meno astratta. La prigione non esiste, infatti, se non altrove, se non per gli altri.