Ci sono momenti in cui la tanto disprezzata tv generalista riesce a essere, semplicemente, irresistibile. Perché “il bello della diretta” non è soltanto una frase fatta.

Vogliamo tutti molto bene alla tv italiana, ma ognuno lo dimostra a modo suo. Chi non la guarda mai e la disprezza sempre, chi continua a usare la pagina 101 del televideo, chi passa le giornate sui blog (i blog?) a litigare sui dati d’ascolto. Il bene che io voglio alla tv italiana si manifesta ogni volta che mi trovo costretto a usare, con professionisti o dilettanti poco importa, una considerazione che mi fa assomigliare a una nonnetta di paese: “Sai, forse è tutto un po’ più complicato di così”. D’altronde, ha radici profonde. È il bene del ragazzino che, invece di fare i compiti, passava i pomeriggi giocando a costruire palinsesti alternativi dei suoi canali preferiti; del giovane adulto di periferia che si trovò un giorno catapultato al centro, “sì, lavoro per la televisione”; e dell’emigrato che ogni mese paga un surplus nel suo abbonamento fibra + tv per sentirsi ancora in una generica casa, con le miserie e nobiltà di un tinello pronto ad accoglierlo senza troppe cerimonie: entra entra, la porta è sempre aperta.

“Alvin! Alvin! Alvin!”

Se penso alla mia amata tv italiana, la prima immagine in assoluto che mi viene in mente ha per protagonista Sandra Milo e le dita portate alla bocca a corredo di quell’urlo straziante (“Chi? Ciro?”). Attenzione, non l’originale, ma la sua copia conforme, la sua infinita riproduzione in esemplari tutti uguali e leggermente diversi. Quindi Blob, e ciò che venne dopo quel momento leggendario: future nostalgie, immediate marchiature della memoria collettiva. L’essenza di certa tv italiana sta tutta in poche mosse: diretta, imprevisto, sgomento. Seguono, ma non per tutti, l’euforia e l’appagamento per aver finalmente dato un senso a tutte quelle ore di attesa, di vuoto. Successe nel 1990, e di tanto in tanto succede ancora, basta afferrare al volo il momento. Come nel 2016. Per ben due volte.

Scrivere un reality significa far succedere delle cose, nascondendo (più o meno) i trucchi del mestiere. Bisogna saper far partire la macchina, poi è tutta discesa. In quel caso, il programma può dirsi riuscito. L’isola dei famosi è un programma riuscito. È un programma-mondo, perfetto per la tv italiana perché può liberare senza remore i propri istinti autocannibali e provocare a cascata un mucchio di eventi capaci di innalzare il qui e ora specifico televisivo al rango di perfezione (di genere). Cadere nella rete dell’Isola, come in una soap fatta bene o in qualsiasi meandro del daytime di Raiuno o Canale 5, significa non uscirne più, perché la promessa “stai per assistere a qualcosa che difficilmente ti scorderai” potrebbe addirittura essere mantenuta.

Scegliere come concorrente della scorsa edizione Simona Ventura, ovvero “piaccia o non piaccia, parte della storia della tv italiana”, credo sia la cosa più meta, più autoreferenziale, più egomaniaca, insomma il regalo più irresistibile che ci potessero fare. Giadina De Blanck, Albano e la Lecciso, i dieci milioni di spettatori su Raidue, il Sanremo boicottato, la caduta, Agon Channel, la lotta disperata contro il viale del tramonto, la suocera anch’essa conduttrice un po’ messa da parte e un po’ no: dici Ventura e mezza stagione dell’Isola è fatta. Dopo qualche giro di riscaldamento arriva la puntata perfetta che ogni reality sogna. Il 4 aprile 2016 si apre con il “televoto che ha spaccato l’Italia”, da un lato appunto Simona Ventura, dall’altro uno dei tanti ispanofoni di cui la l’Italia crede di non poter fare a meno. L’attesa è tutta per il processo “a me stessa” (Ventura ovvero la tv) e in effetti per un bel po’ i conti tornano, tra topless, lotte nel fango e rese dei conti imminenti. Le tensioni si accumulano una sull’altra, c’è la sensazione che qualcosa stia per succedere. O forse no.

Durante una prova di apnea, una concorrente (la procace figlia di una pornostar in pensione) sembra perdere i sensi sott’acqua: sono momenti drammatici, la ragazza ha gli occhi sbarrati. Potrebbe essere morta, in effetti. La conduttrice non sa che fare, interpella a gran voce il suo inviato che però non sembra rendersi conto di niente: stacco sulla madre inquieta, stacco sulla figlia, stacco sugli opinionisti, stacco sul vuoto. Ecco allora la voce del regista-star che interviene dall’alto e spezza la liturgia (“Entrate! Entrate!”). Dramma. Lo spettatore ha appena capito che nella top ten dei suoi ricordi questo non glielo leverà mai nessuno: la conduttrice si mette prima a strillare poi a piangere, le voci si accavallano, le inquadrature pure, la concorrente è presa di peso e tirata fuori come un sacco di patate, la madre della concorrente quasi sviene, l’opinionista-suocera si fa meme e corre al capezzale della sventurata, la cantante Fiordaliso prova a consolarla pronunciando l’epica frase “Tua figlia è molto forte”, bailamme totale finché la ragazza non cade dal pero: “Perché mi avete fatta uscire?”. Lol. Alla conduttrice devastata non resta che scusarsi con l’inviato una, due, mille volte (“Perdonami, m’è preso un colpo”, “Tranquilla Alessia, sono un padre anche io, capisco perfettamente”). Diretta, imprevisto, sgomento: la tv si spinge fino al burrone, ma proprio all’ultimo riesce a non cadere. È un momento speciale perché è un momento già vissuto, un remix di vecchi successi (“Liberate Karim! Liberate Karim!”), ma allo stesso tempo perché non doveva andare così: scrivere un reality significa svuotare la tanica di benzina e poi boh, se siamo stati bravi ci tiriamo mezzo palinsesto per un mese. Siete stati bravi.

“Molinari, lei era preparatissimo”

Mettiamo che io mi chiami Fabio Fazio, che per la prima volta nella mia carriera abbia preso una clamorosa tranvata in pieno viso (Sanremo 2014) e ora abbia deciso di rimettermi in gioco con un nuovo singolo, diciamo una cover. Due sono le strade. Spiazzare completamente il mio pubblico o prendere Rischiatutto, il “miglior programma della storia della tv italiana”, e rifarlo tale e quale (quiz).

Nella sua splendida autobiografia (La versione di Mike), Bongiorno racconta che un giorno si presenta a Roma in Rai per presentare l’idea di un nuovo gioco, ma nessuno sembra interessato. Sta per andarsene, amareggiato, quando incontra il dirigente Carlo Fuscagni che si innamora del progetto. Nasce così, nel 1970, Rischiatutto, destinato a entrare nella leggenda. Il teatro Delle Vittorie a Roma e il teatro della Fiera a Milano, il “fiato alle trombe Turchetti!”, la valletta Sabina Ciuffini, gli autori Paolo Limiti e Ludovico Peregrini. Ma soprattutto i concorrenti, che in poco tempo diventano veri e propri personaggi. Come Massimo Inardi, medico con l’hobby della parapsicologia ed esperto di musica sinfonica, “il più famoso campione di telequiz della nostra tv”, talmente bravo che si pensava potesse leggere nella mente di Mike per indovinare le risposte. Era un’Italia diversa, da 25 milioni di spettatori a puntata, un’Italia ingenua e, rivedendola da qui, anche spensierata malgrado ciò che accadeva là fuori. Perché dunque cimentarsi in un’impresa del genere?

Come spesso accade nei programmi di Fazio, anche nel Rischiatutto 2016 le intenzioni dichiarate non coincidono esattamente con i significati nascosti. Se per Carlo Conti un omaggio è un omaggio (e basta), per Fazio cimentarsi con “il gioco dei giochi” vuol dire sì Mike, Daniela, Leolino, le buste, le cabine e il signor No, ma vuol dire anche scommettere sul proprio talento: non sono bollito e ve lo dimostrerò. La strada da seguire, ancora una volta, è la meta-televisione. Tra tutti i commenti sulle due prime puntate il più centrato è quello di Davide Tortorella: “Fazio non ha fatto il Rischiatutto, ha fatto un programma sul Rischiatutto”. E, infatti, dopo la riuscita striscia quotidiana dei provini sui banchi di scuola, Fazio riesce a liberare tutta la sua smania in due serate-evento consecutive in onda nell’aprile 2016. Nella prima coinvolgendo come concorrenti personaggi televisivi (tra cui Maria De Filippi) e vecchi campioni del passato come il signor Fabbricatore e la celebre signora Longari. Disegno riuscito: scrivi omaggio, leggi riscrittura. Per il lancio vero e proprio del gioco, nella seconda puntata, l’idea, nel solco di Anima mia, è prendere un feticcio e usarlo come trait d’union tra il com’eravamo e il come saremo. In questo caso la musica sinfonica, intesa come materia-testimone che il signor Guido Ennio Molinari raccoglie idealmente dal monumentale Inardi (“lui portava la musica sinfonica dal periodo barocco fino a Brahms, io ho pensato di proseguire dopo Brahms fino al 1945”). Ma i piani sono fatti anche per non andare come vuoi tu, e a volte finisci con lo scoprire nuovi continenti.

“Vogliamo sapere chi è la protagonista di questo selfie, una delle foto con più like su Instagram del 2015”. Silenzio. I concorrenti sono dentro le cabine. Non hanno la più pallida idea di chi sia questa ragazza bionda ritratta con un gatto. Il conduttore comincia a mostrare segni di impazienza (“Allora?”, “Nessuno si prenota?”), finché non è costretto a dare lui la risposta: Taylor Swift. Seguono altri momenti di imbarazzo, di silenzio, di impreparazione. Qualcosa sta andando storto. Non basta aver preparato il viaggio nei minimi dettagli, adesso la barca è ingovernabile e non c’è modo di fermarla. Siamo in diretta (anomalia per un quiz) e i tre concorrenti non fanno il loro mestiere: non rispondono alle domande. Che fare? Il tempo del tabellone, già troppo lungo per un programma di oggi, si allunga fino alle soglie dell’insopportabilità. Il peso della Televisione, del bianco e nero che dunque era bianco e rosso, di Mike che immaginiamo in un angolo a scuotere il capo, sta schiacciando queste tre persone comuni che non pensavano di trovarsi di fronte a tutto questo: forse non è stata poi una grande idea venire volontari all’interrogazione di fronte al Paese intero.

Il primo a rendersene conto è proprio Fazio. Come un Maestro deluso, non perde occasione di rimproverare il suo allievo prediletto, il Prescelto da esibire come un trofeo: il signor Guido Ennio Molinari, il feticcio che doveva catalizzare la nostra attenzione, l’Eroe che noi telemaniaci eravamo pronti a seguire in campo al mondo, sta zitto. Non interviene mai. Sta seduto di tre quarti, suda, sbuffa. Si annoia. Molinari dunque fallisce, vinto dai suoi stessi timori (“Il pulsante funziona, è che non riesco mai a beccare le Olimpiadi”, “Ma se non si prenota!”), e con lui le intenzioni di chi aveva preparato il programma immaginando forse un esito diverso. Cosa è successo? La tv ha moltiplicato se stessa in un infinito gioco di specchi e il risultato è ora un desolante vuoto che nessuno split screen dalla regia può colmare. Ancora una volta siamo vicini al baratro e, ancora una volta, sul più bello, ecco l’imprevisto. Dallo sfondo emerge il professore di filosofia Stefano Orofino (“sono di Cleto, provincia di Cosenza”), il piano B che sta per rubare la scena portandosi sulle spalle il pubblico che non vuole andarsene a mani vuote e che ha già cambiato bandiera. Il professor Stefano Orofino è la nostra ultima speranza.

Ed è la tv stessa, dea delle dee, a venirgli in soccorso, grazie alla formazione di calcio, luogo fondativo del quiz per vero e per fiction. Orofino porta come materia la storia della Juventus e nelle domande finali l’interrogazione verte sulla finale di Champions League del 1996 tra Juventus e Ajax: squadre in campo, sostituzioni, marcatori, rigori. Il pensiero corre, lacrime agli occhi comprese, a I ragazzi della terza C e a Chicco Lazzaretti concorrente del quiz Superstrike condotto da Marco Columbro. Ma non c’è spazio per l’ennesima nostalgia, il conto alla rovescia è già partito: Orofino inizia con gli occhi strizzati, il dito puntato come un mouse sui propri ricordi, “Peruzzi Torricelli Ferrara”, il tempo ora scorre che è una meraviglia, “chi trasformò i rigori?”, mancano pochi secondi, forza!, “al posto di Padovano Ravanelli!”, “Risposta esatta! 132mila euro!”. Usciamo stremati dall’ennesima prova di apnea della nostra vita televisiva. Un grande respiro di sollievo, giusto in tempo per sentire il buon Orofino chiudere il cerchio, dalla tv alla tv, passando per la tv: “Ringrazio tutti, è la realizzazione di un sogno, mio padre in paese era soprannominato Mike Bongiorno perché faceva Lascia o Raddoppia all’Azione Cattolica”.

Questa è la tv italiana, una tv in cui sembra che non succeda mai niente, una tv impossibile da esportare e incomprensibile agli stranieri perché parla una sola lingua, la propria. Una tv in cui l’autoreferenzialità non è un male, ma un dato di fatto: un unico macro-genere alla base di un’economia di scambi e di baratti, di favori e omaggi. Conduttori, ospiti, contenuti, persino i programmi possono cambiare casacca (da Raidue a Canale 5 a Sky) con una facilità disarmante. Ogni anno, all’alba della nuova stagione televisiva, ci lasciamo irretire dai proclami di novità, e per un attimo ci mettiamo a sognare prodotti diversi, più belli, più giusti, più al passo coi tempi, ma poi arrivano i primi freddi e ci svegliamo. La tv italiana è come la persona che amiamo, che ci ostiniamo a criticare per i suoi difetti ma tanto sappiamo benissimo che non cambierà mai. Ecco, speriamo che non cambi mai.