Nello scenario contemporaneo, gli zombie sono dappertutto, e almeno in parte alla deriva: da Romero a The Walking Dead, si parte dalla politica e si arriva alla soap opera…

Bisogna tornare indietro nel tempo, agli anni Sessanta, per avere un quadro completo e chiaro della fenomenologia zombesca. Indietro nel tempo e in luogo preciso: Pittsburgh. Lontano dalla Mecca del Cinema, attratto come una calamita dalla settima arte, il giovane George A. Romero si stava dando da fare da parecchi anni, fin da ragazzino. Improbabili cortometraggi come l’8mm The Man from the Meteor, che a tredici anni lo mise persino nei guai con la polizia, prestiti e investimenti di generosi parenti, tonnellate di pubblicità per acquistare una 35mm e cercare di fare il grande salto. E come fare il grande salto? Che genere di film poteva avere qualche possibilità di essere visto, di incassare, di regalare prospettive per il futuro? Ieri come oggi, un horror. A basso, bassissimo costo, chiaramente.

Nasce quindi dalla necessità, un po’ per caso, il cult movie La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1968), vero spartiacque per il cinema dell’orrore e per l’immaginario di generazioni di spettatori. Necessità e caso, per esempio, portarono alla scelta del protagonista, lo sconosciuto attore afroamericano Duane Jones. Come spesso accade, la somma degli addendi non segue regole matematiche: la messa in scena spartana, il bianco e nero, le poche location, i volti sconosciuti, l’eroe insolitamente di colore e la rilettura romeriana dello straordinario romanzo di Richard Matheson Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) diedero vita a una miscela perfetta e, ça va sans dire, esplosiva. Il giovane Romero si trovava così tra le mani il passaporto per il grande cinema, ma anche una pellicola horror dai molteplici sottotesti politici – ricordava lo stesso Romero, ospite nel 2016 al Lucca Film Festival: “stavo portando la prima copia stampata de La notte dei morti viventi a New York. Ero in macchina e alla radio annunciarono l’omicidio di Martin Luther King. Immediatamente pensai che il mio primo film sarebbe diventato un film totalmente politico”.

Consapevolezza

La necessità diventa piena e matura consapevolezza con il successivo capitolo della saga dei morti viventi, Zombi (Dawn of the Dead, 1978), pellicola che nella versione europea può contare sull’intervento al montaggio di Dario Argento e sulle taglienti note dei Goblin. La metafora è esplicita, portata alle estreme e disperate conseguenze: il centro commerciale di Monroeville in Pennsylvania, i sanguinolenti e grandguignoleschi assedi hawksiani-carpenteriani e la folle corsa al consumismo dei vivi e dei morti mettono alla berlina l’intera impalcatura economica, politica e morale degli Stati Uniti. “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra”: il successo e la popolarità, il passaggio dal bianco e nero al colore e dal formato Academy al più spettacolare Widescreen, nonché il balzo da un budget messo insieme a fatica a una produzione dall’afflato internazionale non corrompono la poetica romeriana, ma ne rafforzano ambizioni e obiettivi.

Nel corso di una carriera tra alti e bassi, Romero rimette mano più volte alla saga zombesca, tratteggiando un chiaro percorso metaforico e politico, morale ed estetico. Il giorno degli zombi (Day of the Dead, 1985), La terra dei morti viventi (Land of the Dead, 2005), Le cronache dei morti viventi (Diary of the Dead, 2007) e Survival of the Dead – L’isola dei sopravvissuti (Survival of the Dead, 2009) aggiungono preziosi tasselli a questo (auto)ritratto grottesco e impietoso dell’umanità e del capitalismo, perseguendo con estrema coerenza un cinema narrativamente e visivamente schietto, diretto, brutale.

La natura replicante dell’industria cinematografica non poteva che partorire figli e figliastri, riletture ambiziose, omaggi, bizzarre derive o impalpabili scopiazzature. I morti viventi iniziano a correre, a ballare, a far ridere, a essere dotati di intelletto e cuore, a prediligere più i sussulti degli spettatori terrorizzati o divertiti che le pregnanti metafore politiche. Le pellicole sugli zombi si moltiplicano, superando confini geografici e produttivi: ci sono gli zombi nostrani a basso costo di Lucio Fulci (Zombi 2, Paura nella città dei morti viventi, Quella villa accanto al cimitero), gli zombi scostumati di Joe D’Amato (Le notti erotiche dei morti viventi), quelli meravigliosamente danzerini e canterini di Michael Jackson e John Landis (Thriller). Pseudo-zombi iniziano a correre con Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi e diventano esilaranti con il cult movie Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon e anni dopo con la perla comica L’alba dei morti dementi di Edgar Wright. Si trasferiscono nel Regno Unito (28 giorni dopo), infestano fatiscenti condomini spagnoli (Rec), divampano nelle banlieue in fiamme (The Horde). Con il prudente blockbuster War World Z di Marc Forster, con Brad Pitt in modalità deus ex machina, diventano carne da macello per tour mondiali ad altissimo budget dallo stridente retrogusto family friendly.

Il rovesciamento televisivo

War World Z sul grande schermo e ancor più chiaramente e sistematicamente la serie tv The Walking Dead sono il rovesciamento del modello romeriano. Rovesciamento e tradimento. E non l’aveva presa bene il ragazzaccio di Pittsburgh, tanto da attaccare pubblicamente e a più riprese la serie ideata da Frank Darabont, tratta dall’omonimo fumetto di Robert Kirkman e trasmessa, seguita, discussa capillarmente in tutto il mondo. Ed è qui, sostanzialmente, il problema: la diffusione a macchia d’olio di un’icona zombesca depotenziata, disinnescata; la definitiva spoliazione della metafora politica, la trasformazione dei morti viventi in meccanismi puramente – e banalmente – spettacolari. Anzi, ancor peggio, la lenta ma inesorabile trasformazione dei walking dead in mere comparse all’interno di una narrazione che si nutre più di intrecci da soap opera che di carne. Già, proprio soap opera, termine che Romero ha scagliato più volte contro The Walking Dead, contro la spudorata e programmatica mercificazione (che paradosso!) dei morti che camminano sulla terra.

Lanciata nel 2010, con Darabont nelle vesti di showrunner poi maldestramente defenestrato, The Walking Dead ha rapidamente mutato pelle e si è liberata delle asperità iniziali, distanziandosi dal fumetto originale, dalla lezione romeriana e dalle fertili intuizioni su carta di Max Brooks – si consiglia vivamente la lettura dell’utile Manuale per sopravvivere agli zombie, del romanzo World War Z. La guerra mondiale degli zombi e della raccolta Zombie Story e altri racconti. Episodio dopo episodio, la lotta per la sopravvivenza nell’apocalisse zombesca si è affievolita e assestata su binari fatti di intrecci sentimentali, crisi adolescenziali, lotte intestine, nonché parabole moraleggianti piuttosto reazionarie – interessante, in questo senso, la caratterizzazione di buona parte dei personaggi di colore. Nel susseguirsi delle stagioni sia i morti viventi sia le dinamiche della sopravvivenza sono diventate mero sfondo, mentre personaggi vecchi e nuovi cannibalizzano la scena, i piani narrativi, la scrittura: gli interminabili ed estenuanti saliscendi emotivi del leader Rick Grimes, lo stucchevole triangolo amoroso Rick-Lori-Shane, i turbamenti del giovane Carl, i villain caratterizzati da un crescendo caricaturale e tanti – troppi – stratagemmi per allungare, dilatare, annacquare episodi e intere stagioni. Difficile, per esempio, non considerare i reiterati salvataggi all’ultimo secondo del personaggio di Glenn come una sorta di salto dello squalo (jumping the shark) di fonziana memoria.

Come si conviene nelle logiche televisive più commerciali, The Walking Dead ha generato anche uno spin-off (Fear the Walking Dead) e qualche inevitabile copia sbiadita e sballata come Z Nation. Siamo lontani, molto lontani, dall’immediatezza ed efficacia della miniserie Dead Set (2008) o dalle due stagioni di In the Flesh (2013-14), entrambe produzione anglosassoni. Ed eccoci quindi sempre più lontani da Pittsburgh, costretti a guardare al di là dei confini produttivi statunitensi per rintracciare un po’ di spessore e vitalità nel genere zombesco.

Altri zombie

Non deve stupire, vista la natura di derivazione hollywoodiana delle florida industria cinematografica sudcoreana, che arrivi da Seoul e Busan un sorprendente dittico sugli zombi, pensato per il grande schermo: il live action Train to Busan e il prequel animato Seoul Station. Scritti e diretti dal talentuoso Yeon Sang-ho, i due lungometraggi si muovono in direzioni differenti, praticamente opposte: mentre Train to Busan è un divertente giocattolone destinato al grande pubblico, dal ritmo frenetico, capace di inanellare sequenze spettacolari sia nello spazio angusto di un treno in corsa sia nelle aree più generose delle stazioni, Seoul Station si pone come erede diretto della lezione romeriana, cercando di ritagliarsi nei luoghi simbolo del consumismo degli spazi per riflettere sul degrado morale e politico della Corea del Sud, evocando senza alcun timore i fantasmi del passato (il massacro di Gwangju) e gli spettri di un futuro ancor più incancrenito.

Nel dittico di Yeon possiamo rintracciare quelle che sarebbero dovute e potute essere le linee guida di The Walking Dead: la disperata lotta per la sopravvivenza, fatta di fughe e armi di qualsiasi tipo, di morti atroci, di sacrifici più o meno eroici, di gesti anche miserabili; lo scheletro spolpato della nostra società, la metafora sempre più chiara, visibile, disperata. Ancorata a logiche comprensibili ma logore e logoranti, la serie ideata da Darabont si è invece infilata in un tunnel non dissimile dal nastro di Möbius, condannando se stessa alla perenne ricerca di nuovi cliffhanger e a una lenta e impietosa agonia – più che a Romero o a Fulci, o al patinato remake snyderiano L’alba dei morti viventi, è più utile fare riferimento alle ultime stiracchiate stagioni di Una mamma per amica o alle fasi di stanca di qualche sitcom per inquadrare le derive di TWD. Quella di Romero non era ripicca o gelosia, ma era un urlo di dolore per le sue (amate) creature. E aveva dannatamente ragione.