Il successo globale del k-drama ha radici lontane, è nato un passo (e una serie) alla volta. Cominciamo dall’inizio, con il successo nei mercati vicini, in primis Cina e Giappone.

Nel 1997, la televisione di stato cinese CCTV ha trasmesso What is Love, dramma in 55 episodi che descrive le tensioni tra moglie e marito appartenenti a due famiglie molto diverse: una tradizionalista, l’altra progressista. L’invito è a cercare un possibile equilibrio tra gli opposti del patriarcato e del consumismo, tra i valori tradizionali e la modernità. Niente di epocale, non fosse per due particolari. Primo, è la prima serie prodotta in Corea del Sud ad andare in onda su scala nazionale in Cina. Secondo, ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico. Gli spettatori cinesi, incuriositi dai fasti del capitalismo avanzato, ma distanti dal luccicante baluginio delle serie occidentali, possono riconoscersi nei valori confuciani di fondo e al contempo ammirare l’effetto di lusso e abbondanza sulla vita quotidiana. È l’inizio di quella che i giornalisti cinesi definiscono hanryu, poi consolidatasi in Corea come hallyu o korean wave: l’ondata di cultura pop coreana che invade prima l’est asiatico, poi il mondo.

Primi passi

Nel 1999 l’interesse del pubblico cinese è confermato da Star in My Heart (talvolta nota come Wish upon a Star). Il dramma, in 16 episodi, segue le disavventure di un’orfana adottata dalla famiglia di un amico del padre, che deve dibattersi tra il malcelato astio di matrigna e sorellastra, l’attrazione per un giovane cantante – a sua volta in contrasto con il padre, un ricco industriale – e l’amicizia per un designer da lei attratto. Il successo della serie trasforma il protagonista maschile, Ahn Jae-wook, che canta anche la colonna sonora, in una star transnazionale e un modello di bellezza. Anche qui attrae l’unione di sentimenti tradizionali e di liberazione dei desideri: da un lato le incomprensioni dei protagonisti con le rispettive famiglie, dall’altro le aspirazioni verso carriere artistiche inusuali, il tutto suggellato dal richiamo all’archetipo di Cenerentola.

La korean wave è solo agli inizi. Le serie sentimentali coreane trovano la strada di altri paesi, tra cui Taiwan, Hong Kong, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Malesia e Filippine. Il segreto del loro successo sta in storie dal sentimentalismo smaccato, nel richiamo ai valori culturali condivisi del confucianesimo, con il loro portato di pietà filiale e rispetto per gli anziani, nell’anelito al benessere, con il dispiegamento di un lusso che per molti è solo possibile sognare, e in una certa caparbietà produttiva, che tende a dare importanza a costumisti e art director. Il metodo produttivo d’altra parte è sincopato: dopo i primi episodi, girati in blocco, non è raro le riprese dei successivi possano protrarsi fino a poche ore dalla messa in onda, in modo da apportare modifiche allo script anche sulla base delle reazioni del pubblico. Un sistema che punta all’efficienza, ma tiene schiavi i giovanissimi attori, spesso costretti a rimanere a disposizione sul set senza possibilità di pause: uno sforzo ripagato dai cachet, che in genere sono la fetta più consistente del budget totale. Conseguenza di questo modello è l’assenza quasi totale di post-produzione: una tradizione che sta però lentamente mutando, specialmente per opere più ambiziose e complesse, come il recente Descendants of the Sun (2016), interamente prodotto prima della messa in onda, che racconta di un militare e una dottoressa in uno scenario di pacekeeping internazionale, e che prevede numerose sequenze girate all’estero.

Un elemento chiave comunque è il fattore temporale. La crisi finanziaria asiatica iniziata nel 1997 aveva colpito anche la Corea del Sud. La svalutazione dello won contribuisce a far abbassare i prezzi dei diritti per l’estero, rendendo le serie coreane competitive rispetto a quelle giapponesi, allora incontrastate ai vertici di gradimento del pubblico asiatico. Acquistare le serie coreane non solo è più conveniente, ma anche più comodo. Il complicato sistema di gestione del copyright e la burocrazia giapponesi impedivano infatti di adattare i loro prodotti ai modelli televisivi esteri. Al contrario, le compagnie coreane offrono un testo versatile, che permette all’occorrenza di ricalibrare la durata dei singoli episodi in base alle esigenze locali. Tradizionalmente le serie coreane si dividono in due formati: uno lungo, composto da decine di episodi, con messa in onda quotidiana; l’altro breve, intorno alle 16 puntate, con due episodi settimanali, in genere in giorni contigui. Il modello è però adattabile, per andare incontro a palinsesti differenti, come in Cina, dove si trovano serie lunghe da circa 40 episodi e brevi da circa 20.

Il panorama televisivo coreano ancora oggi è dominato da quattro canali in chiaro nazionali: EBS e KBS sono di proprietà dello stato, MBC e SBS sono reti commerciali. La maggior parte delle serie sono prodotte da KBS, MBC e SBS, cui vanno ad aggiungersi decine di canali via cavo e la più recente ondata di VOD e internet tv. Le tre principali reti produttrici hanno ciascuna un canale via cavo interamente dedicato ai drama e servizi on demand proprietari, articolati in un complesso sistema di finestre che vede prima la trasmissione in chiaro e poi la distribuzione sui canali ancillari a pochi giorni (o ore) di distanza. Le serie rappresentano però solo una tassello dell’invasione culturale made in Korea: nel quadro rientrano anche la musica pop e i film.

Dopo la Cina, il Giappone

Proprio una cantante incarna il passo successivo: la conquista del Giappone. La giovanissima Kwon Boa, nata nel 1986, esordisce nel 2000 con il nome d’arte BoA. La sua potente agenzia, SM Entertainment, gestita dal mogul Lee Soo-man, lavora a un lancio in Giappone in tempo per i mondiali di calcio co-ospitati dai due paesi. Nel 2002 esce il suo primo album cantato in giapponese. È un successo straordinario, che con il tempo le fa raggiungere vette di notorietà equiparabili ad Ayumi Hamasaki, diva del pop nipponico. Da allora moltissimi cantanti coreani, specialmente gruppi di idol maschili o femminili, trovano successo nell’arena internazionale, e specialmente in Giappone. Considerate le tensioni tra i due paesi, risalenti al dominio giapponese della penisola coreana fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’operazione assomiglia a una rivincita culturale.

Più ancora del calcio e della musica, può in questo senso la televisione. Nel 2003 la rete NHK, canale pubblico del sistema giapponese, trasmette Winter Sonata, serie coreana diretta da Yoon Seok-ho, seconda parte della tetralogia dedicata alle stagioni dell’amore. Racconta la travagliata storia d’amore tra un architetto che ha perso la memoria e la ragazza di cui era innamorato prima dell’incidente. La madre di lui fa credere a tutti che sia morto e lo porta con lei negli Stati Uniti. E quando il giovane torna in Corea incontra fatalmente la fiamma di un tempo, che però sta per sposarsi con un vecchio amico. Winter Sonata rende una star il protagonista maschile, Bae Yong-joon, particolarmente apprezzato dalle casalinghe giapponesi tra i trenta e i quarant’anni. Quando Bae visita per la prima volta il paese nel 2004, all’aeroporto trova ad attenderlo oltre 3.000 donne scatenate, a stento contenute da centinaia di poliziotti. I motivi del successo di questa e altre serie coreane in Giappone sono altri, rispetto a paesi come Cina, Vietnam o Indonesia. Il Giappone si considerava economicamente più avanzato e socialmente più evoluto rispetto alla Corea del Sud, e aveva sempre rivendicato un ruolo da apripista nell’introdurre la mentalità occidentale in Asia. Il segreto del successo allora risiede, come spiegano i fan giapponesi, nel senso di nostalgia sperimentato durante la visione delle serie coreane: un richiamo a un’epoca atemporale di trasparenza sentimentale e semplicità emotiva, lontana dall’individualismo sfrenato e dai toni sguaiati delle serie giapponesi.

Il successo dei k-drama in tutta l’Asia causa però anche una reazione anti-hallyu. Lo dimostrano i tentativi del governo cinese di limitare la messa in onda di serie coreane in prime time, o le manifestazioni di alcuni spettatori giapponesi davanti a Fuji Tv, istigati da un post su Twitter dell’attore giapponese Sōsuke Takaoka, che si domandava se il canale non fosse in realtà coreano, o persino un fumetto di Sharin Yamano, Manga Kankanryu, ovvero “manga anti-hallyu”, che tra il 2005 e il 2009 ha riletto le relazioni nippo-coreane in un’ottica smaccatamente nazionalista. Ma l’ondata coreana non si arresta, tanto da rivelarsi un efficace volano per il turismo. L’isola di Nami, su cui era in parte ambientata Winter Sonata, dopo la messa in onda passa da 270 mila a oltre 650 mila visitatori l’anno, tanto che viene costruita una statua dei due protagonisti nel punto in cui si baciano per la prima volta. La popolarità di serie tv, musica e film coreani crea un forte indotto, migliorando la percezione dei coreani all’estero e favorendo la diffusione di ristoranti, corsi di lingua e viaggi turistici.

In questa prima fase, insomma, la korean wave riguarda soprattutto i paesi dell’Asia orientale, anche se i film coreani stavano già spopolando nei festival internazionali insieme a una prima timida esplosione di musica e serie, diffusi trasversalmente grazie a p2p e fansubbing. Ma è solo questione di tempo, la korean wave 2.0 è pronta a diffondersi su scala globale.
(continua)