Sei a due passi dal cuore del mondo. Eppure te ne freghi, e passi la vita nella più totale indolenza. Quale migliore rappresentazione dell’ennui dei tamarri del New Jersey?

Si parla molto spesso dell’annoso problema della disoccupazione. Come si fa a campare senza lavoro? Come andremo avanti? Sono discussioni nelle quali di solito si trova qualche colpevole ma nessuna soluzione. Forse l’unico approccio risolutivo consiste nel prendere atto della situazione: il lavoro è diventato obsoleto. Il lavoro come lo intendiamo noi è un concetto abbastanza recente, dell’Ottocento, legato al funzionamento di quel grosso computer a trazione umana che allora serviva a mantenere organizzata la società: un groviglio di cervelli e braccia chiamato burocrazia e industria. Inutile prendersela con le rotelle per aver sfruttato gli altri pezzi della catena, l’intera macchina adesso è logora e tutti ne facciamo parte. Piuttosto, guardiamo i prodotti meravigliosi che la stessa macchina della società civilizzata ha prodotto: computer di silicio e robot che possono svolgere le mansioni più fastidiose al posto nostro. Il lavoro sta diventando obsoleto per noi, perché loro stanno diventando sempre più adatti a svolgerlo. Il gesto più intelligente da farsi ora è mettersi comodi e guardarli lavorare al posto nostro.

Detto questo, si aprono altre questioni da risolvere. Come guadagnarsi il pane? Chi ci pagherà per non far nulla? E oltre a ciò, potremo sopportare la nullafacenza per tempi lunghi, dopo averla chiamata per secoli con il nome di accidia? La maggior parte di quelli che rifuggono il lavoro in favore di una vita di ozio diventa preda della depressione, delle serie televisive, della droga o, peggio ancora, finisce per ricacciarsi di corsa nel grembo caldo della civiltà che l’ha partorito, trovandosi un impiego peggiore del precedente con tono di scusa. No, non riusciremo a darci una risposta da soli, perché ormai tutto il nostro ramo evolutivo è troppo abituato a campare sui rottami di quella stessa macchina che ci ha nutriti per secoli.

Piuttosto, cerchiamo di imparare qualcosa da altre specie simili alla nostra: dopotutto, non siamo gli unici bipedi a calpestare il pianeta.

La sovrabbondante produzione televisiva e documentaristica di questi ultimi decenni ci permette di svolgere i nostri studi direttamente da casa, senza avventurarci in spedizioni pericolose. Prendiamo Jersey Shore, per esempio: un resoconto dettagliatissimo su una specie molto simile alla nostra, stanziatasi nelle coste dell’America orientale. È difficile osservare questa piccola popolazione con occhi scevri dal pregiudizio: quanto più vediamo qualcosa di dissonante ma molto simile a noi, tanto più tendiamo a giudicarlo secondo i nostri parametri. Dal nostro piccolo pulpito antropocentrico, siamo soliti ritenerci superiori a tutto il resto del regno animale, solo per aver creato qualche manufatto in più. È per questo che si sente parlare così spesso dei protagonisti di Jersey Shore come di un branco di nullafacenti dediti solamente al vizio. È lo stesso stolto punto di vista superficiale che bolla il leone come malvagio solo perché si ciba di gazzelle.

Mettendo da parte questi preconcetti, scopriamo un mondo interessantissimo. Pur condividendo con noi quasi per intero la stessa struttura di Dna, gli abitanti di Jersey Shore sono profondamente diversi. I Guidos, come amano chiamarsi, non conoscono il concetto di lavoro. In ogni puntata vengono forzatamente costretti a confrontarsi con un impiego retribuito, ma non sviluppano alcun interesse in quella direzione. Non sono refrattari per ribellione, semplicemente non sembrano concepirne il significato. Dedicano invece tantissimo tempo ed energie alla ricerca del partner e all’accoppiamento, costruendo anche rituali complessi; padroneggiano senza difficoltà il linguaggio parlato, utilizzato principalmente per tramandare esperienze relative all’accoppiamento. Nonostante questo, sono privi di alcune di quelle che vengono da noi ritenute “prerogative umane”: la creazione di strumenti, che consiste nel “modificare un oggetto per renderlo più adatto a un compito specifico”, sembra non far parte della loro cultura. Utilizzano invece con relativa disinvoltura altri strumenti già pronti che trovano nel loro ambiente: automobili, telefoni, macchine depilatrici e palestre. Sono anche dotati di una spiritualità primitiva ma ricca e vitale, a cui si dedicano con dedizione e costanza, prevalentemente attraverso danze e libagioni propiziatorie.

Oltre a questo stato di fatto, già di per sé interessante, la cosa più stupefacente che sorge dallo studio dei Guidos è la rapidità del loro processo evolutivo. Nel giro di sei stagioni di Jersey Shore alcuni di loro arrivano a confrontarsi coscientemente con grossi temi quali la responsabilità e la procreazione. Poco a poco, il confine che ci divide diventa sempre più labile e confuso. Questo ci pone di fronte a una scelta importante: dobbiamo accettarli come parte della nostra specie, oppure dobbiamo rivedere la nostra definizione di umanità? Lasciamo da parte il timore di essere conquistati o imbarbariti. Piuttosto, guardiamo a noi stessi lucidamente, alla luce delle differenze che ci contraddistinguono da loro. Noi dedichiamo un sacco di energie a quello che chiamiamo lavoro, loro ne rivolgono il doppio a quelle che noi definiamo attività oziose. Loro, a parole, promettono sacrosanto impegno nel lavoro e poi nei fatti trovano mille scuse per evitarlo; noi ci proponiamo di rilassarci un po’ e festeggiare, ma proprio quando dovremmo trovarci nel pieno dello svago assumiamo un’espressione corrucciata e ci mettiamo a discutere di affari. E se loro quando poi lavorano lo fanno sotto imposizione, in maniera meccanica e svogliata, noi troppo raramente ci concediamo qualche momento di intimità sessuale, e troppo spesso ce lo concediamo con l’inevitabilità di una tassa da pagare.

È un’elaborata forma di pigrizia quella con cui ci impediamo di dedicarci ai rituali danzanti e all’accoppiamento con la stessa dedizione che vediamo a Jersey Shore. Ogni scusa è buona per lasciar vuoto l’altare di Dioniso, e incurvarci come Atlante sull’altare dell’ufficio. Quanti abbiamo visto sacrificare la giovinezza sull’altare sbagliato, per poi accanirsi contro chi non era intento a commettere lo stesso errore?

D’altronde, è anche facile essere sviati. Il sacrificio e la fatica lasciano impronte monumentali: templi, archi di trionfo, strade, palazzi. All’ombra di tali baluardi è facile scambiare tutto quel che non è lavoro per un peccato capitale. E difendere da quest’accusa l’ozio e il divertimento sarebbe difficile, perché questi lasciano dietro di sé tracce meno evidenti. Cosa rimarrà a Jersey Shore se non vetri da riciclare e cuccioli di Guidos che non sapranno chi chiamare papà? Se veramente siamo dotati del potere di apprendere e strutturare, dovremmo aiutarli a organizzare il loro ozio, invece di imporgli il nostro lavoro. Eppure ci limitiamo a rinchiuderli in una piccola riserva per poi ridere alle loro spalle.

Se continuiamo su questa strada, tutto il nostro grandioso e celebrato intelletto diverrà sterile. Perché quando noi, dopo tanti calcoli, taglieremo l’ultimo albero dell’isola, tutto sarà finito. Loro lo taglierebbero per uno sfizio, e pregherebbero disperati per un miracolo: e la differenza è che loro lo otterrebbero, perché è proprio così che funzionano i miracoli. E mentre noi arranchiamo ciechi e ingobbiti dietro a una carriera effimera, loro hanno già tutto quello che gli serve: stanno già vivendo adesso l’utopia di un mondo senza lavoro. Ma finché una piccola Snooky guardando la notte vedrà un groviglio di puntini al posto delle nostre costellazioni, sapremo che la speranza non è morta, perché quell’utopia è da qualche parte sulla costa del New Jersey.