Chiacchierata con il creatore di un capolavoro, Breaking Bad. Dietro le quinte della discesa agli inferi di Walter White e delle 5 stagioni che la raccontano.

Da The X-Files a Breaking Bad, Vince Gilligan brucia le anime dei suoi protagonisti sotto il sole di deserti alieni e alienanti. Sceneggiatore, produttore e regista, figura compiuta di showrunner, insegna che una serie eccellente è il risultato del funambolismo di chi, come lui, assolve pragmaticamente tutte le funzioni. Breaking Bad (in Italia visibile su Rai 4 e AXN), nata come riflessione di Gilligan sulla crisi di mezz’età, danza sul filo della recessione economica americana. Eppure il suo scopo non è illustrare la discesa all’inferno di un uomo che prima di morire vuole regalare un futuro dignitoso alla sua famiglia, ma vincere una sfida: trasformare il protagonista da eroe a villain senza perdere spettatori lungo la strada lastricata delle cattive azioni di Walter White, insegnante di chimica riciclatosi cuoco e spacciatore di metamfetamine. Dagli esordi professionali all’esperienza seminale nella writer’s room di The X-Files, dalle peregrinazioni alla ricerca di un canale disposto ad accogliere la serie fino all’esperienza produttiva, vita e metodo di uno dei più completi autori della televisione contemporanea illustrati da lui medesimo.

Ha esordito nella sceneggiatura cinematografica e poi è passato a quella televisiva.

Sì, sono cresciuto in un paesino della Virginia e fin dall’età di dieci anni desideravo fare cinema. Sono finito a fare televisione e ci sono arrivato nel modo più felice: dopo il college – ho studiato Film Production a New York e avevo iniziato a lavorare come staff writer per il cinema – ho partecipato a un concorso per sceneggiatori in Virginia. C’erano 30-40 concorrenti in tutto e ho vinto. Uno dei giudici era Marc Jonhson, produttore, tra gli altri, di Rain Man. L’uomo della pioggia, a cui piacque molto il mio modo di scrivere e che divenne il mio mentore. Fu lui a suggerirmi di proporre qualche soggetto per la serie The X-Files, di cui ero già un fan, e della quale sono poi diventato sceneggiatore e produttore.

In The X-Files figura come sceneggiatore, executive producer, co-executive producer, co-producer e supervising producer.

Sono stato anche creative consultant della serie e… portavo anche il caffè! [ride]. In realtà tutti questi titoli riflettono solo gradazioni della stessa mansione, sono una specie di vezzo ispirato ai gradi militari, ma il lavoro alla fine è lo stesso. Ero uno sceneggiatore con responsabilità di produttore. Tutto quello che so oggi di questo lavoro lo devo ai sei anni passati a The X-Files accanto a Chris Carter: scrivere script per il cinema e farlo per la televisione sono cose molto diverse, impari a lottare con deadline risicate e in qualità di produttore devi lavorare affinché la storia sceneggiata diventi quella concepita sotto ogni aspetto, sei un po’ l’avvocato che ne perora la causa. Breaking Bad esiste grazie a The X-Files, e anche la sua struttura narrativa in cinque atti e l’importanza data all’aspetto visivo discendono da lì. Infatti Carter dava – ed era tra i pochi, vent’anni fa – più rilevanza all’aspetto visivo che alla narrazione. Mostrare più che raccontare: negli anni Novanta era un concetto radicale. La tv non offre molto tempo per le riprese e ci si concentra sulla storia, ma io ho fatto tesoro di questa filosofia e l’ho applicata a Breaking Bad. Sono orgoglioso quando per quattro-cinque pagine di copione non ci sono dialoghi fitti eppure si racconta comunque qualcosa.

Sul set della serie cult di Carter ha reclutato anche Bryan Cranston.

Credevo di non averlo mai visto prima dell’audizione per The X-Files, non sapevo che fosse un camaleonte della recitazione. Non lo avevo riconosciuto come il dentista di Seinfeld o come il militare con un braccio solo di Salvate il soldato Ryan. Per l’episodio “Drive” serviva un attore che facesse il cattivo, ma che alla fine della puntata doveva provocare nello spettatore compassione per la sua morte. Era difficile trovare un interprete che riuscisse sgradevole al pubblico e al tempo stesso scatenasse questo sentimento. Per il mio Walter White di Breaking Bad, che deve ispirare le stesse sensazioni, Cranston era perfetto, anche se quando l’ho visto recitare nella sitcom Malcolm e dimostrare anche il suo ampio talento comico non potevo credere che fosse davvero lui.

Com’è nata Breaking Bad: la sua storia, i suoi personaggi e il titolo?

Qualche anno fa mi ha contattato un collega dei tempi del college che aveva lavorato con me a The X-Files e, commentando il fatto che eravamo entrambi in cerca di ingaggio, mi ha detto, scherzando, che dovevamo metterci a fabbricare droga in un camper e smerciarla. In quel momento è nata l’idea del personaggio di Walter e di una serie incentrata sulla peggior crisi di mezz’età – io stesso mi trovavo alla soglia dei quarant’anni – della storia. Il titolo viene da un modo di dire negli stati del Sud, da dove provengo: “breaking bad” è quello che accade se una sera esci per berti qualcosa ma ti ubriachi, provochi una rissa e finisce che la polizia ti porta via di peso. A un certo punto mi resi conto che doveva essere un modo di dire locale, perché in California nessuno lo conosceva e quando proposi questo titolo ai produttori della Sony non lo compresero e volevano cambiarlo.

Era sicuro che sarebbe riuscito a vendere la serie?

Per nulla. Quando fai questo lavoro sai che la maggior parte di quello che scrivi non verrà realizzato e tanto meno preso in considerazione, per cui cerchi di inventarti qualcosa che possa piacere. Ero arrivato a un punto della mia carriera in cui avevo deciso che se un mio progetto doveva essere respinto che almeno fosse qualcosa che mi piaceva veramente e che mi ero divertito a scrivere. Devo molto a Sony, perché mi ha lasciato girare il pilota. Ma lo devo ammettere: non avrei mai pensato che Breaking Bad avrebbe visto la luce.

Alla fine la serie è stata comprata dall’AMC di Mad Men. Come ci è arrivato?

Non ho mai neanche provato a proporre la serie a un network, sapevo di perdere tempo sperando di vendere loro un prodotto così provocatorio. Mi buttai sulle cable. A FX mi dissero che avrebbero comprato il primo script, ma dopo averci lavorato per dieci mesi lo rifiutarono. L’incontro peggiore fu con i responsabili di HBO: non sono molto bravo a vendermi e la donna davanti a me ha trascorso mezz’ora a sbuffare e controllare l’orologio. Quando ogni speranza sembrava svanita si fecero vivi quelli di AMC, che non avevo preso in considerazione semplicemente perché non avevano ancora trasmesso Mad Men, la loro prima serie. Il mio agente seppe che si stavano avventurando nella produzione e illustrò loro il concept di Breaking Bad, la storia della trasformazione di un uomo da Mr. Chips [da Addio, Mr. Chips!, ndr] a Scarface, ovvero da un eroe a un cattivo. Mi sembrava una cosa mai fatta prima in televisione. Lessero la sceneggiatura ordinata da FX e dissero di voler produrre la serie: sulle prime pensai fosse uno scherzo!

Come funziona la writer’s room di Breaking Bad?

Sono fortunato, ho un ottimo staff. Non conoscevo tutti i membri attuali, sei, me escluso. Ho letto una pila altissima di script e ho intervistato gli autori di quelli che mi erano piaciuti di più. Ora che lavoriamo insieme da anni, ci rendiamo conto che il nostro metodo è fare sempre la medesima cosa. Ci riuniamo e discutiamo per ore ponendoci le stesse domande: “Cosa pensa Walt, dove andrà a parare?”. Ci interroghiamo per dieci ore al giorno e poi cerchiamo di costruire mattone dopo mattone ogni episodio. Abbiamo due settimane per pensare una puntata e poi, mentre uno di noi la scrive, passiamo ad arrovellarci sulla successiva. Siamo dei privilegiati, non arriviamo alla fine della stagione con l’acqua alla gola ed esausti come accade a chi scrive per i network. Per intenderci, abbiamo iniziato a pensare alle trame della quarta stagione a giugno e a girare nel gennaio successivo, quindi abbiamo avuto sei mesi per portarci avanti. Avevamo già otto episodi pianificati e tre-quattro completamente scritti, e mentre mi accingevo a scrivere la tredicesima puntata stavano girando la nona.

È una scelta curiosa quella di ambientare la serie ad Albuquerque…

Infatti avevo scelto Los Angeles, così avrei potuto andare sul set e tornarmene la sera a dormire a casa mia, ma chi paga per realizzare la serie ha chiesto se fosse possibile girare in New Mexico perché lo Stato restituisce il 25% dell’investimento. Albuquerque non somiglia affatto a Los Angeles e la zona circostante non ricorda il sud della California, ma le metamfetamine si spacciano anche in New Mexico, per cui la cosa era fattibile. Oggi sono felice della decisione perché il 90% delle serie americane è girato in California e alla fine le inquadrature sono sempre le stesse, mentre le location dove giriamo, con le montagne e il deserto, evocano il vecchio West. Le location della nostra serie la contraddistinguono.

Ci parli della genesi del protagonista.

L’ho chiamato Walter White perché mi piaceva l’allitterazione di nome e cognome, e successivamente mi sono inventato svariati motivi totalmente pretestuosi per aver scelto questo nome – per esempio che White evocherebbe il fatto che il bianco è il colore del lutto in Asia. Ho scelto di farne un insegnante perché sia mia madre sia la mia fidanzata lo sono, è una categoria maltrattata e che apprezzo. Mi intrigava che Walt spacciasse metamfetamine non per il fatto in sé, piuttosto perché mi attraeva che un cittadino ligio diventasse un criminale per scelta. La meth è il mezzo per guadagnare soldi, Walt avrebbe anche potuto mettersi a stampare soldi falsi, un metodo altrettanto illegale, ma serviva qualcosa che fosse reprensibile, che facesse soffrire e morire la gente. Le metamfetamine distruggono vite. Per farle bisogna cucinarle e conoscere la formula, e quindi un insegnante di chimica mi sembrava l’ideale.

Fino a dove voleva far arrivare il suo protagonista?

Non lo sapevo, non credevo che Walt sarebbe diventato oscuro fino a questo punto. Non è cattivo di per sé, non era questa l’intenzione: Breaking Bad è lo studio di un personaggio che non è piacevole ma è interessante; il pubblico deve arrivare a considerarlo un cattivo, ma ogni spettatore deve arrivarci in tempi diversi. È un gioco pericoloso perché può far perdere ascolto, ma il concept originale della serie aveva l’obiettivo di osare. Con il trascorrere delle stagioni Walt è diventato sempre meno amabile, mentre i comprimari come Jesse e Hank hanno conquistato sempre più i favori del pubblico.

Aveva pensato a questa evoluzione dei comprimari fin dall’inizio?

Non dovrei ammetterlo, ma all’inizio erano solo funzionali a Walt. Hank nello specifico doveva rappresentare tutto quello che Walt non era: sano, fortunato, un vincente. Poi l’attore scelto per interpretare Hank ha dimostrato di essere ancora più bravo di quanto ci aspettassimo, così abbiamo sfruttato il suo talento per fare di quest’uomo un personaggio meraviglioso. È essenziale capire cosa un attore può dare al personaggio, perché ciò che offre può persuadere lo sceneggiatore a svilupparlo in un senso o in un altro. Allo stesso modo, non ci aspettavamo l’alchimia tra Cranston e Aaron Paul, che interpreta Jesse: insieme sembrano Stanlio e Ollio. Non avrei mai pensato che avrebbero funzionato così bene e fossero così divertenti, e per questo ho deciso di non uccidere il personaggio di Paul alla fine della prima stagione, come invece era stato previsto dalle prime stesure.

Qual è stato nello specifico il contributo di Cranston al personaggio di Walt?

Onestamente? La serie è tutta sulle sue spalle, e i tre Emmy consecutivi che ha vinto per questo ruolo sono più che meritati. Alcuni aspetti di Walt sono stati introdotti perché Bryan li ha suggeriti quando abbiamo cominciato a girare, e così li abbiamo integrati. L’idea di quegli assurdi baffetti che sembrano un lombrico morto sul labbro di Walt sono una sua idea, inquadrano il personaggio. Cranston aveva in mente anche il peso esatto di Walt, 84 kg. È un attore molto fisico, molto atletico – gioca benissimo a baseball – e abile – dovreste vedere come fa roteare la pasta della pizza!

Parliamo dell’equilibrio tra scrittura e budget.

La prima puntata della terza stagione era costata ben oltre il budget, e nelle ultime puntate avevamo dovuto risparmiare per compensare, così è nato l’episodio “Fly”, tutto ambientato nel laboratorio. Girare tutto su quel set ci ha fatto risparmiare 380 mila dollari. Una puntata costa circa tre milioni di dollari; è un buon budget per una cable e per otto giorno di riprese a disposizione. Niente di simile ai tredici giorni di riprese e ai budget di The X-Files, ma i tempi sono cambiati. Ricordo un episodio che si prese ben ventidue giorni. Tutto questo per dire che il bisogno aguzza l’ingegno e che lo sceneggiatore sa adattarsi, a volte con esiti incredibili come nel caso di questa puntata, scritta da due autori – Sam Catlin e Moira Walley-Beckett – provenienti dal teatro, che hanno creato un dramma teatrale per due personaggi tutto sviluppato sui dialoghi. È diventato uno dei miei episodi preferiti, l’eccezione che conferma la regola, considerato che prediligo l’aspetto visivo.

Può menzionare le sue fonti di ispirazione oltre al già citato Carter?

Ho visto più televisione di quanto chiunque della mia età avrebbe dovuto, ma la mia ispirazione per Breaking Bad proviene per lo più dal cinema, dai western di Sergio Leone come C’era una volta il West, un film assolutamente imperdibile che propongo a tutti i registi che arrivano sul set. E poi mi sono ispirato a Kurosawa, a I sette samurai, a Kubrick e a Il braccio violento della legge, che rividi prima di girare l’episodio pilota e del quale ho adottato lo stile quasi da cinéma verité, così lontano da quello ipercinetico e concitato di oggi. Insomma, provo a rubare ai migliori. Per il resto cerco, nonostante sia un maniaco del controllo, di lasciar spazio ai registi. Per fortuna loro non posso aggirarmi sul set perché sono bloccato a Burbank nella writer’s room, ma appena finisco raggiungo il New Mexico e dirigo io gli episodi finali. Le mie preferenze vanno alle riprese a mano fisse, alla composizione ampia del quadro e alle focali lunghe. Una volta le televisioni erano piccole e non si poteva infarcire troppo l’inquadratura, mentre oggi gli schermi piatti arrivano a 60 pollici per cui si può osare molto di più.

Oggi come considera Breaking Bad?

Sto invecchiando e Breaking Bad è la mia riflessione su questo processo – e la morte – alla fine. Ho già accennato al fatto che per me la serie parla di un uomo che ha la crisi di mezz’età peggiore della storia, ma va aggiunto che poi scopre che la sua vita non è a metà, bensì alla fine, e questo cambia tutto. Gente più in gamba di me come Michael Mann ha detto che per giudicare non gli serve sapere di cosa parla una serie o un film, le sue ragioni o la sua morale, vuole conoscere la storia per decidere. Allo stesso modo anche il pubblico può giudicare da solo guardando Breaking Bad.