Come raccontare una storia intera in poco più di due minuti? Ce lo spiega l’autore e protagonista di 140 secondi, la cui seconda stagione è la prima produzione italiana di Amazon.

Nel 2016, solo negli Stati Uniti sono state prodotte 455 serie televisive, tra reti via cavo, network e piattaforme di streaming. Riuscire a distinguersi in questa invasione seriale è sempre più difficile. Per lasciare il segno bisogna avere un’identità forte, uno stile riconoscibile, sperimentare e magari, perché no, usare un format insolito. Come quello di 140 secondi, titolo approdato di recente su Amazon Prime e composto, per l’appunto, da episodi di soli 140 secondi. All’apparenza potrebbe sembrare una semplice webserie, il classico prodotto nato online. E lo è, in parte, ma è anche altro. È una serie tv senza se e senza ma, una produzione intelligente che dice tanto in pochissimo tempo. Con un ritmo forsennato e un tono ironico e amaro insieme, tipico delle dramedy contemporanee. Protagonista principale è Iacopo: un ragazzo di quasi trent’anni figlio della crisi, del precariato e di un clima culturale pieno di dubbi e di incertezze, che si destreggia tra colloqui di lavoro improbabili, appuntamenti disastrosi e pranzi familiari grotteschi. Dietro a 140 secondi c’è Valerio Bergesio, ex reporter di La7 e di Current Tv, che ha ideato, scritto, diretto e interpretato (nel ruolo del protagonista) la serie prodotta da Cross Productions e Rai Fiction – e basata sul format francese Bref, di Canal+. La prima stagione, composta da 15 episodi, è uscita nel 2015. A quasi tre anni di distanza è arrivata (insieme alla prima) anche la seconda, con ben 40 episodi su Amazon. In occasione della sua uscita, ne abbiamo intervistato il creatore.

Valerio, partiamo dall’inizio. Dal 2015, quando sul portale Ray (ora Rai Play) arriva la prima stagione di 140 secondi. Ti va di raccontarci com’è nata questa idea?

Io vengo dal mondo dei reportage, in passato ho lavorato per Current Tv e quando il canale ha chiuso dovevo decidere cosa fare. La mia grande passione è sempre stata raccontare delle storie, perciò, dopo aver visto Bref, ho pensato di farne una versione italiana. Allora le webseries avevano già raggiunto una certa maturità, tanto da attirare l’attenzione di grandi aziende come la Rai. Dopo aver convinto la Cross Productions a credere nel progetto, realizzai il pilota (presentato al Roma Web Fest) e l’intera stagione. 140 secondi andò in onda anche su Raidue e fece più del 7% di share in una fascia oraria non facile, quella dell’access prime time.

Poi cosa è successo?

La Rai ci commissionò un’altra stagione, che però non vide mai la luce. Nel frattempo la direzione era cambiata e Antonio Campo Dall’Orto disse no alle webseries e agli short format. La Cross Productions però ha continuato a crederci e abbiamo potuto ultimare la serie. La cosa particolare è che 140 secondi, con la seconda stagione, è diventato il primo prodotto originale italiano di Amazon. Anche se in questo momento la piattaforma non sta promuovendo molto i propri contenuti, il mio e non solo…

E questo fa spesso la differenza rispetto a Netflix…

Esattamente.

Come avete convinto Amazon a distribuire 140 secondi?

In realtà, è successo un po’ il contrario. La Cross Productions era convinta di trovare qualcuno più attento a un linguaggio innovativo. E infatti Amazon si è subito interessato al nostro progetto. Alla fine si tratta di piattaforme che vivono sul web e sul mobile, e 140 secondi è perfetto per essere fruito un po’ ovunque. Ricordo sempre le parole di Gordon Ramsay che una volta disse: “Non capisco perché i ristoranti italiani sono aperti solo a pranzo e a cena. Un ristorante dovrebbe lavorare sempre”. Ed è un po’ quello che succede ora con i contenuti audiovisivi. Di solito li consumiamo la sera, il sabato e la domenica. Con le nuove piattaforme, invece, abbiamo l’opportunità di vedere ciò che vogliamo quando vogliamo. 140 secondi potresti vederlo pure al cesso, no?

Nelle note di regia, sulla prima stagione scrivi: “Fin dal principio, avevo ben chiara una sola idea: non deve far ridere”. Considerata la forza comica del programma suona alquanto bizzarro. Piuttosto, mi sembra emerga una volontà di far ridere ma in modo diverso, di allontanarsi dai soliti cliché della comicità italiana, dall’umorismo dialettale al classico Nord vs. Sud. È così?

Assolutamente. La grande tradizione della commedia italiana si basa sul dialetto, sull’italiano gergale, sulla parolaccia e sulle gag. Quello che volevo fare era creare un effetto comico che derivasse dal montaggio, dall’uso della musica, dalle ripetizioni. È la “grammatica” che fa ridere. Poi va tutto talmente veloce che non hai il tempo per ridere davvero. E tutto è molto preciso: un secondo in più o uno in meno e la battuta non funziona più.

Dal punto di vista tematico, 140 secondi potrebbe essere un po’ il Master of None all’italiana. Noi seguiamo le avventure e disavventure giornaliere di Iacopo, dal lavoro agli amici, alle ragazze, tra momenti di pura felicità e autentica depressione. Quanto c’è di tuo nel personaggio?

Tanto. Il disagio giovanile, la paura del proprio corpo e di non essere mai all’altezza sono tutte cose che ho vissuto a livello personale e ho provato a tirar fuori. Il mio obiettivo, però, era trattare un fatto ordinario come fosse qualcosa di straordinario ed epico. Magari attraverso una metafora visiva, o un personaggio immaginario, in modo da rendere ogni episodio diverso dall’altro. Altrimenti è una noia. Un po’ come quando entriamo nella mente di Iacopo, e prendendo spunto da Inside Out ho ipotizzato la presenza di tre gamers interiori: quello buono, quello cattivo e quello che cerca di mediare. Per me, il modo più divertente per dare un senso alle nostre azioni, alle nostre piccole e grandi vittorie o sconfitte di tutti i giorni, è usare una metafora.

Nonostante si mantenga il medesimo registro stilistico, mi sembra che la prima e la seconda stagione siano molto diverse. Nella seconda stagione si nota una maggiore orizzontalità della storia e una continuità tra i vari capitoli. L’avere quasi il triplo degli episodi ha permesso di approfondire meglio i personaggi, le storie, tanto che è stato introdotto anche un nuovo punto di vista femminile a cui è dato ampio spazio. Come sei arrivato a questa decisione?

È vero. Con 40 episodi si ha l’opportunità di disegnare un’evoluzione del personaggio più lineare. Secondo me, la visione a mosaico della serie è rimasta ma c’è un arco orizzontale più chiaro. Per l’introduzione del personaggio femminile [Emma, interpretata da Marika De Chiara, ndr] sono state determinanti due cose: da una parte, l’esaurimento degli argomenti interessanti da trattare, dall’altra il desiderio di introdurre un twist. Potenzialmente qualsiasi cosa può essere il soggetto di una puntata, ma ciò che conta è come viene raccontato. Tutte le volte che mi sono reso conto che stavo adottando un meccanismo già usato, lasciavo perdere. Ogni episodio doveva essere speciale, per questo ho pensato che introdurre la sorella di Iacopo potesse essere forte, inatteso. L’ispirazione l’ho avuta guardando il pilot di Mad Men: noi vediamo Don Draper che beve, esce con le donne, fa l’amore… Poi torna a casa e scopriamo che ha una famiglia. È qualcosa che non ti aspetti. Mi sono chiesto: “E se ora, per 14 episodi, raccontassimo la storia dal suo punto di vista?”. Di questo vado molto fiero, perché quello che abbiamo cercato di fare è raccontare la figura femminile in maniera realistica e vera. Un problema tipico della fiction popolare è lo stereotipo della ragazza carina e “perfettina” che non ha nessun problema, nessuna frustrazione… Noi invece abbiamo provato ad adottare un punto di vista femminile reale. A ben vedere, il mondo maschile e femminile non sono così distanti come si crede. Secondo me, non c’è un modo di soffrire o sentirsi a disagio che sia tipicamente maschile o femminile.

Gli episodi incentrati su Emma li hai scritti tutti insieme a Sara Cavosi. Come è stato lavorare insieme?

È stato fantastico. La cosa più difficile è stata “sentire” quei 140 secondi: non sembra, ma lavorare con questa serie è molto complicato. Di solito ogni pagina di sceneggiatura corrisponde a circa un minuto di quello che vedi sullo schermo. Una nostra puntata invece equivale a sette pagine. Quando Sara lo ha scoperto, non ci credeva. Lei comunque è stata bravissima, fondamentale per realizzare una storia meno maschio-centrica. C’è stato un confronto divertente, anche faticoso ma importante per far nascere un personaggio che fosse prima di tutto realistico e non una macchietta.

140 secondi contiene molte citazioni e riferimenti cinematografici, ma anche influenze dal mondo dei videoclip, dalla pubblicità. Prima hai citato Inside Out come fonte di ispirazione… Quali sono le altre?

Il programma ovviamente ha un grande debito con la serie madre, da cui però ci siamo distaccati parecchio per cercare un ritmo e un linguaggio che fosse tutto nostro. Tra le ispirazioni principali ci sono le pubblicità giapponesi, capaci di raccontare storie in soli 15 secondi; ma anche la piattaforma di video Vine (ormai defunta) di Twitter, e il mondo dei videoclip. Ricordo un episodio mai realizzato che avrei voluto ambientare in un ascensore, per raccontare una storia d’amore dal primo all’ultimo piano. E l’ispirazione l’avevo avuta dopo aver visto per caso, su Facebook, il video della cantante Kwamie Liv, Higher. Per quanto riguarda il finale della seconda stagione, mi sono ispirato a una scena di (500) giorni insieme, uno dei miei film preferiti.

Da Bref hai attinto solo dal punto di vista formale o anche dei contenuti?

Abbiamo fatto anche dei remake di alcuni episodi, ma sempre in una chiave nuova. L’obiettivo principale era infatti creare una storia tutta mia. E in questo, la casa di produzione mi ha sostenuto e incoraggiato. Tra l’altro, Bref nasce come un filler all’interno di un programma francese [Grand Journal, ndr], con una durata molto variabile, mentre 140 secondi ha sempre la stessa durata. E una delle cose più difficili da fare è stata proprio questa: rispettare quel minutaggio.

Come hai coniugato il lavoro di regista e attore?

Stare in scena e dirigere ogni episodio non è stato semplice. Per questo ho chiesto l’aiuto del mio montatore Giulio Tiberti, la cui presenza è stata fondamentale. Sia in scena sia in post-produzione. Ci sono due episodi, non ti dirò mai quali sono, che sono il frutto del materiale già girato e rivisto dopo. Due capitoli nuovi creati semplicemente giocando con le grafiche, le battute e mettendo il giusto voice-over. 140 secondi è un prodotto che nasce soprattutto in post-produzione.

A proposito delle grafiche, gli effetti speciali hanno un valore narrativo davvero rilevante…

Assolutamente. Avevo una squadra di quattro grafici capeggiati da Federico Imbesi con cui abbiamo costruito un’impronta grafica. Quello che mi interessava era raccontare qualcosa con gli effetti speciali, e non avere solo dei “begli effetti speciali”.

L’unicità di 140 secondi resta comunque l’estrema sintesi del racconto, la sua immediata fruibilità. È chiaramente un formato di nicchia, insolito ma molto interessante perché porta all’estremo una tendenza della serialità moderna. Oggi siamo invasi da serie tv che non abbiamo il tempo di vedere. Non a caso sono prodotte molte miniserie. The End of The F*** World è diventata virale anche grazie ai suoi 8 episodi da 20 minuti, perfetti per il “binge racing”. Insomma, sembra quasi che l’essenzialità della narrazione potrebbe diventare un elemento chiave, se non una scelta obbligata, come conseguenza di questa sovrapproduzione seriale. Cosa ne pensi?

Oggi abbiamo grandi serie che si prendono tutto il tempo per raccontare una storia, con tanti episodi e con un ritmo molto lento. 140 secondi ne è l’esatto opposto, nonostante presenti comunque un racconto articolato. E ora che ci penso, questa potrebbe essere una nuova lettura: in un certo senso, non avere tempo mi porta ad andare al nocciolo della questione…

Secondo te, perché le serie tv piacciono così tanto, al punto da mettere in crisi persino Hollywood? C’è addirittura chi sostiene che la colpa sia delle piattaforme come Netflix o Amazon…

I motivi sono tanti. Sono tra quelli che sostengono che il cinema non riesce più a creare prodotti interessanti. E mi riferiscono soprattutto al cinema italiano, che va male. Perché? Probabilmente per un insieme di ragioni: mancanza di coraggio, di autori e di storie valide. E infatti ultimamente tutti, anche i produttori, si stanno muovendo verso la serialità. Questo è un dato oggettivo di una realtà industriale che sta cambiando…

Ecco, in Italia a che punto siamo?

È un processo lento. Ho cominciato in un momento in cui le webseries (oggi ribattezzate short format) sembravano il futuro, invece non è stato così. Magari lo saranno ma non con i tempi che si pensava. Allo stesso modo, credo che il mutamento del linguaggio delle serie italiane sia solo all’inizio. Il problema è che ci sono ancora pochi commettenti: Rai e Mediaset si stanno evolvendo ma propongono ancora una fiction “classica”, Sky non produce molte serie, c’è Gomorra, The Young Pope, a breve ne arriveranno altre… Qualcosa si muove, le cose stanno cambiando ma non alla velocità che vorremmo. Sicuramente, ci vorranno più di 140 secondi per vedere cambiare qualcosa!

Ritornando alla tua serie, ci sarà una terza stagione?

Ora è tutto nelle mani di Amazon. Noi ovviamente saremo felicissimi di farne una terza, una quarta… Ci sarebbero ancora tante cose da dire.