Quando il terrorismo e il patriottismo diventano grande narrazione televisiva. Ne parliamo con l’autore di Homeland, e prima ancora di 24.

Da sceneggiatori e produttori di 24 e Homeland, Howard Gordon e la sua metà artistica, Alex Gansa, hanno messo al centro della loro narrazione il tema del terrorismo, ma nel salto da network a cable hanno lasciato indietro la componente manichea. Homeland, serie di Showtime che in Italia è trasmessa da Fox, si screzia di mille sfumature di grigio nel raccontare la guerra, il terrorismo e il patriottismo, e mette in scena un antieroe protagonista che riesce a evocare empatia nello spettatore, nonostante incarni il Nemico pubblico numero uno dell’Occidente. Howard Gordon ribadisce l’importanza della libertà creativa nella serialità contemporanea e individua le differenze fondamentali tra network e cable nelle ingerenze durante la realizzazione di una serie.

Tutti fanno esperimenti per cercare la formula infallibile della serie di successo…

La formula infallibile? La risposta a tutto è la creatività. Il pubblico si accorge della differenza quando l’autore ha l’opportunità di sfoderare idee originali e di realizzarle liberamente, e questo è possibile grazie alle nuove piattaforme di diffusione. Anche per questo grandi attori partecipano a produzioni seriali a cui prima non si sarebbero neanche degnati di avvicinarsi.

Homeland è una serie improponibile per un network?

Quelli che decidono ai piani alti sono piuttosto confusi circa cosa funziona e cosa no. Basti vedere il caso di NBC che stava fallendo, persa com’era in una sorta di “boxofficizzazione” della tv. Ci vogliono idee per competere con serie del livello di Game of Thrones, e il futuro della serialità è in mano alle basic e premium cable, mentre per quanto riguarda le serie network, alcune come Chicago Fire, che possiamo chiamare classic broadcast television drama o retro television, continuano a funzionare come puro intrattenimento.

Metodi di registrazione come il personal video recorder e la distribuzione home video in dvd e blu-ray hanno influenzato il modo di scrivere serie?

Non l’hanno cambiato, ma quando abbiamo iniziato a girare 24 il network ci disse che potevamo fare la serie se la adattavamo al modello di Law & Order, cioè con episodi indipendenti. Il che era impossibile. Alla fine 24 ha sfondato proprio grazie alla reiterazione del cliffhanger. Quando siamo stati contattati per Homeland chi mi ha ingaggiato mi ha detto che non voleva uno show troppo serializzato. Così abbiamo abbandonato i network a favore delle cable e abbiamo risolto il problema di queste pretese improponibili, anche se bisogna ammettere che ingerenze dovute a limiti di budget adesso si cominciano a riscontrare anche presso le basic cable.

Anche i network si stanno orientando verso stagioni “a metà”, da tredici puntate.

Tredici sembra essere il formato ideale: i grandi attori di cinema accettano di andare alle cable più che altro perché offrono un impegno, in termini di presenza sul set, inferiore a quello richiesto dai network. Lo stesso accade agli sceneggiatori, che sono perfettamente consapevoli di quanto sia duro sfornare 22 o 24 episodi in un anno. Ricordo che quando facevamo 24 ogni sceneggiatore sosteneva turni massacranti, e per molti meno soldi di quelli che avrebbero avuto da una cable. Ci sono anche i formati britannici da sei o otto puntate, e mi sembra una durata sufficiente. Poco tempo fa ho visto Hatfields & McCoys e funzionava benissimo anche con soli tre episodi: ha fatto qualcosa come 24 milioni di spettatori su History.

Si parla molto della libertà creativa concessa dalle tv a pagamento rispetto ai network…

È vero, ma l’aspetto che prediligo è il fatto di non venire interrotti dalla pubblicità, che rovina il ritmo dell’episodio. La pubblicità spezza il flusso della narrazione, e scrivere le sceneggiature con la consapevolezza di non doverci avere niente a che spartire è gratificante.

Come si sceglie la protagonista giusta, specialmente quando l’eroina ha problemi psichiatrici?

Abbiamo sempre avuto in mente Claire Danes per il ruolo di Carrie Mathison, sin da quando l’avevamo vista in Temple Grandin. In quella prova attoriale era stata straordinaria. Il personaggio di Claire Danes non è una Jack Bauer al femminile, ma un’agente CIA con disturbi bipolari. Abbiamo scelto di affidare il ruolo del difensore degli Usa a una figura poco amabile, rendendo lei un personaggio ostico e Brody un uomo affascinante. Volevamo dar vita a un personaggio estremamente complesso che fosse il cuore della serie e Claire Danes era perfetta. Perfetta anche come età, un fattore di cui si è discusso a lungo con il canale, che avrebbe preferito un’interprete leggermente più anziana come altre protagoniste delle serie Showtime, come Edie Falco di Nurse Jackie e Laura Linney di The Big C.

Visto che il punto di partenza era una serie già esistente, l’israeliana Hatufim, disponevate già della struttura di Homeland oppure volevate da subito cambiarla?

Prima ancora di formare lo staff degli sceneggiatori, Alex Gansa e io abbiamo passato ore e ore nella writer’s room per capire dove volevamo portare la storia, senza sapere quando volevamo che certi eventi si verificassero. Per esempio abbiamo sempre messo in conto un crollo nervoso di Carrie, ma continuavamo a posporlo spingendolo sempre più alla fine della stagione. Alla fine credo abbia trovato la collocazione ideale, quando l’attentato era vicinissimo. Volevamo un finale di stagione da togliere il fiato e lo abbiamo fatto coincidere con il momento più basso della fase depressiva della malattia di Carrie. Ci siamo resi conto, man mano che la stagione procedeva, di quanto fosse necessario che il suo tracollo psicologico avvenisse in concomitanza con l’avvicinarsi della data dell’attentato e che lei si sentisse trattata come una Cassandra.

Dopo aver visto Hatufim, cosa vi ha condotto ad adattare la serie per la televisione americana e quale processo ha presieduto la trasposizione?

Venni a conoscenza dell’esistenza della serie originale tramite il mio agente, che tra le altre rappresenta l’emittente israeliana che trasmette In Treatment, già soggetta a un adattamento americano. È venuto da me e mi ha detto che c’era una serie che si prestava a un procedimento analogo. Dopo una concisa introduzione, l’interesse da parte mia e di Alex Gansa era ormai alto ma fu subito chiaro che l’adattamento sarebbe stato laborioso.

Si riferisce alle differenze tra il pubblico americano e quello israeliano?

E alla riscrittura dei personaggi: in Hatufim ci sono due ex prigionieri di guerra al centro della narrazione. La differenza fondamentale tra le serie è l’intento, perché lo scopo di Hatufim è raccontare il ritorno a casa di prigionieri di guerra, di illustrarne le difficoltà nella reintegrazione nella società e soprattutto in seno alla famiglia. Noi invece abbiamo pensato che al pubblico americano – si avvicinava il decimo anniversario dell’11 settembre – sarebbe interessato l’aspetto più thriller. Così Homeland è diventata la storia di un soldato di ritorno dal conflitto mediorientale che può essere stato convertito alla causa islamica ed essere diventato un terrorista. Dopo 24, vissuta all’ombra dell’11 settembre, avevamo l’opportunità di parlare di argomenti come le libertà civili e gli abusi commessi in nome della difesa del Paese in un modo più complesso e sfumato.

Ci parli di Brody: volevate che il pubblico fino all’ultimo non sapesse se fidarsi di lui?

Avevamo già stabilito che Brody sarebbe dovuto fuggire alla fine della seconda stagione perché sospettato di terrorismo, ma come al solito la serialità è una questione di tempismo e dovevamo azzeccare il momento giusto. La grande differenza tra network e cable è che nel secondo caso lavori in un luogo dove ti permettono di avere per protagonisti individui ambigui. Sappiamo che Brody è passato al nemico, ma porterà a termine la sua missione?

Homeland fa qualcosa di sconvolgente per una serie americana: mette in discussione i concetti di terrorismo, di patriottismo e di difesa della patria.

Sono principi su cui Gansa e io ci arrovelliamo in prima persona e per questo li ritrovate nella serie. Il mondo è complesso, ed è naturale dibattersi su questioni vitali. Homeland, a differenza di 24, non è una serie post-11 settembre, è una serie post-Bin Laden. Se la guerra del terrore è finita con la sua morte, l’America può finalmente tirare il fiato o l’ambizione di espansione prevarrà? Homeland, tuttavia, non si rivolge solo agli americani: siamo coscienti che c’è un pubblico internazionale che sta esaminando accuratamente le azioni del governo statunitense dopo l’11 settembre, il suo ruolo nella questione mediorientale e come si relaziona con l’Islam.

Volevate che il pubblico simpatizzasse con un potenziale terrorista come Brody?

È vero, abbiamo scritto il personaggio di Brody con la precisa intenzione di creare un villain dalle motivazioni facilmente condivisibili, approdando a zone grigie che non avremmo mai potuto raggiungere senza un attore superbo come Damian Lewis, in grado di portare in scena un personaggio con cattive intenzioni e contemporaneamente di mantenere un’essenziale qualità umana che in qualche modo ti fa tifare per lui.

La seconda stagione sembrava partire con premesse ancora più inquietanti: Brody non si è fatto esplodere, ma è ancora una minaccia a causa della sua folgorante carriera politica.

Sì, ma in Brody la fiducia cieca nei confronti del suo aguzzino e salvatore Abu Nazir comincia a vacillare. In lui comincia a insinuarsi il dubbio che Abu Nazir lo abbia plagiato: è riuscito a tornare dalla sua famiglia, le cose funzionano sia con la moglie che con i figli, la sua carriera politica è sempre più promettente, ma è difficile uccidere un’idea una volta che ti è entrata dentro. Brody ha bisogno di capire se quello in cui ha creduto è giusto o sbagliato. Brody vuole salvare l’America dai suoi governanti, è convinto di fare tutto quello che fa per salvare gli Stati Uniti, per salvare i suoi concittadini dalle menzogne dei suoi leader.

Come avete scritto le parti sui metodi della CIA?

Abbiamo la fortuna di poter contare su un’agente della CIA di alto livello che ci ha aiutato moltissimo per i dialoghi, tanto che una sottotrama della seconda stagione proviene direttamente da un aneddoto che lei ha raccontato a Gansa e che poi è diventata la storia delle spie mogli dei principi sauditi.

Avete subìto ingerenze da parte del governo?

Sembra che i livelli più alti del governo ci apprezzino molto, e che anche alti ufficiali dell’esercito seguano con interesse Homeland. Riceviamo lettere di soldati che hanno avuto serie difficoltà a reintegrarsi nella società dopo il ritorno dalla guerra e a riavvicinarsi alla famiglia, che ci ringraziano per aver portato alla luce la questione.

Quali sono i modelli, se ce ne sono, a cui attingete?

Non sono né cinematografici né televisivi. Abbiamo scelto di ispirarci alla letteratura, perché volevamo che Homeland fosse strutturato come un romanzo, e ora che si profila la possibilità di avere più stagioni su cui spalmare la narrazione, la manovra d’azione a nostra disposizione è ancora più ampia.