Terza puntata e terza intervista in una delle professioni centrali del mestiere televisivo, il regista. Parola alla nuova generazione di registi-autori.

Se questa cosa di parlare con i registi deve avere un senso, allora è bene non indugiare solo sulle storie, sui ricordi, sugli aneddoti e – dopo aver parlato con due maestri, seppur di generazioni diverse, come Beldì e Calvi – andare a capire cosa succede ora, cosa pensa un regista televisivo degli anni Dieci.

Così parte un Whatsapp per Giuseppe Bianchi, 43 anni, tra le tante cose – solo per citare una delle ultime – a Bake Off Italia. Quindi non uno da generalista: niente Sanremi, niente Grandi fratelli.

Con rispetto, ma non ti si può ancora chiamare “maestro”.

No, grazie, i maestri stanno al cinema.

Raccontami allora.

Sono stato uno dei primi iscritti a Scienze della comunicazione, nel senso di quando hanno aperto la facoltà. Non avevamo ancora finito che già ci avevano chiamato a Mediaset per uno stage. O almeno: quelli di noi che si sbattevano e qualche talento ce l’avevano.

Ah, beh, strada in discesa quindi.

Fu una bella esperienza. Subito con Gregorio Paolini, che all’epoca aveva tanti programmi.

Ti è andata molto bene.

Bel periodo: ho imparato a leggere una curva, facevamo le riunioni insieme, poi ho iniziato con uno stage come redattore.

Strano percorso.

No, perché?

[In questa risposta, che sembra innocua ma invece è cardinale, passa la differenza, se non proprio tra il nuovo e il passato, almeno tra due modi molto ma molto diversi di intendere il ruolo di regista. Sentite.]

Perché di solito i registi non partono facendo i redattori.

Dici? Invece io sì, anche se era chiaro che a me interessava la parte visiva, il reportage: dopo lo stage infatti ho iniziato subito a fare il regista di servizi a Verissimo, un magazine che ancora esiste: è stato il primo nel suo genere che cercava di dare molta attenzione agli aspetti visivi, mettendo un regista su ogni servizio.

Regista-autore lo sai che per me è un ossimoro, vero?

Perché pensi da autore da tv generalista. Io mi sono occupato da sempre di contenuti, facevo i magazine e poi sono passato alle docu.

Fammi un esempio.

A caso: School in Action.

Siamo sulla Mtv dei tempi d’oro.

Esatto. Un programma non semplice, stavi due o tre settimane in una scuola per poi far fare uno spettacolo agli allievi. Lì mica potevi essere solo regista: lì facevo il regista e l’autore.

Mmmh.

Dai, diciamola tutta: fare il regista oggi è tremendamente difficile, quasi inutile.

Boom!

Dico un’ovvietà. Serve, certo, per i programmi di studio, ma non per quelli concepiti ora.

Spiegami meglio.

Guarda, per me fare solo il regista è scomodissimo. Io non posso subire le decisioni degli autori, non posso fare solo le inquadrature, due cazzate di stile.

Mi sono imbavagliato.

Dai, dico la verità. Un nome solo: Boncompagni.

Vabbè.

Non vabbè: quello era il modello! Un regista che però era anche autore, e che autore!

Ho capito che non ti piacciono gli autori.

Ora gli autori adattano e basta. E poi, diciamocelo…

Cosa ci diciamo?

Che come regista non posso non essere anche autore.

Questa per molti è tipo la corazzata Potemkin: 92 minuti di applausi.

Eddai, sì. E vuoi sapere ancora una cosa: ho spesso le idee più chiare sulla struttura di un prodotto. Poi, certo, non sono bravo con scalette e copioni, che pure mi è toccato scrivere.

Raccontami.

Sui progetti pretendo di esserci sempre e da subito, non mi piace arrivare alla fine e fare lo stacca-camere.

Immagino non sia facile.

No, certo che non lo è. Sono rimasto anche a piedi, in tanti che lavoravano con me sono rimasti senza lavoro. Ho fatto anche l’autore.

Dove?

In un mega-talent come X Factor e a Masterchef 3.

Poi?

La regia di The Apprentice.

“Sei fuori!”

Sì, quello con Briatore.

Dimmi una cosa che non ti piace nelle regie di oggi.

Mah, tanti nei talent si ghettizzano da soli, pensano solo alla sbracciata bella.

Tu invece?

Il prodotto è tutto, non ci si può solo concentrare sulla bella inquadratura da showreel.

Scendi nel dettaglio.

Ti faccio un esempio: nei miei programmi credo che quello che ti ho appena detto si veda. Prendi Bake Off: anche lo stile di regia si adattava al programma, più ovattato, più dolce. In The Apprentice era più aggressivo.

E in giro queste cose le vedi poco?

Nella generalista non vedo più il bello.

E dove lo vedi?

Su Sky e su Discovery, loro guardano avanti.

Beh, fino a qui non posso accusarti di esserti risparmiato. Dimmi chi ti piace.

Intendi di registi televisivi?

Sì.

Alessio Muzzi, che ha fatto Top Gear, Got Talent e molto altro è bravo. E anche Calvi.

Anche se fa la generalista?

Sì, non gli si può dire nulla, anzi.

Non ho idea di quanto guadagnino nel dettaglio, ma i registi della generazione di Calvi a occhio mi pare stiano meglio di quelli della tua.

Anche io non so i dettagli, ma non avrei dubbi.

Quanti programmi fai a stagione?

Boh, sei o sette.

Un tuo collega della generalista spesso ne fa uno solo.

Altro mondo.

Però manco puoi lamentarti: voi spesso avete esclusive contrattuali non brevi, anche se a dire il vero questa regola vale soprattutto per gli autori.

Hai ragione: sono stato a Magnolia e sono stato bene. Però una casa di produzione spesso fa lo stesso tipo di programma, il rischio è quello di fossilizzarsi su un genere.

Siamo al momento del sogno nel cassetto: se rispondi Sanremo contraddici tutto quello che mi hai appena detto.

Nooo, ma che Sanremo! Mi piacerebbe fare una serie, tipo Gomorra o House of Cards.

Ho intervistato tre registi e a questa domanda avete dato tre risposte lontanissime l’una dall’altra.

Guarda, non ne faccio mai una questione né generazionale né, figurati, personale. Ti parlo di me: ho iniziato con il digitale, la tecnologia: sono abituato a riprendere e montare, a fare tutto. Insomma: a raccontare.

Prima invece?

Prima un regista doveva soprattutto condurre un gruppo. Che non dico che sia una cosa facile, solo che io ora faccio tutto. Chiare le differenze?

Chiarissime.