Una chiacchierata con uno degli autori di una sitcom tra le più longeve e di successo, partito da Letterman e da Futurama per arrivare a Sheldon Cooper.

Ha studiato ad Harvard, è esperto di Merleau-Ponty, ha insegnato in Thailandia e si definisce filosofo. Nonostante ciò Eric Kaplan, classe 1967, deve il suo successo alla comicità. Dopotutto, scriveva per l’Harvard Lampoon, la rivista che ha svezzato, fra gli altri, le menti del primo Saturday Night Live. Kaplan ha lavorato con tutte le istituzioni della comicità americana, da David Letterman a Matt Groening fino a Chuck Lorre. E attualmente dà voce a Sheldon Cooper, protagonista di The Big Bang Theory. L’abbiamo rintracciato al telefono, e adesso ci segue su Twitter. LOL.

Il suo primo lavoro è stato con David Letterman.

Scrivevo per una rivista, Spy Magazine, all’università. Quello è stato il mio primo lavoro. Mi sono laureato in Filosofia e sono diventato un insegnante in quella materia. Poi ho cercato di fare il salto e di scrivere per lo spettacolo e allora sì, il mio primo lavoro è stato con David Letterman, a New York.

Come ha fatto ad avvicinarlo?

Avevo diversi amici dell’università in quel settore, così ho cominciato a chiedere in giro se conoscevano qualcuno che lavorasse per quella trasmissione. Ne ho trovato uno che mi ha consentito un’entratura e ho scritto una ventina di pagine di battute e idee per lo show. Dopo sei mesi mi hanno dato il lavoro.

Doveva essere ottimo materiale…

Diciamo che lo era abbastanza da procurarmi una possibilità. Tuttavia potevo essere licenziato ogni nove settimane, per loro ero un rischio che non si spingeva oltre quel periodo di tempo. Mi fecero anche un colloquio in cui mi fu chiesto: “Sei divertente?” e io risposi “Sì” e nient’altro. Perché avrei dovuto dire qualcosa di assolutamente divertente o altrimenti nulla, perciò scelsi di non dire nulla.

Com’è stato lavorare con Letterman? Lavorava direttamente con lui o con persone della sua squadra?

Lui è un’enorme celebrità, quindi non lo frequentavo certo per ore intere, però avevo a che fare con lui, per esempio quando giravamo qualcosa che avevo scritto. Una mattina, mi hanno chiamato dal suo ufficio. Mi hanno detto: “Dave è preoccupato. Sta pensando alla parola giusta per descrivere il cielo al tramonto…”. Ho detto che li avrei richiamati e così feci, e dissi che la parola era “crepuscolare”. Questo avveniva prima che fossimo sempre collegati con internet e Wikipedia. Il che mi suggerisce un pensiero sul ruolo che Wikipedia ha avuto nei confronti degli intellettuali. Adesso devi capire come trovare la strada attraverso tutta questa conoscenza. Lo stesso vale per i giornalisti: sono obbligati a dire ai lettori a cosa valga la pena di prestare attenzione.

Quanto le è servita quell’esperienza per la sua carriera successiva nel mondo dello spettacolo?

Mi ha dato idea della velocità, mi ha fatto diventare veloce. Era una trasmissione quotidiana. Dovevamo produrre un’immensa quantità di materiale ogni giorno, e ho dovuto imparare a farlo e a non rimanere attaccato alle mie idee creative. Dovevo presentare in dieci minuti trenta battute su un argomento, e se a Dave o a un suo collaboratore non ne piaceva nessuna, dovevo tirarne fuori altre. Perciò è meglio restare un po’ distaccati dalla propria materia, non farne troppo una questione vitale.

C’entra anche con l’elasticità mentale?

Se pensi troppo, finisci per imporre una rigidità al tuo lavoro creativo. Magari ripensi a una cosa che avevi detto il giorno prima e la ridici, ed è la fine. Non pensare troppo, quindi, impedisce alla tua mente di mettertisi contro.

Lei si considera un autore comico? Umoristico? O che definizione preferisce dare di se stesso?

Devo proprio darne una? Le definizioni servono sempre a qualche scopo, quindi se uno volesse assumermi per una commedia gli direi che sono uno scrittore di commedie, cosa che lo aiuterebbe a classificarmi. Ma le definizioni le danno gli altri, ed è meglio così. Forse di me stesso direi che sono un filosofo che scrive commedie.

Com’è finito a fare Futurama?

Volevo scrivere storie. Mi piaceva fare battute, ma volevo anche scrivere storie. E poi volevo trasferirmi a Los Angeles, dove la produzione di commedie è molto più grande che a New York. Perciò ho buttato giù un po’ di idee, in una specie di testo esemplificativo. Ho salutato Letterman e sono andato a Los Angeles. Lì ho fatto girare il mio materiale e ho avuto qualche lavoro, finché sono approdato a Futurama; era una serie divertente, ambientata nell’anno 3000 e mi sembrava una buona idea.

Quanti eravate nella writer’s room di Futurama?

Dieci, dodici, a seconda dei periodi.

Lei era quello che decideva?

No, non ero io il responsabile. Era David Cohen, che ha ideato la serie insieme a Matt Groening.

Lei lavorava a contatto con Matt Groening?

Sì, ed era divertente. Matt è un tipo molto creativo, ha una grande capacità di ispirare gli altri. Per molto tempo ha dettato lui le regole, con I Simpson, e ha vinto, quindi è molto ammirato. David Cohen invece è un po’ oscurato dalla fama del collega e ottiene meno riconoscimenti di quanto gli spetti. È un pensatore creativo e un ottimo scrittore. Lui era anche molto più coinvolto nel progetto.

Lei ha mai fatto fatica a far passare le sue idee? Le toccava discutere per imporsi?

Il fatto è che ci sono tante persone che discutono, tu suggerisci delle cose, alcune finiscono nella sceneggiatura e altre no, alcuni sanno difendere meglio di altri le proprie idee. Non è una questione di forzare gli altri. Ma in fondo è un business, quello che conta è il risultato complessivo.

Ma può essere frustrante?

Sì, può anche esserlo, però devi imparare a fartelo scivolare addosso.

Com’è arrivato a The Big Bang Theory?

Ho fatto un colloquio. Avevo lavorato per un paio di programmi dopo Futurama, avevo anche una mia casa di produzione e avevamo realizzato alcuni episodi pilota. Non sapevo bene cosa sarebbe successo di lì in poi, ma dopo quel colloquio le cose hanno preso una piega interessante. Ci ho lavorato per tipo cinque anni, finora.

Quanto impiegate a realizzare un episodio?

Di solito lavoriamo quattro giorni alla sceneggiatura, poi la passiamo agli attori, vediamo come viene recitata e ne riscriviamo alcune parti. Per quello ci vuole un’altra settimana, in cui però ci dedichiamo anche in parte alla sceneggiatura successiva. Quindi, calcolando tutto, direi che impieghiamo sei giorni e mezzo, più o meno. Naturalmente però accade che un’idea sia in circolazione già da tempo, magari da anni, e questo non so proprio come includerlo nella misurazione del tempo. È come chiedere quanto tempo ci voglia a scrivere un articolo. Magari era qualcosa che volevi scrivere trentacinque anni fa. Del resto, prenda Flaubert. Pare che scrivesse una frase al giorno, ma erano davvero ottime frasi. Quindi io non gli avrei messo fretta. Se lo avessi conosciuto gli avrei detto: prenditela comoda, Gustave.

Quanti sono gli esperti scientifici della serie?

Uno solo. Si chiama David Salzberg, è professore di fisica teorica alla UCLA e nel caso qualcosa gli sfuggisse potrebbe anche appoggiarsi ad altri esperti, però per quanto ne so lui conosce davvero a fondo la materia e quindi è il nostro esperto designato.

Perché ha scelto di parlare di un gruppo di scienziati? È stato lei ad avere l’idea?

No, i creatori sono Bill Prady e Chuck Lorre, il produttore. Il primo è un informatico e avevano l’idea di parlare di un gruppo di nerd, di persone intelligenti con problemi relazionali. Di solito i nerd sono informatici, ma sembrava utile e originale che fossero invece scienziati. Li si sarebbe visti scrivere sulle lavagne, anziché fissare degli schermi di computer. E poi l’idea della scienza è un po’ più eroica. Gli informatici cercano di fare soldi, mentre gli scienziati cercano di penetrare il significato delle cose. Quella è stata la genesi della serie, ma non è venuta da me, io sono arrivato al secondo anno.

In molti se lo chiedono: Sheldon è affetto dalla sindrome di Asperger?

Non è nella concezione del personaggio. Però lo scopo del programma è creare personaggi con cui il pubblico possa relazionarsi, e la diagnosi può essere diversa. Diciamo che se qualcuno volesse, lo può intuire tranquillamente, ma non era nelle intenzioni degli sceneggiatori.

Qual è il suo personaggio preferito della serie?

Sheldon. Mi piace perché ci sono cose in cui crede profondamente e per cui s’impegna, e non ha paura di essere se stesso.

È il più difficile da scrivere per lei?

No, è il più facile. A volte ci sono cose che io stesso penso e mi piace metterle in bocca a lui.

Qual è invece il più difficile?

Penny.

Ha a che fare con il fatto che è una donna?

Sì, ma non del tutto. Penny è molto diversa da me. All’inizio ciò che la definiva era il fatto che Leonard la desiderasse. Ma poi, se ci chiedevamo che cosa volesse lei, la sfida si faceva più difficile. Adesso c’è un nuovo autore che è molto bravo a scriverla, e se ne occupa soprattutto lui. È il personaggio che mi richiede uno sforzo maggiore per uscire da me stesso.

C’è qualche progetto che lei attualmente vorrebbe tradurre in realtà?

Intende nella realtà, non nel mondo dello spettacolo? Mi piace il mondo reale, è uno dei miei mondi preferiti. Quello che davvero mi piacerebbe fare sarebbe incontrare delle persone dalle provenienze più diverse e parlare delle loro storie personali, delle loro vite. È una cosa difficile, ma si può fare. Richiede tempo. Però ciò che succede adesso sulla Terra è molto interessante e noi non sappiamo ancora bene che cosa sia. Parlare con la gente, capire la vita parlando con le persone è una delle mie categorie preferite. Quindi mi piacerebbe parlare con persone di tutto il mondo, dai mestieri più diversi, vecchi e giovani, collaborare con loro, ascoltare e capire le loro storie. E mi interesserebbe molto approfondire la relazione tra la cura e la filosofia, sapere cioè se c’è un ruolo nel capire quando le persone hanno un senso interiore di trauma, come possiamo capire quello che passano, per esempio in situazioni sociali di comunità che sono state lungamente percorse da conflitti. Come possiamo fare perché queste persone capiscano quello che è accaduto alle loro menti e possano proseguire nella vita. È una relazione complessa tra la terapia, la psicoterapia e il racconto delle proprie storie. Ho anche delle idee per film che vorrei realizzare con la mia casa di produzione.

Queste considerazioni sembrano lontanissime da quello che siamo abituati a vedere in televisione…

Oh, pensavo che mi chiedesse del mondo reale, non della televisione!

Sì, scusi. Pensavo a quanto talvolta la televisione possa essere distante dal mondo reale…

Ma fino a un certo punto. Adesso sto scrivendo un programma per YouTube: si chiama Love Me Cat. L’idea è di un gatto che vorrebbe che tutti lo amassero. Perciò parla con diverse persone del significato dell’amore e di come trovarlo. Ma la domanda è: come fai a parlare onestamente alla gente, a farle dire quello di cui ha veramente bisogno? Credo insomma che una comunicazione “onesta” sia la migliore opportunità per fare accadere cose che altrimenti non ti aspetteresti neppure.

Qual è secondo lei la differenza tra la scrittura per le serie comedy e per quelle drama?

Penso che la commedia e il dramma siano due opportunità per farci vedere personaggi che rompono le regole della società, il conformismo in cui viviamo. Ma nel dramma la persona che infrange le regole alla fine viene punita, nella commedia viene perdonata.

Qual è la sua serie non comedy preferita?

Mi piace molto Blue Planet.

Come spiega il successo della categoria sociale dei nerd, oggi? E lei, si sente un nerd?

No, non sono un nerd, e neanche un fico. Sono di una categoria sui generis, fatto a modo mio. La cosa interessante dei nerd è che intanto ce ne sono molti ed economicamente molto importanti, e poi che sono un fenomeno globale. Se anche sei un signore della guerra nel Terzo mondo, hai un computer e quel computer si rompe, ti tocca chiamare un nerd per aggiustarlo. Quindi puoi avere esperienze molto diverse se sei il leader di un esercito di liberazione in Africa, ma se sei un nerd puoi avere esperienze simili, sia che tu venga da Los Angeles sia da Milano. Comunque, a tutti capita di essere esclusi, di guardare da fuori una festa alla quale non si è stati invitati. Indipendentemente dal fatto di essere un nerd o meno, è un’esperienza universale. Quasi universale.

Ricorda il film La rivincita dei nerd? Crede che l’abbiano avuta davvero?

Non saprei, ma spero che le loro motivazioni non abbiano radici nella vendetta. Sarebbe un circolo vizioso, e non me lo auguro.

 

Ha collaborato Paolo Bianchi.