Il factual è sopratutto la storia di un nuovo modo di produrre la tv, dove anche realtà piccole possono introdurre novità e guardare al mercato internazionale.

Nel mondo dell’unscripted, ci sono realtà piccole, ma molto agguerrite. Che senza grandi budget, ma con disciplina e buone idee, a poco a poco si stanno ritagliando uno spazio originale nel panorama televisivo italiano. Una di queste case di produzione è Kymera, fondata e diretta da Chiara Salvo. Dai documentari (Il miglio verde, Finché morte non ci separi), dai talk show impertinenti (La mala educaxxxion) e dai docu-reality (Mamma ho preso l’aereo) per La7, la società ha a poco a poco allargato il suo sguardo ad altri temi e ad altri linguaggi. Con Chiara Salvo parliamo della famiglia di becchini di Morti e stramuorti, delle storie commoventi di Coming out e di come è difficile convincere le reti a investire su un’idea.

I programmi che hanno per protagonista la gente comune hanno al centro una questione importante: la veridicità. Cosa è reale, cosa è costruito. Come ti poni, nel tuo lavoro, rispetto a tutto questo?

Abbiamo la cifra stilistica di raccontate la vita come se fosse un film. A volte è quasi come se fosse uno scripted reality, più che un programma unscripted: parti da argomenti di vita vera e li racconti come se fossero un film. Lavoriamo con le persone vere, e questo è per noi irrinunciabile. Cerchiamo di creare empatia con lo spettatore che pensa: “Quello posso essere io”. Ovviamente dal punto di vista produttivo è più faticoso e oneroso. Facendo Mamma ho preso l’aereo, siamo stati gli unici ad aver filmato il momento dell’incontro tra i genitori adottivi e il bambino, superando enormi difficoltà anche legali: avremmo potuto ricostruirlo, o raccontarlo in un altro modo, ma lo abbiamo ripreso dal vero. I protagonisti dei nostri progetti, a sfondo sociale o no, si devono sentire portatori di un messaggio.

Uno dei programmi che più ci ha colpito è stato Morti e stramuorti. Come hai avuto l’idea?

Mi piace abbattere i tabù, e ho iniziato con il sesso facendo La mala educaxxxion su La7d. Con Morti e stramuorti, per Explora, abbiamo pensato di affrontare la morte. È stato complicato trovare qualcuno che sdoganasse il mestiere del becchino e ti portasse a riderci sopra. Innanzitutto ho pensato: “Andiamo a Napoli”. Non mi sono mai divertita tanto come in questa serie, anche se per sei mesi ho vissuto in un deposito di bare…

Quanta scrittura c’è dietro a un programma come questo?

L’idea era di filmare un family business napoletano nella sua quotidianità, ma era ovvio che avremmo dovuto scrivere molto. Devi stare lì ad aspettare un funerale, andare a tutti i funerali e farti firmare la liberatoria. Poi devi rendere questi personaggi simpatici… Lo sono, ma non sono attori e quindi ti devi inventare delle situazioni. Non è un programma scritto nel vero senso della parola, ma fai comunque accadere delle cose. Abbiamo fatto loro delle proposte: andiamo dal sarto a fare la divisa da becchino, facciamo un funerale a Venezia, o prepariamo una scena con la tanatoprattrice che trucca i morti. Loro non la usano, e allora abbiamo inserito un corso di tanatoprassi. Ed è stato esilarante.

Insomma, bisogna fare in modo che succeda qualcosa…

Devi provocare, per scrivere puntate di 25 minuti che diventino un format, che abbiano una struttura chiara. In tutte le puntate ho messo una donna, ma siccome è un mestiere per uomini e le donne non contano niente, allora le donne di questa famiglia stanno a casa e cucinano. Ogni episodio contiene una donna che prepara un piatto che ci mette tanto a cucinare, e l’attesa che ne consegue: il ragù che a Napoli cuoce per dieci ore, il casatiello che ci mette dieci ore a lievitare. Con questo timelapse noi montavamo l’attesa della donna fino a quando l’uomo non torna a casa a mangiare. E questo dà ritmo, porta movimento e allegria… Tutto fa parte del racconto di Napoli, anche la neomelodica sui titoli di coda.

Come si riesce poi a dare forma a tutto questo girato?

Nel numero zero abbiamo seguito un giorno dalla mattina alla sera. Nel resto della serie però non potevamo farlo ancora e abbiamo usato il materiale di varie giornate, dalla distribuzione dei compiti della mattina ai vari sopralluoghi. Stai lì sei mesi, giri tutto e poi metti insieme. Ci siamo distribuiti i compiti: uno andava al funerale, un altro a Scampia, un altro ancora dal barbiere… Ognuno si chiamava in modo diverso e il soprannome glielo abbiamo dato noi. Loro un po’ ce lo avevano, ma noi lo abbiamo esagerato. O’ sciupafemmene era il playboy, o’ titolà, o’ boss, o’ marocchino, o’ caposquadra, a’ cantante per la neomelodica.

La realtà va quindi incanalata se no non porti a casa il materiale. Non c’è il pericolo che, in una seconda stagione di Muorti e stramuorti, i protagonisti diventino troppo consapevoli?

Le coppie avevano le loro dinamiche, ma noi vivendo con loro le abbiamo sviluppate. Ci siamo persino inventati un personaggio… c’era un ragazzo che lavorava già con loro, ma lo abbiamo chiamato o’ stagista e gli abbiamo fatto fare tutte le prove come se stesse imparando… Ci stava, in fondo era il più giovane. Nella seconda stagione dovremo inserire personaggi nuovi, andare fuori come già abbiamo fatto con Venezia. Ho trovato un posto in Inghilterra che produce bare dalle forme assurde… possiamo andare lì e inventarci qualcosa di folle! Cambiare famiglia però non conviene, perché ai personaggi ci si affeziona.

Quindi interviene quella parte creativa per cui devi costruire storie e personaggi. Parti da una base di realtà…

Sì, è vero, c’è una base di realtà, ma poi viene costruita. La prima puntata inizia con l’ecografia della figlia del titolare che sarebbe nata poi durante la serie. Lei fa l’ecografia, lui arriva dal ginecologo con il carro funebre, e c’è un montaggio alternato tutto giocato sulla contrapposizione vita/morte. Devi visualizzarlo attraverso cose che sono finte. Lui non è che sarebbe andato con il carro funebre all’ecografia, però gli abbiamo detto di farlo.

E funziona?

Questi programmi li puoi fare se hai una grande pazienza e una vocazione a essere psicologo. I miei collaboratori devono avere un carattere meraviglioso. Avevamo trovato un’altra famiglia, ma si è tirata indietro all’ultimo momento. Allora si chiude una porta e si apre un portone, e questa famiglia è molto meglio della prima. Ne abbiamo passate molte con loro, a volte ci volevano fuori dai piedi, ci hanno trattato male perché stavamo sempre lì e chiedevamo: ci serve il confessionale, devi fare questo. Però adesso ci chiamano tutti i giorni per sapere quando ricominciamo.

Un altro programma perfettamente in linea con questi trend è Coming out. In questo caso, da cosa siete partiti?

Sul casting investo molto, è contenuto puro. Per Coming out è stato difficile: volevo a tutti i costi un vero coming out, senza attori. Dovevamo trovare persone che avessero un forte narcisismo ed esibizionismo. Bisogna puntare tanto su questi due aspetti, in modo da trasformare le persone comuni in uno strumento per questo messaggio. Il bisogno di apparire c’è ed è fortissimo, per fortuna.

Quanto è importante trovare il personaggio giusto?

Molto. Ero fissata con il personaggio del giocoliere, del clown. Ero rimasta incantata da una storia di una sorta di coming out di un clown che aveva nascosto ai genitori di essere gay. E mi sono chiesta: “Perché non troviamo una storia del genere?”. Al casting sono impazziti perché volevo questa storia per forza, e alla fine l’abbiamo trovata. Era tutto vero… lui era sparito dalla vita di questa madre perché era gay, e in più è fuggito facendo il giocoliere. C’è stata quindi tutta la storia di questa grande sofferenza, ma raccontata con leggerezza. Era il numero zero di Coming out e mi sono fatta davvero dei grandi pianti.

Per trovare una storia dovete sapere cosa cercare. Progettando Coming out avevi in mente una sequenza di storie?

Mandavo proposte alla rete di storie che avrei voluto raccontare. La ragazza incinta, il ragazzo giovane che si era innamorato di una ragazza e non aveva il coraggio di dirlo, lo stripteaser. Avevo uno spettro di storie, ma non sempre poi le ho potute realizzare. E poi bisogna fare in modo che il coming out avvenga in diretta… Tu lo vedi se una cosa avviene in diretta o meno. Non la puoi rifare. Abbiamo mezzi relativi, due telecamere, e non possiamo fare grandi cose. Al massimo possiamo rifare l’arrivo da fuori, ma il momento del confronto abbiamo sempre cercato di riprenderlo dal vero, piuttosto dietro il vetro di un bar o nascondendoci a filmarlo dietro un macchina.

Come funziona il processo creativo e produttivo? Di cosa ti occupi?

Cerco di fare tutto. Ho dei bravissimi autori di montaggio, ma il final cut è mio. Ci sono in ogni fase della lavorazione, dall’idea e dal pitch al direttore di rete fino al montaggio. Sta anche diventando un po’ un problema, ora che ci sono più programmi da seguire… Sono contenta perché le dimensioni della casa di produzione aumentano, ma mi piace l’aspetto artigianale…

Come si passa dalle idee alla messa in produzione?

Giugno e luglio di solito li dedico a pilot e ai demo. È una fase su cui investo molto, perché sono queste cose che fanno vendere il programma. Li faccio e li porto a tutte le reti, e visto che ogni rete ha una declinazione diversa faccio tre o quattro montaggi con piccole variazioni. Fox Life è femminile, mentre Explora è maschile. Uno stesso format sugli investigatori privati lo propongo a La5 a cui interessano le storie sentimentali e di tradimento, mentre per Explora il demo è più incentrato sul lavoro sporco del detective. L’estate è fondamentale per mettere in cantiere nuove idee… Ci sono le mie idee, quelle della mia factory, ma accetto proposte anche da fuori, a patto di dare la mia impronta e fare il capo progetto. Poi un’idea può anche restare nel cassetto, oppure la puoi vendere il giorno dopo averla presentata.

Un vero e proprio modello produttivo…

Finita l’estate faccio circolare i demo, li porto ai direttori di rete… e non c’è niente di più efficace! Realizzo anche dei PowerPoint per presentare il programma, ma non serve a niente. La forza è quella del trailer. Quando ho fatto quello dei becchini era bellissimo, se lo sono contesi Discovery e Explora… e poi l’ho venduto al primo che mi ha fatto il contratto. Il demo però non è un pilot. Se riesco a convincere la rete a fare il pilot mi ripago il demo. Poi il primo episodio è mandato in onda come test. Quando giro il demo cerco di girare più del necessario, a volte tanto da avere già disponibile anche il pilot. Giro tutto in un giorno e mi porto a casa venti minuti di montaggio. È fondamentale avere un format produttivo per ottimizzare e per far quadrare i conti. Cerco sempre di impostare la prima puntata, a volte anche la seconda…

Come riesci a unire l’aspetto più creativo e quello gestionale?

La mia figura, e sono contenta di aver fatto questa scelta, e quella di autore e imprenditore. Fai parte di un sistema, dai lavoro alle persone… Non è fine a se stesso e non è così redditizio, ma mi piace. A chi mi dice che possiedo una società, e quindi sono ricca sfondata, rispondo che se avessi continuato a fare l’autrice come prima guadagnerei 300 volte più di quello che guadagno adesso e sarei più tranquilla. Devi avere una creatività legata al budget perché devi far tornare i conti. A volte c’è una lotta interiore tra l’autore, che sono di natura, e il produttore che mi pone dei limiti. Quando fai l’autore freelance sei sempre in contrasto con la produzione, io invece qui sono tutte e due le cose. Ma alla fine ho dovuto prendere qualcuno che mi disciplinasse, un produttore molto bravo.