Come sono nati alcuni format di successo? Quali sono le regole del genere? E quale il suo futuro? Lo chiediamo all’inventore di Cambio moglie, Boss in incognito e Gogglebox.

Stephen Lambert iniziò la sua carriera producendo documentari per Bbc. Da lì passò a Rdf, per creare format di successo como Wife Swap (Cambio moglie) e The Secret Millionaire. Con la sua casa di produzione, Studio Lambert (parte del gruppo All3Media), fondata nel 2008, ha continuato a lanciare programmi adattati in tutto il mondo, come Undercover Boss (Boss in incognito) e Gogglebox (che ha già avuto due spin-off, Gogglesprogs con bambini e Vlogglebox con adolescenti che guardano video online). Dietro allo stile documentaristico di molti suoi programmi si nascondono in realtà meccanismi capaci di trasformare le persone comuni in personaggi e di generare storie avvincenti e ricche di emozioni. I suoi format sono riconoscibili nello stile e nello sviluppo: confrontando stili di vita, spesso mettono in discussione i nostri valori, in modo anche controverso (si veda il recente Naked Attraction). Lambert è considerato uno dei produttori più creativi e interessanti di oggi, soprattutto quando si parla di docu-reality e factual entertainment (tra gli altri suoi titoli, Common Sense o Tattoo Fixers). Nonostante non abbia avuto altrettanto successo con i quiz o i programmi da studio (come l’ambizioso The Million Second Quiz), ogni volta che sul mercato arriva un nuovo format targato Studio Lambert si scatena una rincorsa per aggiudicarselo.

Ha prodotto per molti anni documentari per Bbc. Come il lavoro di quegli anni ha influito su quello che produce oggi?

Ho lavorato in Bbc per 16 anni, realizzando documentari in giro per il mondo, anche in posti complicati come lo Sri Lanka delle Tigri Tamil, il Kuwait durante la prima guerra del golfo o Gaza nella prima Intifada. Poi sono diventato il responsabile della serie di documentari Modern Times. Ho lasciato Bbc nel 1998 per diventare un produttore indipendente. Arrivai a Rdf, dove conoscevo David Frank per avergli commissionato alcuni documentari. E mi resi conto subito che, se alla Bbc non avevamo la necessità di programmi ripetibili, a Rdf dovevamo fare il contrario, creare programmi che potevamo produrre per più stagioni. E così abbiamo cominciato a creare format di documentari. Il primo fu Faking It, basato sull’idea del pigmalione di My Fair Lady,  dove i protagonisti avevano un mese di tempo per imparare a fingere di essere un’altra persona, con l’aiuto di un mentore, e poi provare a “ingannare” una giuria di esperti all’oscuro di tutto…

Ho letto che l’idea fu di sua moglie…

Sì, è vero, il germe dell’idea fu sua! Era un’idea brillante, ma c’è voluto un po’ di tempo per capire come potesse diventare un format. Dovrò sempre ringraziare Channel 4, che decise di scommettere sull’idea realizzando subito un pilot. Spesso i migliori programmi nascono grazie all’intuizione di chi nelle reti decide di rischiare su idee nuove. Per lavorare a Faking It riuscii a convincere molti professionisti che avevano collaborato con me ai documentari Bbc. Dissi loro: “quante volte, girando un documentario, abbiamo avuto difficoltà a trovare sempre un inizio, uno sviluppo e un finale per la storia che volevamo raccontare? Bene, qui finalmente sappiamo già che la nostra storia inizia quando incontra il mentore, e finisce un mese dopo, e sappiamo anche cosa girare nel mezzo, perché prepariamo noi le condizioni per cui le cose accadono”. Il programma andò benissimo. Poi arrivò Wife Swap che ebbe ascolti enormi, tanto che facemmo presto una versione negli Stati Uniti. Da quel momento gli affari decollarono.

Oggi, a Studio Lambert, come funziona il processo creativo che porta alla nascita dei vostri format? Per esempio, come è nata l’idea di Undercover Boss?

Abbiamo una squadra creativa incredibile, diretta da Tim Harcourt. Quasi sempre qualcuno arriva con il germe dell’idea e tutti insieme ci lavoriamo per capire se e come funziona. Il germe nasce spesso da riflessioni su programmi già prodotti o sugli argomenti di cui la gente parla. Undercover Boss nacque dal fatto che British Airways aveva appena aperto un nuovo terminal a Heathrow, ma non funzionava bene. Un mio amico giornalista chiese al CEO Willie Walsh, che difendeva il modo in cui erano state fatte le cose, se avesse mai viaggiato in incognito con British Airways per vivere in prima persona l’esperienza di un passeggero qualunque. Lui rispose: “no, non potrei mai farlo, la gente mi riconoscerebbe”. Mi chiesi se fosse davvero così, o se con un po’ di trucco magari sarebbe stato possibile. Raccontai l’idea a Channel Four e ci commissionarono la prima stagione. Appena finito di girare il pilota, montammo rapidamente un sizzle e lo facemmo vedere a Nina Tassler di Cbs, negli Stati Uniti. Le piacque moltissimo. Programmarono la prima puntata subito dopo il Super Bowl. Era il primo show di Studio Lambert negli Usa e facemmo quasi 40 milioni di spettatori. Non poteva esserci inizio migliore!

Invece, come siete arrivati a Gogglebox?

Fu un’idea di Tim. Era il 2011 e in quei giorni c’erano le rivolte di Londra. La gente non si scollava dalla tv. E Tim mi disse: “non sarebbe bello vedere come la gente sta reagendo a ciò che sta vedendo in tv?”. Ero un po’ scettico. C’era stato un programma su Channel 4 chiamato On the Box, una specie di esperimento sociologico su come la gente guarda la tv, con telecamere nascoste nei televisori. Si scoprì che la gente fa di tutto davanti la tv – mangiare, dormire, chiacchierare – tranne che guardare la tv! Poi ci siamo resi conto che la nostra idea era del tutto diversa. Non un esperimento sociologico, ma un programma che trasforma gli spettatori in personaggi. Con Gogglebox facciamo a tutti gli effetti una soap con un cast di personaggi diversi, provenienti da tutto il Paese. Ogni settimana vedi come reagiscono a quello che hanno visto in televisione. E questa era un’altra differenza fondamentale. Gogglebox è un programma quasi in tempo reale, i personaggi parlano di quello di cui tutti stiamo parlando quella settimana. Channel 4 ci diede un po’ di soldi per un test e commissionò una prima stagione di quattro puntate che andavano in onda in seconda serata. A ogni puntata gli ascolti crescevano. Lo spostarono in prime time e in poco tempo è diventato uno dei programmi più visti della rete, adattato ovunque.

Ha sempre sostenuto che si scopre davvero come funziona un format solo facendolo. È davvero così?

Sì, sono un grande sostenitore di questa idea. Devi avere il germe dell’idea e dello sviluppo. Ma è molto difficile capire tutto di un format solo sulla carta. La difficoltà viene dal modo in cui la tv è strutturata. In case di produzione come la nostra, io e Tim presentiamo le idee alle reti e poi abbiamo una squadra di persone che lavorano sui trattamenti. Alcuni hanno esperienze di produzione, ma molti hanno sempre fatto solo sviluppo. Le persone chiave, quelle di cui hai davvero bisogno, sono gli showrunner, i professionisti che produrranno il programma. Prima li coinvolgi nel processo creativo, prima scopri ciò che c’è davvero da fare e quali sono gli ingredienti più interessanti del format. In alcuni casi abbiamo perso talmente tanto tempo con reti che chiedevano infinite riscritture che, quando alla fine decidevano di produrlo, non sapevamo più cosa stavamo facendo. Meglio fare direttamente i programmi, anche fosse solo un pilot. Certe volte non capisco perché le reti sono così reticenti a commissionare pilot.

Spesso che si impara più dai fallimenti che dai successi. Le è capitato di imparare da un format che non ha funzionato?

Certo, per esempio prima di Gogglebox abbiamo prodotto per Channel 4 un programma chiamato Seven Days. L’idea era di seguire un gruppo di personaggi che vivevano a Londra nel quartiere di Notting Hill, una zona con molte disparità sociali, dove ci sono persone molto ricche e altre molto povere. Si seguivano le loro vite, ma volevamo anche che il pubblico potesse interagire attraverso i social media. All’epoca però i social non erano ancora quello che sono adesso, e la rete pensò che fosse meglio che interagissero attraverso una specie di app. L’idea era di vedere come le opinioni del pubblico avevano un effetto sulle loro vite. Non funzionò. Non avevamo tenuto conto dell’avversione della gente verso i ricchi di Notting Hill. Anche il fatto che i protagonisti non si conoscessero fra loro fu probabilmente un errore. Non era così interessante seguire le vite di persone scollegate, a parte il fatto di vivere nello stesso posto. Quello che però abbiamo imparato facendo quel programma è stato come capovolgere rapidamente i problemi per trasformarli in un vantaggio. Non era un programma con telecamere fisse, non era un Grande fratello. C’erano molte telecamere che andavano in giro e giravano tanto materiale. Imparammo a produrre velocemente, in una settimana. Grazie a quello abbiamo poi saputo mettere in piedi Gogglebox. Non avremmo saputo farlo senza passare per Seven Days.

Il casting è la chiave del successo di molti programmi, ma è sempre più difficile trovare personaggi autentici. Come lavorate al casting nelle vostre produzioni?

Vero, il casting è complicato, e dipende molto da chi lo fa. Ma è importante anche l’approccio. Alle nostre radici nel mondo del documentario si deve per esempio il fatto che noi non usiamo mai la pubblicità per cercare la gente per i nostri programmi. Andiamo noi a cercare le persone, per strada o nei supermercati, parliamo con loro, le convinciamo, come fanno i produttori di documentari. Ci piacciono le persone che non vogliono andare in tv, perché di solito sono quelle più autentiche. È importante avere tempo, per vedere come le persone si comportano quando non ci sono le telecamere, per capire quello che davvero piace loro, per essere in grado di riconoscere quando fingono e, per esempio, tagliare quei momenti in montaggio. In Gogglebox giriamo nelle case dei protagonisti, ma loro stanno da soli, non c’è nessuno della produzione nella stanza. Le due telecamere che installiamo, una per il piano generale, l’altra per i primi piani, sono controllate da una persona in una stanza di fianco. Per i protagonisti è una situazione naturale. La cosa più importante, quando si gira con persone comuni, è riuscire a fare in modo che si dimentichino delle telecamere. Per questo sono interessanti i programmi su persone che lavorano in situazioni in cui sono completamente assorte da quello che fanno, negli ospedali o in situazioni di emergenza. In quel caso non possono smettere di essere concentrate su ciò che stanno facendo, perché stanno salvando vite umane, e allora non pensano alle telecamere.

Netflix e Amazon stanno cambiando il modo in cui gli spettatori consumano le serie tv, e ora iniziano a produrre anche format unscripted. Per i produttori è un’opportunità o un rischio?

È sempre buono avere più acquirenti, mentre di solito ci sono sempre stati più venditori. Abbiamo iniziato a produrre negli Stati Uniti proprio perché lì ci sono molti più buyer. Netflix e Amazon però sono imprese globali che vogliono diritti globali, e questo le rende meno attrattive. Il nostro business si basa infatti sulla possibilità di vendere i format in giro per il mondo. Con i servizi di streaming questo è più difficile. È anche vero che su queste piattaforme non ho ancora visto prodotti unscripted che davvero sfruttino il fatto di non andare in onda in un palinsesto lineare. Per ora, i format che hanno prodotto mi sembrano abbastanza convenzionali, non ti invogliano a vedere un episodio dopo l’altro.

Scoppierà la bolla della “peak tv”?

La gente guarda molte cose e, se sono davvero interessanti, troverà sempre il tempo per vederle. Reti e piattaforme di streaming stanno cercando di trovare le prossimi hit. Da quando iniziò lo studio system a Hollywood il business si è sempre basato sul principio per cui le hit pagano i flop. Il modello di solito era che un film ogni dieci era una hit. Si producevano molti film, di questi la maggior parte erano flop, ma le hit erano così grosse che giustificavano il resto. Nessuno sa quale sarà una hit, è difficile prevederlo. Per questo oggi Netflix, Amazon o Apple devono produrre così tanti titoli. Non credo sia una bolla che sta per scoppiare. Anzi, le ultime notizie ci dicono che Netflix continua ad aumentare la spesa sui contenuti. È una situazione stimolante, ma ha un aspetto negativo: l’aumento dei costi, perché c’è grande richiesta di talenti. È più costoso fare un contratto ai migliori sceneggiatori, registi o attori.

E Stephen Lambert cosa guarda, quando è a casa?

Ah, la mia serie preferita degli ultimi mesi si chiama The Bureau. È una serie francese prodotta da Canal+. È fantastica. Mi piace Billions di Showtime. Sono arrivato tardi a Game of Thrones. Con mia moglie abbiamo visto tutte le stagioni nell’ultimo anno, e non vediamo l’ora che arrivi l’ultima. A casa guardo soprattutto serie. Per lavoro guardo un po’ di tutto. Devo dire però che negli ultimi mesi non ho visto programmi di intrattenimento particolarmente innovativi. Ci sono stati ottimi prodotti, ma niente di rivoluzionario. Speriamo lo sia invece un nuovo reality che stiamo preparando per Channel 4 e che arriverà tra qualche mese…