Dietro al successo di Maltese c’è un grande lavoro di scrittura e indagine. Leonardo Fasoli ci spiega come “raccontare una storia che anche a noi piacesse guardare”.

Ci sono cambiamenti che impiegano anni a manifestarsi, di cui poi d’un tratto trovi i segni un po’ ovunque. Sembrano spuntati dal nulla, ma sono il frutto di un lavoro di diffusione tortuoso e imprevedibile. È il caso della scrittura seriale complessa, che ha dato i suoi primi segni di vita sulle reti cable statunitensi alla fine degli anni Novanta e che negli ultimi anni, raggiunto il punto critico, ha cominciato a manifestarsi anche sulle piattaforme pay europee. Più o meno contemporaneamente al successo di prodotti come Gomorra e Les Revenants, per citare due titoli, i broadcaster europei hanno cominciato a vagheggiare l’esistenza di serie tv che avessero la qualità di scrittura di un prodotto pay ma la capacità di attrazione di pubblico della fiction generalista. Questo strano ibrido era ritenuto da molti, anche da noi, se non una chimera, certamente un unicorno. Potevi trovarne uno, magari su mercati più evoluti del nostro, per dire Downton Abbey in Regno Unito, ma non era lecito sperare in altro. Eppure, da qualche tempo a questa parte, la fiction Rai ha dimostrato che anche in Italia il pubblico generalista è pronto a fare il salto di qualità. A nostro parere sono soprattutto due i titoli che hanno compiuto questa evoluzione inaspettata, entrambi ambientati nella Sicilia dei Settanta: il primo, in ordine cronologico, è La mafia uccide solo d’estate, il secondo, più recente, è Maltese. Il romanzo del commissario. Di quest’ultimo parliamo con uno degli ideatori, lo sceneggiatore Leonardo Fasoli, già al lavoro su Gomorra e sul prossimo Zero zero zero.

Siamo rimasti molto colpiti da Maltese. Il romanzo del commissario. La ragione è che rappresenta un punto di rottura della fiction Rai, e in generale della fiction generalista.

Al momento ho avuto molti riscontri da tante persone che di solito non guardano le serie Rai. Maltese ha avuto un risultato altissimo anche tra gli abbonati Sky, tra un milione e due e un milione e mezzo a seconda delle serate. Con questa fiction Rai ha guadagnato un pubblico che normalmente non ha, molti più laureati del solito, più persone del nord, più giovani… però al tempo stesso ha tenuto anche il suo pubblico più tradizionale.

Come avete approcciato la scrittura di questa serie e che obiettivi avevate?

L’obiettivo era trovare un modo per raccontare una storia che anche a noi piacesse guardare. Senza andare incontro a quelle richieste che di solito si attribuiscono al pubblico della televisione free.

Per esempio?

Che magari si anticipi ciò che sta per accadere. C’è sempre il timore che se uno non capisce subito quello che sta succedendo, anziché interrogarsi, se ne vada. Va detto però che la Rai ha fatto un lancio ben congegnato e a quel punto, con un clima da evento, se la storia tiene, puoi affidare il senso di quello che vedi più alle immagini che ai dialoghi che le spiegano, puoi osare un po’ nella durezza, nella cupezza, nei registri diversi da quelli tipici della generalista.

Quali elementi della tradizione Rai avete deciso di tenere?

Per osare di più senza perdere il pubblico abituale di Raiuno sapevamo di dover partire da alcune certezze che quel pubblico ha. Il giallo è un buon veicolo. L’altro veicolo positivo è il protagonista unico. Se decido di giocare con un giocatore principale e con una storia che abbia uno svolgimento lineare, posso azzardare di più, perché appunto ho già rassicurato con due elementi e sono più libero. Quindi elaboro sotto-trame più complesse. Un’altra accortezza è stata usare un’entrata più morbida. La prima puntata, e in particolare la sua partenza, osa meno di quello che accade nella seconda, nella terza, nella quarta puntata.

Per quanto quella partenza così immersa nell’azione un po’ poliziottesca dell’inseguimento e dell’uccisione del malvivente, con la colonna sonora così forte, mi è coraggiosa per Raiuno.

Certo. Però è anche un inizio pulito. Va dal suo amico e l’amico muore. È molto lineare. Provi a usare un linguaggio a vari livelli innovativo, mantenendo però una struttura di base molto chiara.

Direi che è da approfondire la figura del commissario Maltese, perché nella recitazione così asciutta di Kim Rossi Stuart mi sembra ci siano elementi di novità. E poi c’è anche la complessità del Maltese, una figura sfaccettata, con molte fragilità, dotata di una profondità psicologica non comune nella produzione italiana.

Kim è un attore super scrupoloso. Con il regista e Maddalena Ravagli, che è la sceneggiatrice che ha scritto con me la storia, abbiamo fatto delle letture insieme, e in queste occasioni Kim ha voluto sapere tutto: quello che c’era scritto, perché avevamo scritto così, da dove arrivava quella cosa, perché arrivava in quel modo, quali erano i riferimenti. E dato che il nostro approccio a questo lavoro è stato sempre molto documentato e basato sulla realtà, i riferimenti arrivavano quasi sempre da storie vere. Avere riferimenti che riguardano persone reali aiuta tantissimo. Tra i vari personaggi che hanno ispirato il lavoro, c’era anche un commissario, il commissario Antonino Cassarà, che Kim prende a modello fino ad assomigliargli: gli occhi chiari, i baffi, lo sguardo molto dolce e luminoso. Un uomo ucciso dalla mafia. Se dici che quell’omicidio nella realtà è successo così, se conosci la scena vera, anche se non è più inserito nel suo contesto originale ma ne ho preso spunto solo per restituire un’idea a te regista, o attore, ti offro un aggancio con la realtà, e rendo il tuo lavoro molto più vero. Questo vale anche per la recitazione.

Kim Rossi Stuart dà un apporto di credibilità straordinario al personaggio.

Assolutamente. Tanto che adesso in Sicilia per l’anniversario della morte di Falcone e Borsellino il questore di Palermo, che è quello che ha arrestato Provenzano, ha chiesto alla produzione se Kim poteva partecipare, in quanto commissario Maltese. Questo è proprio il riconoscimento di quanto quel personaggio inventato è vicino a tanti personaggi reali che hanno vissuto sulla pelle quel tipo di storie.

L’approccio che parte dalla realtà mi interessa. Vale anche per altre cose a cui stai lavorando, da Gomorra, con la scrittura in diretta da Scampia, a Zero zero zero, per cui hai girato pezzi di America Centrale e di Africa per documentarti sui narcos e i signori della droga… Mi dici come avete applicato questo approccio, diciamo da indagine giornalistica, al lavoro su Maltese?

Lo spunto di partenza era: una storia con un commissario che fa un’indagine negli anni Settanta. Ora, scegliendo Trapani come città di riferimento, questa storia la puoi fare inventando tutto o partendo da una sorta di ricerca di cos’era la Sicilia tra gli anni Cinquanta e i Settanta. Cosa significava stare in Sicilia a quei tempi, che clima si respirava, chi ne ha parlato, in quali romanzi ci sono i racconti migliori. Uno di questi commissari sta sicuramente nei romanzi di Sciascia, non dichiarato, perché Sciascia ha fatto interviste credo a Boris Giuliano, ad Antonino Cassarà, per i suoi libri. Facendo le ricerche emergono tante figure: il commissario Tandoj, per esempio, che muore per uno scandalo. Il titolo di quel giornale che legge Maltese indagando sul padre riprende i titoli fatti nel 1951 alla morte di questo commissario siciliano, coinvolto in uno scandalo sessuale. Le figure dei procuratori emergono da una specie di nebbia in cui si voleva negare l’esistenza della mafia. Le connessioni, le indagini sull’aeroporto militare di Trapani, che sono leggermente successive e hanno per protagonista Rostagno (ucciso probabilmente per questo), che ha fortemente ispirato il personaggio di Francesco Scianna. Rinvenire queste storie è la parte più divertente, così la ricerca documentaristica in Messico a parlare con gli Zetas o a Napoli e Scampia con gli ex camorristi o i nuovi camorristi. È la parte più viva del lavoro che faccio. In questo caso è come se tu ti immergessi e scoprissi ogni volta mondi diversi: anche se ciò che vai a scoprire non esiste più concretamente, c’è un modo per andarlo a recuperare, tornandoci a distanza di anni. Adesso, sempre per Cattleya, stiamo scrivendo un western…

Sei su Django?

Esatto, e anche lì una chiave che abbiamo trovato, molto potente, è recuperare biografie autentiche della metà dell’Ottocento di cowboy, soldati, gente che aveva fatto la Guerra di Secessione, di cacciatori di scalpi e sono cose fenomenali, potentissime.

Poi la nostra mafia è un western, anche per ambientazione.

Anche il duello, quello finale in cui si sparano.

Ti volevo chiedere: il tentativo di mettere insieme tutte queste storie è una delle ragioni per cui avete scelto di dare a Maltese un irrisolto così importante con il padre, una storia nella storia?

La storia nella storia l’abbiamo cercata perché ci sembra che un protagonista moderno dovesse avere delle fragilità, diversamente dalla maggior parte dei personaggi delle fiction generaliste che rimangono sostanzialmente immobili. Io ho scritto pure Ultimo, e Ultimo rimane sempre uguale a se stesso dalla prima all’ultima stagione. Montalbano resta sempre uguale a se stesso, Don Matteo è sempre lo stesso.

Per Maltese, la bellezza di questa fragilità è che apre la strada anche a certi aspetti obliqui come il mistery. Non è una storia di fantasmi, ma i fantasmi ci sono: il padre, la compagna di scuola che svolge un ruolo tanto importante in assenza. Ci puoi raccontare questa parte un po’ più visionaria?

Nasce da due esigenze. La prima è la volontà di dare a Maltese una complessità psicologica e una fragilità che lo rendessero un personaggio a tutto tondo. La seconda è il desiderio di affrontare e di guardare in faccia tutti quei fantasmi che abbiamo incontrato nel lavoro di preparazione alla scrittura, specie il suicidio di Tandoj. Ma deriva anche da una specie di fissazione che abbiamo io e Maddalena, che i rapporti padre-figlio siano una chiave importante di tutte le storie. I fantasmi che tormentano Maltese lo spingono a indagare la memoria oltre che la realtà. Passato e presente entrano in cortocircuito e fanno emergere le sue fragilità, il suo essere sempre in bilico. Questo dolore che si porta appresso, irrisolto, le micro-visioni che ha, nel momento in cui si sfoga per esempio con la sua amata e le dice “non ce la faccio, insomma, mio padre, sono 25 anni”, davano al personaggio lo spessore che cercavamo per connotarlo come moderno. Oggi abbiamo tutti a che fare sempre un po’ con meno certezze e più fantasmi.

A un certo punto Maltese dice: “Ma come funziona? Qua l’unico che rispetta e deve rispettare le regole sono io?”. È un personaggio positivo, esasperato dalla corruzione, sempre sul punto di saltare e farsi giustizia da sé, anche se poi non lo fa.

No, non lo fa. È un personaggio che inizia un’indagine semplice, che parte dall’omicidio di un amico e via via si trova davanti a una complessità del mondo sempre più vasta, contro di lui. È come se a ogni passo le cose si chiariscono parzialmente e insieme si complicano. E questo è un sentimento generale, il fatto che la complessità di quello che ci sta di fronte a volte è quasi quella di una ragnatela o un labirinto in cui ti perdi e senti che i poteri coinvolti sono molto più grandi del tuo. È un altro aspetto figlio del periodo che stavamo raccontando, dove la mafia, un organismo mostruoso e tentacolare, rendeva i suoi nemici soggetti che lottano contro una nebbia che si infittisce di più a ogni passo. È una sensazione che ci è stata trasmessa da tante interviste con poliziotti, investigatori, magistrati e non solo. Vivevano nel terrore di essere colpiti da non si sa bene chi, perché non sapevano quanti erano i loro nemici, quanto l’indagine poteva diventare una bomba. E questo si è ripetuto tante volte nella nostra storia, la sensazione che l’individuo giusto è solo contro un meccanismo complesso.

Falcone stesso a lungo è stato osteggiato, ostacolato, vilipeso e maltrattato da quasi tutti. È un Paese dove chi lotta con onestà contro le ingiustizie spesso si ritrova solo, e questa solitudine ogni tanto ti fa venir voglia di dare un calcio al muro. Questo sentimento cercavamo di renderlo nel personaggio. Tra l’altro tutti questi uomini erano persone semplici, non votate a fare gli eroi. Non è che Cassarà o Boris Giuliano o Montana volessero fare gli eroi. Dovevano fare il lavoro che gli era toccato di fare.

Qual è il tuo rapporto con Gianluca Maria Tavarelli? Mi sembra che qui diventi protagonista, che diventi un po’ quel regista che si fa avanti e osa proporre un’idea del mondo… Non so, dimmi tu, mi sembra che un forte elemento di modernità della serie sia legato alle scelte registiche. Ci si possono facilmente trovare citazioni, per esempio True Detective mi veniva spesso in mente per certe inquadrate certe ambientazioni. Che cosa ne pensi e quale è stato il lavoro che avete fatto insieme? Visto che vieni da un’esperienza forte, importante con Sollima…

Gianluca ha fatto un lavoro importantissimo sulla fotografia e sulle luci. Le sue scelte sono aderenti alla tematica trattata e non fanno sconti, anche se magari sono diverse dal solito. Ha fatto battaglie per mantenere un livello di luci in un certo modo, ha osato molto rispetto allo standard televisivo e sicuramente questo viene anche dall’avere ormai riferimenti tv più alti. Anche se faccio una cosa per la tv free posso alzare il livello di qualità, come True Detective, come Sollima. Non bisogna avere paura. Si assume anche un po’ la responsabilità e si vede cosa succede. In questo è stato molto coraggioso.

Spesso, pur essendo in Sicilia, c’è un taglio di luce che sembra quasi nordico, o molte scene sono girate di notte, per cui c’è tanta oscurità, e una Sicilia molto livida.

È l’opposto di quello che normalmente viene chiesto perché dicono “luce, luce”. Invece no, devi aderire alla storia e andare nella direzione che serve. Se ti chiedono venti cambi, o di riportare tutto a giorno, no, lasci che ci siano le notti. Sono scelte che poi bisogna sostenere fino in fondo, con l’accuratezza di pensarle senza dimenticarsi per strada lo spettatore. E questo è positivo: riuscendo a difenderle fino in fondo e facendo un prodotto di successo si lascia aperta la strada ad altre cose così.

Ti chiedo un’ultima cosa su Palomar, la casa di produzione. C’era un po’ l’idea di continuità, o comunque di confronto, con Montalbano, o non era un problema, non era messo a tema?

No, non c’era continuità o confronto, perché le due storie sono molto diverse. Carlo degli Esposti (fondatore di Palomar, Ndr) ama molto la Sicilia, in generale. Gli piacciono sicuramente i gialli, ma questo era un progetto slegato da Montalbano fin dall’idea iniziale: “facciamo un altro commissario, e vediamo che succede”.

Mi spieghi la scelta di mettere “Romanzo” nel titolo?

Nel titolo inizialissimo che aveva proposto lo sceneggiatore Nicola Badalucco, che resta autore anche del soggetto insieme a noi, c’era questo riferimento al romanzo. In quel primo soggetto di cui parlammo molto tempo fa, il personaggio stava scrivendo un romanzo. In realtà poi questo è sparito del tutto nell’evoluzione dalla storia, ma la cosa è rimasta, a Carlo piaceva e l’abbiamo lasciata.

Ci sta, perché comunque il personaggio di Maltese è un personaggio letterario.

C’è più di una persona che ci ha detto che voleva leggere i romanzi. “Ma guarda che il romanzo non c’è”. O altri che ci hanno detto: “Certo, questo è un adattamento veramente riuscito”.