The Walking Dead o Sanremo, di un programma che ci piace vogliamo sapere tutto. E allora le reti tv approntano approfondimenti che arrivano dopo, per andare oltre.

Delle serie e dei programmi che amiamo non ne abbiamo mai abbastanza. Leggiamo recensioni, cerchiamo online le ultime teorie, discutiamo sui social con amici e altri fan. L’industria lo ha capito, da tempo, e ha cercato di approfittare dell’onda lunga del consumo di questi prodotti e insieme di indirizzare la conversazione intorno a essi. Gli “after-show” esistono da prima, nascono con i primi reality, ma la loro esplosione (e la successiva evoluzione) non si spiega senza tener conto di quello che sta cambiando nel modo di “consumare” (più che vedere) i contenuti tv negli anni della peak tv.

Vengo dopo la tua serie (statunitense) preferita

Gli after-show hanno la forma di un talk che, appunto, viene “dopo” un altro programma, di solito della stessa rete, in cui si discute dell’episodio appena andato in onda, quasi sempre con la partecipazione di protagonisti o produttori e, a seconda dei casi, con una maggiore (specie se è live) o minore partecipazione degli spettatori a casa. I primi after-show statunitensi nascono su Mtv a metà degli anni Duemila per accompagnare due famosi docu-reality, Laguna Beach e The Hills. Sul modello, nel 2009 Bravo ha creato Watch What Happens Live, presentato da Andy Cohen con un gruppo di ospiti e celebrities del canale. Nel 2011, in concomitanza con il lancio della seconda stagione di The Walking Dead, Amc ha adattato il modello alle serie tv, per lanciare Talking Dead, formato usato poi da tutti i successivi after-show. Grazie al successo di Talking Dead, infatti, ne sono arrivati presto molti altri, tra cui Talking Bad (per Breaking Bad), Talking Saul (per Better Call Saul), After The Thrones (per Game of Thrones) e il più recente Beyond Stranger Things di Netflix. Brandon Monk, uno dei produttori di Talking Dead, ha confermato a Variety che il programma fu sviluppato proprio secondo il modello di Watch What Happens Live di Bravo: “L’idea di affiancare un programma con contenuti extra ai reality show è sempre stata popolare, iniziando con quelli di Mtv a metà degli anni Duemila fino ai recenti programmi che accompagnano The Bachelor su Abc o Top Gear su Bbc America. Era ovvio allora che anche le serie prima o poi avrebbero cercato un modo per tenere viva la festa”.

In quasi tutti i casi si tratta di produzioni low cost che sfruttano il traino più o meno diretto del programma principale per intercettare un pubblico di super fan. Hanno la forma di una conversazione informale tra uno o due presentatori (riconosciuti come fan del programma), seduti intorno a un tavolo o su un divano insieme ad altri esperti, fan, protagonisti o autori della serie. Si analizzano le scene più importanti, si raccontano retroscena, si svelano dettagli e curiosità. Si tratta insomma di programmi che non solo vengono dopo il programma principale, ma se ne nutrono (e ovviamente quasi mai lo criticano).

Sono estensioni, che non ci sarebbero se non ci fosse l’altro programma, con due obiettivi chiari: approfondire e rafforzare il legame con i fan. “Non siamo di fronte a un fenomeno nuovo”, spiega Mar Guerrero-Pico, membro del gruppo di ricerca Medium dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona, esperta di serie e fandom. “Molto prima di programmi come Talking Dead, c’era Doctor Who Confidential, un documentario di mezz’ora che andava in onda dopo ogni episodio di Doctor Who. È finito nel 2011, ma ci serve come esempio di un altro tipo di after-show, quello documentario. Poi abbiamo il talk show o l’intervista, usato nella maggior parte dei casi. E c’è anche l’after-show interattivo, come la chat che quest’anno andava in onda in Spagna dopo Operación Triunfo”.

Non è difficile capire cosa hanno in comune i grandi reality intorno a cui nacquero i primi after-show e serie come The Walking Dead o Stranger Things. In primo luogo, si tratta di eventi capaci di creare buzz: “una delle forme per misurare la rilevanza di un programma o di una serie è analizzare la conversazione che riesce a creare sui social, e così un after-show non è solo un modo per allungare la conversazione, ma anche per controllare il tipo di contenuti che si creano intorno al programma principale”, dice ancora Mar Guerrero-Pico. Un altro elemento, strettamente collegato, è avere una base di fan molto attiva: “serve un alto grado di engagement con lo show principale, il programma deve piacerti davvero tanto, suscitarti curiosità e desiderio di entrare in relazione con i personaggi (fittizi o reali)”.

È interessante pensare alla complementarietà di questi contenuti rispetto al programma principale. In inglese, sono spesso definiti anche come companion shows. Nel Regno Unito così il famoso Bake Off locale è accompagnato da An Extra Slice, presentato da Jo Brand e in onda un paio di giorni dopo la puntata settimanale del programma, con invitati famosi e interviste ai concorrenti eliminati.

Parole come “extra”, “after” o “talking” si ripetono nei titoli dei programmi e ne marcano gli elementi fondamentali: arrivano dopo, propongono contenuti esclusivi e si basano su chiacchiere e interviste. La chiave sta nel riuscire a dare al pubblico quello che non possono trovare da nessun’altra parte. “Volevamo disperatamente ottenere quanta più informazione possibile dai produttori e dagli attori”, ha sottolineato Monk nell’intervista a Variety. Come scrive Christine Persaud in un articolo dedicato al fenomeno, “gli spettatori chiedono di sentirsi parte di un club esclusivo, di avere una finestra segreta sul programma”. La sete di informazione dei fan può essere infinita, e allora gli after-show si intrecciano alla proliferazione di podcast che analizzano minuziosamente, tutte le settimane, serie e programmi: una connessione forte, resa esplicita dal fatto che molti presentatori di after-show sono giornalisti che già si occupavano della serie per un giornale online o per un podcast.

Ulteriore questione cruciale è l’interattività con i fan. In un’epoca in cui la conversazione online su serie e programmi è immediata, live, c’è chi si chiede se davvero gli after-show abbiano senso. Oltre ad arrivare dopo, non arriveranno anche… tardi? Per molti osservatori, la capacità di network e tv via cavo di offrire after-show era vista come un’esclusiva che i servizi di streaming non offrivano (e un modo per trattenere gli spettatori sul canale). L’arrivo di Beyond Stranger Things ha però cambiato le carte in tavola, anche se è ancora tutto da dimostrare che chi fa binge watching sia poi interessato anche a vedere – on demand – quello che c’è beyond. La sfida è comunque trovare il modo più adeguato per coinvolgere i fan. Quando After the Thrones fu cancellato da Hbo, è passato su Twitter con un nuovo titolo (Talk The Thrones) e, per i produttori, un obiettivo era proprio la maggiore immediatezza. Nelle parole del produttore Bill Simmons, il format diventava “un’esperienza interattiva multimediale – un programma che reagisce immediatamente a ciò che è appena successo, quasi come i programmi sportivi in onda dopo le partite”. La metafora sportiva è interessante, non solo perché dà un suggestivo indizio su un’altra possibile origine del format (i vari talk o “processi” post-partita), ma perché ribadisce che gli after-show hanno senso solo se accompagnano eventi. Soprattutto nel caso dell’intrattenimento, le reti allora possono sfruttare anche il “pre”, con i classici programmi “anteprima”, ma solo di rado in tal caso si va oltre il puro conto alla rovescia, con scarsi contenuti originali.

Vengo dopo il tuo programma (italiano) preferito

Gli after-show dedicati alle serie sono un fenomeno soprattutto americano, data anche la rilevanza di questi titoli a livello internazionale. In Italia, l’unico esperimento di una certa importanza è stato Dopo fiction, in onda in seconda serata su Raiuno, condotto da Nino Frassica, Flavio Insinna e Nathalie Guetta e dedicato al dietro le quinte delle produzioni nazionali, ma con elementi da varietà. Come accade in molti altri Paesi, anche da noi sono più frequenti gli after-show dedicati ai reality e ai programmi di intrattenimento. Per le reti, questi programmi dilatano l’esperienza e rafforzano la dimensione di evento di un titolo, sottolineandone l’importanza; per i produttori, spesso, si tratta di un modo per ottimizzare i costi, producendo qualche ora di televisione in più con una squadra ridotta e “cannibalizzando” i contenuti già prodotti per il programma madre.

Il Dopofestival è forse l’esempio più chiaro di after-show all’italiana: un programma che sfrutta la forza dell’evento tv più importante dell’anno e mette in scena il dibattito tra cantanti e giornalisti. Abbozzato già qualche anno prima, debutta ufficialmente nel 1992 (Sanremo è condotto da Pippo Baudo con Milly Carlucci, Brigitte Nielsen e Alba Parietti). Lo presentava Sandro Ciotti, con Vincenzo Mollica, Luciano De Crescenzo e Gianni Ippoliti. Negli anni il programma ha cambiato pelle più volte, spingendo sulla comicità, sullo spettacolo o sul dibattito “serio”, cavalcando le infinite polemiche che ogni anno accompagnano la kermesse. A volte il Dopofestival punta su un’atmosfera più rilassata e informale, altre su rubriche fisse, ma la tendenza è sempre quella di cercare un’identità propria. Edoardo Leo, conduttore dell’ultima edizione, ha dichiarato: “Il Dopofestival delle precedenti edizioni mi sembrava un’appendice dovuta, invece ho voluto fare un programma in qualche modo autonomo che avesse una sua dignità, e così mi sono portato i miei amici”. Emanuele Giovannini, storico autore di Carlo Conti, al fianco del presentatore toscano anche negli anni dei suoi Festival, spiega: “È vero, i programmi “dopo” cercano di acquisire un’identità. Nei due anni in cui ho collaborato al Dopofestival, abbiamo perseguito questo tentativo strenuamente, ma è vero che senza l’evento principale non hanno ragione di esistere”. Poi aggiunge: “Il Dopofestival dev’essere strettamente connesso al Festival, succhiarne i contenuti. Sanremo impone la liturgia, la solennità del grande show. Il Dopofestival cavalca l’onda, divertendosi come il surfista, ci passa sopra e sotto… deve stare attento solo a non lasciarsene travolgere. Nel senso che, a mio avviso, pur con lo spirito dell’happening in cui tutto può succedere – c’è chi entra e chi esce, si canta, si parla, si giudica – deve mantenere comunque una forte struttura di programma”.

Un altro after-show italiano è Xtra Factor, che dalla quinta edizione accompagna il programma principale e va in onda subito dopo il live, con interviste e commenti a caldo con giudici ed eliminati. Già il programma originale inglese aveva un Xtra, in onda dal 2004 su Itv2, rete giovane di Itv. In numerosi Paesi, infatti, molti after-show non vanno in onda sulla rete del programma principale, ma su un cosiddetto “sister channel”: per le reti è un modo di portare pubblico su canali più piccoli con programmi “a basso costo” che sfruttano però l’interesse suscitato dal programma madre (per esempio in Australia, Married at First Sight va in onda su Nine mentre il corrispondente chat show, Talking Married, su 9Life). Da quest’anno Itv ha però deciso una strada diversa: niente Xtra Factor, tutto si gioca sulle piattaforme digitali, su YouTube e sui social media: la conversazione si sposta online. E in streaming addirittura questi after-show possono essere in contemporanea allo show principale, per commentarlo mentre va in onda. Per quanto riguarda X Factor Italia abbiamo assistito a un movimento distinto: Xtra Factor è cambiato negli anni e, dalla decima edizione, si è trasformato in una competizione alternativa con identità propria, Strafactor. Andrea De Cristofaro, curatore editoriale del programma, racconta: “Xtra Factor era un talk di approfondimento in cui si dibattevano i principali elementi emersi nella puntata in modo più serio – per esempio pungolando i giudici al tavolo – o giocoso – attraverso contributi e rubriche formattizzate. Nel tempo, però, ci siamo resi conto che la parte di alleggerimento, il secondo blocco del programma, era sempre più faticosa a livello creativo e meno soddisfacente sotto il profilo degli ascolti: nel momento in cui i giudici abbandonavano il tavolo, la curva scendeva con forza. Allora abbiamo pensato di sostituire il talk con un programma nel programma, Strafactor appunto”. Visto il clamore creato online dai talenti “alternativi” raccontati nelle Auditions di X Factor, l’idea è stata di recuperarli per dar vita a un talent parallelo.

Anche in questo caso, non si può prescindere dai social. “Sono un enorme bacino di linguaggi, modelli e idee per gli autori di intrattenimento di oggi”, afferma De Cristofaro. In programmi come Xtra Factor “i social entrano prepotentemente in termini di spunti di scrittura, e molto spesso i temi affrontati in puntata sono quelli che emergono dal sentiment dei social network”.

Anche il recente successo della nuova stagione di Operación Triunfo in Spagna si può spiegare allora – in parte –grazie alle reti sociali. Il buzz sui social e l’interesse risvegliato dal canale 24h su YouTube hanno contribuito a rigenerare un format vecchio di quindici anni (e rimasto pressocché uguale nella sua parte tv) per un pubblico giovane che praticamente non lo aveva mai visto. Il successo è stato tale che, per la prima volta, tutta la famiglia si è seduta davanti alla tv, i figli che avevano scoperto il programma online e si erano affezionati ai concorrenti e i genitori per cui Operación Triunfo faceva parte dell’immaginario popolare. E parte della capacità del programma di coinvolgere le nuove generazioni si deve a El Chat, un after-show “senza filtri” in onda in diretta subito dopo il programma principale. El Chat ha favorito la partecipazione del pubblico e sfruttato l’atmosfera liberatoria successiva allo stress della liturgia principale per creare momenti di puro intrattenimento. Non solo i fan hanno la sensazione in questo modo di stabilire un contatto diretto con i protagonisti del reality, ma sono rafforzati nell’idea di essere parte del programma e insieme di qualcosa di più grande, di uno show che per la prima volta ascoltava davvero le loro opinioni e dava visibilità a temi sociali molti importanti, quali i diritti Lgbt.