Il Myanmar è un Paese che sta uscendo da una lunga dittatura militare. E la sua rinascita passa anche dalla soap opera. Un lento ritorno alla normalità.

Arrivare oggi in Myanmar, la storica Birmania di Orwell, significa trovarsi di fronte a una situazione apparentemente normale. La gente legge i molti giornali che ogni mattina sono assemblati da frotte di donne sui marciapiedi e poi venduti per strada, utilizza vari tipi di smartphone, diffusi nei più remoti villaggi, e guarda i cinque e più canali tv in lingua birmana. È in realtà qualcosa che fino a cinque anni fa era impensabile. La censura dei militari copriva tutto ciò che riguardava i media, e in più era proibito avere un telefono, così come era vietato spostarsi facilmente da una località a un’altra. Le radio e le tv appartenevano – e appartengono ancora in gran parte – ai militari, o erano (e sono) joint venture tra capitali stranieri, per lo più cinesi, e militari. La situazione però è radicalmente cambiata dal 2011, dal momento cioè in cui la giunta militare, in forte crisi di popolarità, dopo aver massacrato nel 2008 manifestanti e monaci, si è accorta di avere tra le mani un paese impoverito a livelli impensabili dall’embargo e dalla rapina cinese di buona parte del territorio. In più le minoranze sono diventate sempre più aggressive nei confronti di uno stato che privilegia i birmani come etnia nel variegatissimo mosaico di questo antico paese. Oggi l’unica speranza per i militari è quella di passare le consegne alla signora Aung San Suu Kyi, che sola può rimettere il paese in sesto e reintrodurlo in un’arena internazionale. Percorrere le faticose strade che collegano male i differenti centri del paese, salire sui treni antichi di cento anni o girare per le strade di Yangon che sta diventando una città caotica e molto complicata significa pertanto anche assistere a una rivoluzione quotidiana, all’arrivo di media e tecnologie avanzate in un paese che resta ancora per molti versi completamente privo di infrastrutture.

I militari hanno già preparato una loro leggera sparizione, assicurandosi però i vantaggi economici derivanti dalle miniere, dal petrolio e dai media. Ma i contenuti devono per forza “internazionalizzarsi”. La BBC è presente da qualche anno e Facebook ha preceduto tutti già nel 2011, spesso ritardando l’arrivo di altri canali di comunicazione. E c’è un carattere nazionale che, a prescindere dall’allentamento o meno della censura, traspare nelle tv di stato, o private, o straniere: il satellite è permesso da poco tempo, ma nelle più lontane contrade del paese la gente guarda le soap coreane e giapponesi. Solo l’India è trattata dalla popolazione come un nemico. Quando gli inglesi sconfissero militarmente l’ultimo re birmano che governava sul paese più ricco di tutta l’Asia, per umiliare la Birmania che non si era facilmente piegata al colonialismo la resero un territorio vassallo dell’India e da questo paese fecero entrare una decina di milioni di indiani che divennero la classe mercantile e dirigente del paese. Oggi i birmani vorrebbero cacciare via i nipoti di quegli invasori – una lotta tra poveri, che è vissuta come una guerra di religione, essendo gli indiani per buona parte musulmani. E soprattutto rifiutano i media indiani, compreso Bollywood che qui non ha alcuna presa. Il paese quindi si rivolge a Oriente, si sorbisce le lentissime soap coreane o giapponesi, infinite storie d’amore dove non accade quasi nulla e tutto è girato in interni e primi piani. Ma nelle lunghissime ore di passaggio in autobus, a volte 14 o 18 ore per fare 200 chilometri, l’autista mette a manetta i dvd dei serial birmani che vanno avanti per tutta la notte.

Produzione autoctona

Per prima MRTV, una tv che fino a poco tempo prima era in mano alla censura dei militari, ha cominciato a produrre dal 2013 delle soap interamente birmane, che si ispirano a quelle coreane ma raccontano storie di re e regine della tradizione locale. È il caso di A Chit Thin Kay Ta (Il segno dell’amore), una serie frutto di una collaborazione franco-birmana che si è servita solo di attori birmani ed è diventata un cult in tutto il paese. Poco dopo l’industria delle soap ha investito altre catene come MITV, che ha cominciato a produrre serie romantiche come Ma Sha to the World. E oggi Myanmar comincia ad attrarre produttori europei e australiani che vedono nello sviluppo di questi contenuti una possibilità di costruire una nuova ampia piattaforma per la pubblicità. Resta l’impronta coreana e giapponese, ma con l’aspetto rurale e rustico del paese: sono spesso serie, girate in campagna o nella fitta vegetazione tropicale, che raccontano storie di famiglie numerose. Ci sono tipici caratteri comici, coppie di personaggi clowneschi che interrompono le narrazioni romantiche con sketch grossolani e di spirito contadino. E ci sono le storie d’amore ambientate in campagna o in una timida classe media cittadina che fa mostra di automobili nuove e di appartamenti arredati.

La cosa interessante è che queste storie d’amore hanno un plot classico (conoscenza, scambi di sguardi, gelosie, lacrime), ma nella manifestazione fisica poi corrispondono a quello che per i birmani è l’atteggiamento classico delle coppie. Sul video, e anche nella realtà, sulle sponde dei laghi molto belli che interrompono i quartieri di Yangon, si possono vedere le coppie giovani e meno giovani appartarsi, ma senza mai scambiarsi un bacio. Qui l’atteggiamento condiviso è quello dell’uomo che tiene le sue braccia, una o a volte entrambe, intorno alla donna. Essere intimi significa che un uomo “allaccia” una donna cingendola da più parti. Lei può schermirsi, cercare di sfuggire all’abbraccio, farsi rincorrere, ma è inequivocabilmente destinata a essere allacciata. Anche negli angoli più ombrosi dei parchi questo è il massimo a cui sembra poter giungere l’intimità. Una morale buddista, verrebbe da pensare, in un paese in cui il buddismo è un costume quotidiano e fortissima identità nazionale. Qui, come per altro in molta parte di Asia del Sud Est e dell’estremo Oriente la fisicità passa per modi pubblici molto codificati. Che possono essere innovati di tanto in tanto, ma mantengono una specie di imbarazzo fisico di fondo. In Giappone può accadere spesso di vedere coppie di giovani dove lei è portata in groppa da lui, come se questo fosse il segno più palese di un’intimità. Come se la fisicità lì, e anche in Birmania, passasse più attraverso una specie di protezione attraverso le spalle, un cullare in cui l’uomo protegge e bambinizza la donna. Anche se entrambe sono culture in cui le donne fisicamente sono spesso più forti degli uomini, e soprattutto sono loro a lavorare di più e a gestire la vita quotidiana.

In Myanmar la situazione è in rapida trasformazione, i tycoon birmani, che esistono e spesso stanno rientrando dall’estero, sono interessati a investire nel vastissimo settore delle televisioni e dei media. Il paese, in due o tre anni, si è dotato per metà della popolazione di telefoni. È una globalizzazione, ma di tipo asiatico, in cui le caratteristiche nazionali e locali dopo un primo impatto tornano a dettare le loro condizioni. Il nuovo governo, retto dall’autista e segretario di Aung San Suu Kyi, ha da poco dichiarato che vorrebbe essere accolto nella comunità europea: qualcosa di molto singolare, che corrisponde all’ambizione di sottrarsi all’abbraccio venefico della Cina e ai ricatti del Fondo Monetario Internazionale. Il gioco è aperto, ed è tutto da vedere.