Dopo anni di successi, i racconti televisivi di vicende liceali sembravano passati in secondo piano. Ma ora sono tornati. E offrono visioni sempre meno rassicuranti, ma (forse) efficaci.

Prima che Mad Men e Breaking Bad dominassero l’immaginario televisivo e rilanciassero il genere drama come sinonimo di complessità e qualità, il teen drama era, tra gli anni Novanta e primi anni Zero, uno dei sottogeneri di maggiore successo. Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, The O.C. e Gossip Girl hanno segnato la storia della serialità e la visione di intere generazioni, ma hanno anche raccontato adolescenti che parlavano come adulti, giovani rampolli con look e vite da sogno e storie politicamente corrette. C’è voluto il debutto di Skins, nel 2007, per dare un nuovo corso al genere. La serie inglese di E4, scritta da giovani sceneggiatori – l’età media era di 21 anni –, ha offerto un ritratto generazionale provocatorio ma onesto, che mette a nudo un gruppo di adolescenti di Bristol che fanno sesso, fumano erba, bevono; e che affronta temi tabù come le malattie mentali, il suicidio e la disabilità.

L’ultimo episodio di Skins è andato in onda nel 2013, e proprio in quel periodo il teen drama iniziava a perdere terreno e a fondersi con altri generi, come il thriller (Pretty Little Liars) e il fantasy (The Vampire Diaries). Eppure, l’eredità di Skins non è andata perduta. Negli ultimi anni la serialità non solo è tornata a dare spazio al dramma giovanile, ma lo ha fatto con un linguaggio e una rappresentazione sempre più cruda, nera e pessimistica di una generazione disagiata e devastata. Tanto che, a ripensare ai titoli patinati e moraleggianti del passato, i nerd impacciati, logorroici e ingenui come Dawson Leery e Seth Cohen sembrano ormai solo un lontano ricordo.

In tempo reale

A reinventare il dramma adolescenziale è stato Skam, webserie norvegese diventata in poco tempo un fenomeno mondiale, che ha ripreso molti elementi già presenti in Skins, attualizzandoli. La serie, rilasciata dal 2015 al 2017 sul sito di Nrk (la tv di stato norvegese), segue le vicende di un gruppo di liceali, Eva, Noora, Isak, Sana, si concentra maggiormente sullo sguardo femminile e accantona i caratteri stereotipati e dicotomici tipici del genere: “il bravo ragazzo” e “il ribelle”. Ma ciò che rende Skam un caso unico è il modo in cui veicola il suo contenuto: attraverso i social e le piccole clip diffuse in tempo reale – ovvero, nell’esatto momento in cui gli eventi accadono nel racconto finzionale – che fanno della serie un innovativo esperimento trasmediale.

L’imitazione così fedele della realtà e la modalità di fruizione hanno determinato una vera e propria dipendenza degli spettatori e un successo internazionale tale da spingere altri paesi a produrre nuovi remake (da noi, Skam Italia ha debuttato il 23 marzo su TIMvision). Skam racconta i teenager esattamente come sono, con stile quasi documentaristico. Senza fronzoli né censure. Eva, Noora, Isak, Sana non usano paroloni ma sussurrano, balbettano, dicono parolacce, proprio come i giovani. Il linguaggio spontaneo ed esplicito, la rappresentazione realistica dei protagonisti – poco truccati e con imperfezioni in mostra – aiutano a costruire un racconto sincero e autentico. Non a caso, la giovane ideatrice di Skam Julie Andem (anche regista e autrice degli episodi) per oltre un anno ha intervistato numerosi ragazzi in Norvegia, con l’intento di capire meglio i giovani e i loro problemi quotidiani.

Nella seconda stagione, Noora scopre che alcune sue foto, in cui appare seminuda e priva di coscienza, sono pubblicate senza il suo consenso. Tale episodio è stato al centro di una grande discussione in Norvegia, al punto che persino la polizia locale ne ha parlato su Facebook, incitando a denunciare fatti simili. “Molte serie drama sottovalutano i giovani”, ha detto Håkon Moslet, a capo di Nrk. “Ci sono un sacco di problemi pesanti che vengono affrontati tra i 15 e 19 anni”. Ansia sociale, depressione, omofobia, slut-shaming sono questioni affrontate dai protagonisti, spesso in solitudine. I genitori sono esclusi quasi sempre dall’inquadratura, tra padri assenti e madri depresse che pesano interamente sulle spalle dei loro figli, con un ribaltamento totale dei ruoli. A quel punto, solo i coetanei, che condividono lo stesso disagio e smarrimento, riescono a colmare vuoti affettivi e fornire comprensione e supporto; mentre la famiglia è sostituita da quella amicale, unica vera ancora di salvezza.

Bullismo ed emarginazione

Se Skam riporta in auge il genere, è con 13 Reasons Why che il teen drama ritrova spazio. La serie di Netflix – creata da Brian Yorkey e coprodotta dalla cantante Selena Gomez – è diventata tra le più twittate e discusse sui social per aver raccontato la storia di Hannah Baker, diciassettenne morta suicida, vittima di slut-shaming, bullismo e violenza sessuale. Il racconto parte dalla sua morte, ne mostra gli effetti, le conseguenze, e allo stesso tempo ripercorre a ritroso i fatti, le piccole e grandi tragedie quotidiane che l’hanno spinta a una scelta tanto drammatica. Attraverso le tredici ragioni (e tredici puntate), raccontate e registrate in alcune audiocassette prima della sua morte, scopriamo un mondo adolescenziale fragile e allo sbando, fatto di prepotenze, meschinità, incomprensioni e non detti; ben lontano da quello degli adulti. Due mondi separati, privi di contatto e di qualsiasi filo di comunicazione, con insegnanti superficiali, inetti, distratti, al pari dei genitori incapaci di comprendere cosa accade ai figli e fornire loro la guida necessaria ad affrontare la vita e le difficoltà che essa comporta.

Hannah decide di togliersi la vita perché incapace di elaborare un trauma troppo grande. Tra i compagni, la sua morte alimenta indifferenza, nuovi egoismi, ma anche sofferenza e senso di colpa: Clay Jensen (coprotagonista della storia), da sempre innamorato della ragazza, prova a superare la sua morte e lotta per ottenere giustizia; Jessica Davis tenta di anestetizzare il proprio dolore tra sesso e alcool; Alex Standall inizia a soffrire di depressione e tenta il suicidio; e Tyler Down, costantemente bullizzato ed emarginato, medita una strage a scuola. In un vortice di violenza che sembra non abbia fine. 13 Reasons Why è un romanzo di formazione ma è una storia di cyberbullismo e violenza in tutte le sue forme, che scuote e sensibilizza chi guarda. Nell’ultimo episodio della prima stagione, la morte di Hannah è mostrata in tutta la sua brutalità: il suicidio non è romanticizzato né edulcorato, la scena è girata con sguardo maturo, senza filtri e censure e proprio per questo è difficile da guardare. Nella seconda stagione – più didascalica della prima – la stessa tecnica di ripresa ritorna nel finale: Tyler viene violentato da alcuni ragazzi della scuola, in una sequenza orribile, feroce. Da pugno nello stomaco.

Un nervo scoperto

Al pari di Skam, l’estremo realismo, unito alla volontà di prendere di petto argomenti complessi e scomodi, ha decretato la popolarità di 13 Reasons Why e stimolato una grande discussione tra i più giovani. D’altra parte, la serie ha ricevuto anche molte critiche da parte di genitori e dirigenti scolastici preoccupati di possibili emulazioni, nonostante la serie avesse coinvolto esperti e psicologi durante la realizzazione. Giusto per dare qualche dato, secondo l’OMS a livello globale suicidio e autolesionismo si attestano al terzo posto come causa di mortalità tra gli adolescenti. In Italia, 3 ragazzi su 10 sono vittime di bullismo, di questi il 75% sviluppa poi forme di depressione e il 46% ha pensato almeno una volta al suicidio, secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza. Come afferma Maura Manca, direttrice dell’Osservatorio, il dialogo su questi temi è fondamentale per la prevenzione: “Troppi adolescenti si sentono emarginati e stigmatizzati dalle famiglie, dalla scuola e dalla società che, molte volte, non sono in grado di comprendere la sofferenza che si cela dietro il loro gesto”.

Sdoganando argomenti tabù e denunciando l’inadeguata se non assente educazione familiare e scolastica, 13 Reasons Why ha toccato un nervo scoperto. Quando si parla di bullismo e depressione adolescenziale, il sistema scolastico americano, in particolar modo, è da sempre al centro del dibattito a causa di una gerarchia sociale, ben rappresentata nella serie, che pone in una posizione privilegiata cheerleader e quarterback – gli studenti più popolari e influenti –, a scapito dei più creativi, sensibili e nerd. Dinamiche simili sono presenti anche in un altro show di Netflix, American Vandal: una satira amara che deride il linguaggio dei documentari crime e al tempo stesso rielabora il genere, per riflettere sul disperato bisogno di attenzioni degli adolescenti, sui giudizi ed etichette che possono diventare gabbie e sull’inadeguatezza del sistema educativo americano, fin troppo competitivo.

Uno spaccato nerissimo

La frattura tra adulti e adolescenti raggiunge l’apice in The End of the F***ing World, serie che mostra un quadro giovanile disagiato e nichilista. Tratta dalla graphic novel di Charles Forsman, adattata dalla giovane Charlie Covell per Channel 4 e distribuita da Netflix, racconta la fuga e la storia d’amore improbabile tra due diciassettenni disadattati e disturbati: James e Alyssa. Lui, apatico e taciturno, crede di essere uno psicopatico, uccide animali per diletto e (inizialmente) vorrebbe uccidere lei, ribelle, sboccata, sempre arrabbiata e impaziente di scappare dalla città e dalla famiglia disfunzionale. Anche qui, i protagonisti sono circondati da modelli deficitari, con adulti deboli, egocentrici, infantili, molestatori e persino assassini. A un certo punto, scopriamo il trauma che ha segnato l’infanzia di James, testimone del suicidio della madre; durante il viaggio invece è molestato in un bagno pubblico e Alyssa – abbandonata da tempo dal padre – rischia di essere stuprata e uccisa. Si prefigura una rottura insanabile non solo con i genitori ma con il mondo intero, cinico e violento, incapace di accoglierli e proteggerli. Non c’è posto per loro. Perciò scappano, trovano rifugio l’uno nell’altro, mentre scoprono se stessi, l’amore e la vita e affrontano situazioni sempre più insostenibili.

Tra furti, aggressioni e un omicidio, James e Alyssa si trasformano in due Bonnie e Clyde molto più problematici. Ciò che dicono non è mai quello che pensano – che scopriamo solo attraverso le rispettive voci fuori campo –; mentre l’apparente arroganza e mancanza di emozioni serve solo a mascherare sentimenti troppo forti, inesprimibili, e la paura di aprirsi agli altri e soffrire. La scoperta di sé, il timore di non essere accettati, i primi amori sono tutti topoi iscritti nel dna del teen drama, ma ciò che rende TEOTFW uno dei prodotti più interessanti presenti nel catalogo Netflix è l’approccio, il registro usato. A differenza di 13 Reasons Why, che porta avanti un preciso messaggio pedagogico, TEOTFW non vuole insegnare nulla: è romantica, dolce, violenta, disturbante e per nulla edificante. È uno spaccato nerissimo, intriso di tragedia e pessimismo.

Dopo una sola stagione, composta da otto episodi da venti minuti, la serie è diventata un piccolo cult e ha ottenuto il plauso della critica. Sempre su Netflix, lo scorso febbraio è approdato Everything Sucks, che racconta ancora un’adolescenza difficile e caotica. Ma l’accoglienza ricevuta è stata ben diversa. Ambientata negli anni Novanta, la serie parla di solitudine, ricerca dell’identità e persino di suicidio, ma è un prodotto scanzonato, intriso di nostalgia e ingenuità. Fuori dal tempo, e non a caso cancellato dopo una sola stagione. TEOTFW è invece una tragicommedia atipica, una sorta di Moonrise Kingdom ma più cupo, che racconta, con un stile unico e un humour nero, la sofferenza e l’inquietudine di due ragazzi ai margini. Due outsider attratti da spinte autodistruttive, che provano emozioni estreme e vivono sempre al limite. Come fosse la fine del mondo.

Un barlume di speranza

Il successo di Skam, 13 Reasons Why e The End of the F***ing World ci dice quindi una cosa: i giovani si identificano in queste storie, perché parlano di loro e dei loro problemi con un linguaggio realistico e moderno. L’irrequietezza, l’incapacità di relazionarsi con l’altro, la sfiducia sistematica verso la vita e il clima di violenza che emergono in tutte le storie non sono altro che lo specchio di un’epoca sempre più cinica, alienante e violenta e di una “gioventù bruciata” disorientata. Piena di rabbia e risentimento, che spesso si incanalano in forme di autolesionismo e di crudeltà verso gli altri. In America, il dibattito sul controllo delle armi da fuoco – a cui si accenna in 13 Reasons Why – è tuttora in corso. Nelle prime 21 settimane del 2018 ci sono state 23 sparatorie nelle scuole (in cui almeno una persona è stata uccisa o ferita); e a compiere le stragi sono spesso studenti bullizzati, che hanno perso una persona cara o tentato il suicidio. Ma mentre scuole e istituzioni sembrano incapaci o disinteressate a porre fine a queste atrocità, gli studenti hanno preso in mano la situazione. E riacceso un barlume di speranza.

La March for Our Lives – tra le più grandi proteste giovanili dai tempi della Guerra in Vietnam – è stata organizzata dagli studenti sopravvissuti alla sparatoria di Parkland, dopo aver lanciato il movimento #NeverAgain sui social. “Sembra che i ragazzi siano gli unici ad avere ancora l’energia per cambiare le cose”, ha detto Emma González, la giovane attivista diventata il volto della lotta alle armi dopo un eroico discorso contro il presidente Trump e la potente lobby NRA. Certamente, i ragazzi hanno dimostrato di avere i mezzi e le capacità per fare davvero la differenza. I social – spesso condannati per gli effetti negativi – sono diventati così uno strumento di denuncia e lotta politica. E allo stesso tempo le serie tv, spesso scritte o prodotte da giovani autori, hanno ridato voce ai teenager e incentivato integrazione, riflessione e condivisione, facendosi carico di istanze spesso ignorate. Anche in Italia il remake di Skam, diretto e scritto da Ludovico Bessegato (classe 1983), ha suscitato coinvolgimento social, superando gli 8 milioni di visualizzazioni. Forse, trasformare frustrazione, rabbia e dolore in speranza è ancora possibile. E chissà che non siano proprio i ragazzi, i nuovi eroi – del piccolo schermo e non – a riuscirci.