Alla scoperta del serial turco e delle ragioni del suo successo: le narrazioni, il rapporto con il pubblico, lo sviluppo dell’industria tv locale.

Una giovane coppia vestita di tutto punto, lui in abito nero, lei stretta in un tubino color canna da zucchero con un taglio triangolare a sottolineare un perfetto decolté, fa il suo ingresso in una villa moderna illuminata da fasci di luci fluorescenti, quegli stessi neon che la notte puntellano le rive del Bosforo. Nel salone, sapientemente ripreso dall’alto, un numero di invitati attende l’apertura delle danze. È la festa di un matrimonio. Archi e percussioni non danno tregua, incalzano a drammatizzare ogni campo stretto di volti bellissimi che paiono immuni all’invecchiamento. Una rapida sequenza di scambi di sguardi pieni di pathos. Una ragazza sorseggia dell’acqua da un flûte da champagne.

Comincia un ballo in slow motion tra un uomo e una donna, chiaramente attratti l’uno dall’altra ma probabilmente impossibilitati ad amarsi. Otto minuti dopo il ballo è terminato, usciamo dalla villa, il ballerino entra in macchina e si allontana. Una veduta aerea della città che fa pensare a New York invece che alla vecchia Costantinopoli. All’interno di un appartamento una giovane coppia mangia popcorn sul divano mentre guarda la televisione. Il nostro ballerino ferma la macchina, sale le scale e suona alla porta. “Chi sarà?” chiede lei. “Non so, vado a vedere”. Inquadratura dall’alto, i due uomini dai lati opposti della porta che resta chiusa. A mercoledì prossimo, fine.

È l’ultima mezz’ora del diciannovesimo episodio di Kara Sevda (Amore cieco), una delle circa sessanta serie tv prodotte ogni anno in Turchia. Racconta di una giovane e ricca ragazza innamorata della pittura e di un uomo di classe sociale inferiore alla sua. Fino a quando un segreto di famiglia non la costringe a rinunciare al suo amore e a sposare l’uomo che custodisce il terribile segreto.

Sono le 23.15 quando il ballo si consuma sul piccolo schermo e Nayler è seduta a terra accanto alla stufa al centro del piccolo tinello, impegnata a pulire verdure e a strillare contro il figlio maggiore che reclama denari. Non distoglie lo sguardo dal televisore nemmeno un istante. La voce possente e la corporatura imponente sono quelle di una donna forte. Nayler è madre di sei figli che cresce da sola nel quartiere popolare di Tarlabasi, fatiscente rione levantino abitato perlopiù da minoranze etniche (curdi, alevi, rom). Il marito, militante del Partito dei Lavoratori Curdo (PKK) – considerato da Turchia e Occidente un’organizzazione terroristica –, è in carcere da tempo. Due delle figlie, 17 e 10 anni, le siedono accanto. I commenti si susseguono mentre le luci dello schermo lampeggiano come quelle di un semaforo. “Oh mio Dio, hai visto?” “Ora stai a vedere che Asu si mette in mezzo!”.

Occorre uno sforzo di immaginazione non indifferente per pensare che nello stesso momento Asli, una giovane studentessa di cinema presso la privata Kultur Universitesi di Istanbul, siede con la madre e le sorelle su un comodo divano in pelle nel suo appartamento di Yesilkoy, quartiere locato nella parte europea della città dove coesistono meravigliosi esempi architettonici di art nouveau e complessi residenziali per ricchi di nuova costruzione, a guardare le medesime immagini mentre sorseggia tè e sgranocchia biscottini al miele e pistacchi. Il gusto di Asli riflette impeccabilmente quello di una borghesia islamica affluente e conservatrice, con la borsa griffata, l’iPhone nella custodia di Swarovski, il viso vistosamente truccato e il capo coperto da un velo all’ultima moda. Per le tre ore di programmazione di Kara Sevda le quattro donne non lasciano il salotto. Nel frattempo Asli racconta della sua giornata all’università, impiegata a rimettere in scena una sequenza di un film a sua scelta. Come molti suoi compagni, ha preferito una scena tratta da una serie tv.

Dimensioni e radici di un fenomeno

Una coppia di fidanzati litiga, la ragazza dice di non poterne più e di volerlo lasciare, butta l’anello di fidanzamento sul tavolo. Per tutta risposta lui dice che se lo lascia si vedrà costretto a ucciderla. E lei raccoglie la sfida. Esce di casa seguita da lui, che poco dopo spara alle ruote della macchina sulla quale lei è salita. Impossibilitata a mettere in moto, scende dall’auto e gli va incontro, i due si abbracciano. Un amore sofferto, una mascolinità ridotta alla forza del possesso e una passione bruciante al punto di rasentare il delitto. Penso a Howard Beale, il messianico commentatore televisivo nel magnifico Quinto potere di Sidney Lumet. Erano gli anni Settanta quando davanti a 60 milioni di americani ha proclamato “Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero ma voi tutti ve ne state seduti là, incollati allo schermo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni razza, età, fede”. Questo soltanto l’incipit di una critica troppo feroce per trovar spazio in questo affresco di serialità televisiva turca, ma una citazione pertinente se si considera che il fenomeno si è mostrato capace di trascendere classi sociali, appartenenze etniche, ideologie e credi religiosi per oltre 40 anni e che oggi ha un pubblico di oltre 400 milioni di spettatori in 75 paesi del mondo. Con un volume di affari sviluppatosi esponenzialmente dalla liberalizzazione del mercato televisivo avvenuta negli anni Novanta, sono circa sei i network televisivi che si contendono il primato commerciale: la statale TRT e le private Kanal D, Star, Fox, Atv e Show Tv. Con un ventaglio di indici di ascolto medio che può variare dal 25% al 10%, i palinsesti di prima serata sono per oltre il 60% occupati da serie televisive made in Turkey.

Generalmente una serie di successo conta tra i 35 ai 40 episodi a stagione, ma a dettarne la longevità sono i primi 5 episodi. I risultati iniziali di pubblico e di conseguente investimento pubblicitario determinano se una serie abbia i requisiti o meno per continuare per l’intera stagione.

Ay Yapim, società leader del settore e produttrice di circa sei serie l’anno, ha fatturato complessivamente 24 milioni di euro nella sola stagione 2013-2014, generando profitti per 2,3 milioni di euro. Lo stesso anno Muhtesem Yuzyil (Il secolo magnifico), dramma storico ambientato in epoca ottomana che segue le vicende del sultano Solimano, ha raggiunto un indice di ascolto nazionale pari a 36,38% in occasione della messa in onda dell’ultima puntata. Venduta in oltre cinquanta paesi, la serie ha generato un fatturato record di 11,5 milioni di euro. Un giro di affari vertiginoso se si pensa che una delle maggiori società indipendenti di produzione tv in Italia lo stesso anno ha fatturato circa 40 milioni di euro, generando utili per soli 630 mila euro. Quel che è certo è che un fenomeno di tale portata – con un esercito di fedelissimi spettatori in patria e all’estero – non può nascere dal giorno alla notte.

A Yasilçam – questo il nome della storica industria cinematografica turca, fondamentale fenomeno culturale che tra gli anni Cinquanta e Settanta produceva fino a 300 film l’anno –, si deve il merito di aver raggiunto una sintesi formale e di contenuti tale da affermarsi come vero e proprio genere. Un genere amato da un grande pubblico che si identifica con le sue premesse, codici, valori e preoccupazioni. Una squisita forma d’arte popolare capace di inzuppare di melodramma ogni vicenda quotidiana, di creare modelli condivisibili da molti, sorta di apologhi morali che si dilettano nel mettere in scena donne discinte o tresche amorose proibite per poi mostrare infine che il “bene” risiede altrove. E non a caso il melodramma si impone sempre più come genere dopo la fondazione della repubblica da parte di Ataturk, impegnato in un processo di rapida secolarizzazione della nazione che guarda alla tecnologia e alle democrazie occidentali come modelli di riferimento, ma tiene anche a preservare la cultura turca. Questa aspirazione ha creato un’ambivalenza nei confronti dell’Occidente che ha portato nelle prime decadi del Ventesimo secolo a un’urgenza di ristabilire cosa fosse bene e cosa male, restaurando un ordine morale del qui e ora su cui la società potesse fondarsi. Così in Seytan (1974), fedele remake turco de L’esorcista, il prete è sostituito da un imam.

Con l’avvento della televisione alla fine degli anni Sessanta e l’esigenza di riempire i primi palinsesti, i film di Yesilçam sono approdati al piccolo schermo. Una tradizione così ricca non poteva svanire nel nulla, e la tv l’ha fatta propria non solo mandandone in onda i film originali ma progressivamente assorbendone temi e codici, raccogliendone in pieno l’eredità. Che si trattasse di polizieschi, commedie romantiche o drammi storici, il vero fil rouge era e rimane tutt’oggi il melodramma. Nel frattempo, negli anni Settanta, anche i format statunitensi entrano nelle case turche, con soap come Dallas che arrivano a decretare la sospensione di una sessione parlamentare per permettere ai legislatori di seguirne l’ultimo episodio in diretta. Nel 1974, TRT produce la prima serie tv locale protrattasi per 30 anni, mentre nel 1975 si realizza per il piccolo schermo il dramma storico Aşk-ı Memnu (Amore proibito), prodotto nuovamente dal 2008 al 2010 con eccezionali risultati di pubblico che hanno valso, questa volta a Kanal D, il 58,55% di share durante la messa in onda dell’ultimo episodio. Con la liberalizzazione del mercato, avvenuta all’inizio degli anni Novanta, la televisione prolifera: i canali e con essi le produzioni autoctone si moltiplicano trovando terreno fertile presso una popolazione che stanca dei tumulti politici dei decenni passati, ha voglia di tornare a sognare. Proprio come faceva al cinema una volta.

Un'industria in divenire

Due amanti faticano a guadagnarsi il pane in un quartiere alla periferia di Istanbul. Mehmet lavora in un cantiere navale, Nerim fa l’estetista in un centro di bellezza per signore di buona famiglia. Il loro unico desiderio è quello di sposarsi e mettere su casa insieme. Una bella casa. Non importa quanti sacrifici facciano ma il loro sogno non pare destinato a realizzarsi. Un ricco giovane di bell’aspetto si innamora di Nerim che un bel giorno, stanca della vita, decide di bere fino all’ubriachezza totale e commette il fatale errore di andare a letto con l’avvenente spasimante. Non le resta altra scelta se non quella di sposarlo e cominciare una vita fatta di agi ma priva del suo unico vero amore.

Mentre i titoli di testa di Aci Hayat (Vita amara), pellicola cinematografica del 1962, scorrono sullo schermo di un auditorium universitario, altrove in città una replica del 57esimo episodio dell’omonima fiction va in onda su Show Tv. Lo sguardo penetrante dell’attore protagonista del film è ora sostituito dagli occhi pieni di lacrime del suo giovane interprete televisivo. La competizione è efferata, la durata di ciascun episodio è cresciuta vertiginosamente così da favorire maggiori introiti pubblicitari, le ore di lavoro delle troupe sono aumentate fino a causare incidenti imputabili alla stanchezza: il fenomeno culturale si è fatto nuovamente industria. Ciascun episodio occupa oggi fino a tre ore e mezza di programmazione, di cui almeno 40–45 minuti sono di pubblicità e circa mezz’ora di riassunto delle puntate precedenti. Si lavora una settimana soltanto per preparare questo pasto di oltre 3 ore che viene poi consumato prettamente tra le mura domestiche. Il piccolo schermo – nato come rito pubblico anche in Turchia – resta acceso oggi in luoghi di aggregazione collettiva in occasione di partite di calcio e più sporadicamente durante la messa in onda di telegiornali. Trovare televisori sintonizzati su episodi di serie tv in locali pubblici è raro da queste parti, e quando accade è nei luoghi più improbabili: sale da tè per soli uomini o negozi di kebab aperti fino a tarda notte. La sua funzione pare quella di un poco ingombrante sottofondo piuttosto che quella di uno schermo impegnato a incantare. Ma d’altronde in nessuno di questi luoghi siede un pubblico femminile, ovvero il pubblico principale e trainante.

Intrighi e storie d’amore, lotte per conquistare cuori o posizioni sociali migliori, donne discinte destinate a ritrovare la retta via o donne d’onore da prendere a esempio, uomini forti se non addirittura spietati, sfarzi e lusso, sofferenze e vittorie, contesti prettamente urbani. I generi continuano a esistere per definizione – dal poliziesco al dramma storico, dal dramma familiare alla commedia romantica – ma gli ingredienti alla base del successo paiono trasversalmente gli stessi.

La serie Muhteşem Yüzyil (Il secolo magnifico) – dramma storico e ritratto del sultano Solimano, il valoroso combattente che portò l’impero Ottomano alla sua massima estensione e al contempo amante dell’arte amorosa e uomo di fede – ha provocato l’intervento dell’allora primo ministro Erdogan, che definì “una disgrazia la scelta di rappresentare un tale grande uomo come poligamo e signore di un harem”. Ne è conseguito un cambio nella direzione della storia, che ha privilegiato la vocazione religiosa del sultano rispetto alle sue abitudini amorose, entrambi aspetti storicamente validi.

Certo è che l’enorme successo che alcune soap riscuotono anche all’estero non può sottrarsi alla responsabilità che il loro richiamo comporta, ovvero quella di forgiare ed esportare un’immagine del paese in linea con l’ideologia dominante. Benché il governo non finanzi direttamente la produzione tv nazionale, a differenza di quanto non faccia con il cinema dal 2002, non può neppure ignorarne il potenziale in termini di ricadute economiche. L’industria del turismo per esempio ha beneficiato non poco della popolarità di queste serie, specialmente in Medio Oriente, provocando un aumento nel numero di visitatori arabi che in questa terra a cavallo tra Oriente e Occidente paiono non dover rinunciare ai sapori di casa mentre spendono per godere di uno stile di vita meno costringente. E non mancano neppure istanze di grandi progetti d’investimento da parte di corporation straniere nel settore dell’intrattenimento turco, come è accaduto nel 2013, con l’annuncio della nascita di una “Hollywood sul Bosforo” foraggiata da un investimento di 3 miliardi di dollari da parte di Universal Studios. Il progetto non è ancora stato realizzato, ma l’industria locale non ha smesso di incantare il mondo.