La tv degli sconosciuti e della gente comune che sembra un documentario ma che in realtà è fiction.

Negli ultimi anni in televisione, e non solo lì, abbiamo assistito a un utilizzo massiccio della gente comune, a un costante ricorso alla realtà (vera o presunta) delle storie narrate. La tv è il mezzo a cui tutti hanno accesso, e il fatto che racconti le storie di tutti è scritto nella sua natura.

Se questo legame tra tv e persone comuni esiste dalle origini del mezzo, è pur vero che le forme, i linguaggi, gli strumenti con cui è stato rappresentato sono cambiati nel tempo. In questo numero di Link indichiamo alcune rotte che ci hanno portato qui, ma è il “qui” quello che più ci interessa: l’ultima fase di un percorso che dal pubblico che chiama al telefono ha portato all’esplosione dei talent show, per restare alle tappe più recenti, fino a definire un modello di televisione che comincia ad apparire con una certa chiarezza. Stiamo parlando di quella galassia che i professionisti del mezzo chiamano unscripted: programmi non sceneggiati che rappresentano la realtà (prodotta) così come si mostra. Tratti distintivi di questo tipo di televisione, in ordine sparso, sono:

  • ­la “scrittura della realtà” come elemento costitutivo e rivendicato;
  • la verità, che spesso sorprende più della finzione, con più forza;
  • un tono “onesto” e “sincero”, accuratamente messo in scena;
  • l’attenta selezione attraverso il casting;
  • la ripresa di ampie quantità di materiale filmato;
  • il lavoro narrativo compiuto attraverso il montaggio e la post-produzione;
  • l’assenza, o l’importanza solo relativa, dello studio;
  • la mancanza della diretta, compensata da altri effetti di verità;
  • la distanza temporale tra la vicenda nel suo farsi e il racconto di ciò che accade.

Non tutte le caratteristiche sono presenti in ogni programma di questo tipo, ma la “tv della gente” contemporanea (e non solo) ne presenta sempre almeno un buon numero.

La tv della realtà degli anni Dieci non va più nelle aule del tribunale, ma filma il reale mentre si svolge e poi lo monta tra realtà e finzione, tra fedeltà e immaginazione, persino tra documentario e fiction. Accanto alla sbornia di serie tv e di format sempre più elaborati di questo inizio secolo, si è andata affermando una televisione che ha per protagonisti gli sconosciuti, le cui storie sono raccontate avendo come modello le serie più che il documentario one off. La vita come un telefilm americano.

Proprio oggi che non c’è più distinzione tra vero e finto, sembra che ci sia un gran bisogno di storie che sembrino vere: storie che per essere godute non necessitino di alcuna sospensione dell’incredulità. Esiste un pubblico sempre più ampio – di spettatori, lettori, fruitori di arte – fin troppo sgamato per credere alla finzione, un pubblico che fatica ad accettare il patto narrativo tradizionale preferendogli quello referenziale offerto dalle storie “vere”, da cui si può sempre imparare qualcosa: “per quanto assurdi possano sembrarti gli eventi che ti sto raccontando, sono accaduti per davvero”.

È una tv che soddisfa un pubblico di spettatori light. Non sostituisce la tv tradizionale ma la sta contaminando. Soltanto di rado garantisce ascolti importanti ma permette di aggregare nicchie composite e, soprattutto, viene percepita come il nuovo. Ovvero: ciò che c’è sempre stato ma che qui e ora coincide con lo spirito del tempo.

In essa si compie l’atto finale della progressiva trasparenza della gente comune in tv. Non c’è davvero nulla che non possa essere rappresentato: al contrario andare alle origini della vergogna e del proprio privato è la condizione essenziale per partecipare a questa tv. Il prezzo da pagare per potersi dire “onesti”, “autentici”, “veri”. I VIP non sono esclusi, ma per partecipare devono anch’essi mostrare i loro limiti, gli aspetti più orribili del loro carattere e garantire un accesso totale alla loro vita privata: in pratica, devono avvicinarsi alla gente comune.

Nell’epoca della totale trasparenza e dello storytelling selvaggio si parla di privacy e si invocano storie vere. O che sembrino tali: anche l’artefazione della realtà, del resto, è nella natura stessa della televisione. Basta guardare una serie americana dell’estate scorsa, UnREAL, che mette in scena la costruzione delle puntate di un reality simile a The Bachelor, ragazze in cerca di un principe azzurro messe in una casa a scannarsi per lo scapolo d’oro. Ma l’attenzione è tutta per il dietro le quinte, la producer e i suoi assistenti, gli “stimoli” all’azione e la costruzione del racconto.

Questa è una televisione fatta appunto dai produttori, più di qualunque altra. La realtà che viene raccontata è altamente prodotta, provocata, fatta accadere. Dato un casting di protagonisti e delle condizioni di partenza definite, quello che accade è quello che hai. Non esistono secondi take, perché la gente comune non è credibile quando recita. “Buona la prima” è una caratteristica del genere che coincide perfettamente con l’esigenza imperante di tenere bassi i costi di produzione.

Produrre la realtà, però, è un azzardo, e l’azzardo è un concetto anti-televisivo. Gli elementi su cui agire per tenere a bada l’alea sono pochi, il più importante tra questi è forse il casting. Peppi Nocera ci fornisce un ritratto del concorrente tipico da reality show: deve essere borderline, deve potersi spingere fin all’orlo del precipizio ma evitare di caderci dentro. Jim Allen, uno dei primi produttori di Gordon Ramsay, ha una visione un po’ diversa: “penso che le persone smaniose di apparire in tv non siano le migliori da selezionare, è meglio puntare su quelle curiose e desiderose di affrontare la sfida del programma”. Le persone scelte sono i protagonisti, i loro personaggi si definiscono durante le riprese, ogni carattere è stressato alla luce di quello che accade e di quello che serve. Se uno script c’è, e uno script di massima c’è sempre, deve essere riscritto mentre le cose accadono. Il tasso di adrenalina è alto. Tutto accade in un istante. Per questo deve essere filmato tutto. Ogni personaggio in ogni angolo. Centinaia di ore di filmati dai quali ricavare una singola puntata.

Sul tipo di racconto che ne scaturisce, riporto una citazione di Ryan Stradal, autore di reality, tratta da un articolo online dal titolo molto eloquente, Unscripted Does Not Mean Unwritten: “Per produrre una singola ora di reality tv servono centinaia di ore di riprese, e alla fine il montaggio definitivo è molto simile nella sua struttura narrativa alla tv di finzione. C’è un inizio, una metà e una fine, con lo sviluppo dei personaggi, obiettivi, conflitti, e la loro risoluzione. Se finisci ad appassionarti a un reality, è per le stesse ragioni che ti fanno restare attaccato a un telefilm: personaggi che ti coinvolgono, location che ti interessano, e una sequenza di eventi che ti provoca, ti insegna qualcosa o ti diverte e basta”.

Nel mondo il factual è oggi uno dei generi più scambiati, il suo consumo è molto rapido e le serie prodotte sembrano non essere mai sufficienti. La definizione “bacon tv”, usata proprio per UnREAL dal critico televisivo del New Yorker Emily Nussbaum, può essere estesa all’intera galassia factual: “è come il bacon, è dolce ma anche salato, è grasso ma non puoi smettere di mangiarlo”. La miscela segreta di vero e finto è l’umami del gusto televisivo. Forse è questa la vera ragione del successo di una tv che ha l’ambizione insaziabile di catalogare l’intero spettro delle bizzarrie, degli stati emotivi e delle attività umane con il compito specifico di intrattenere, dando l’impressione di imparare qualcosa.