Troppe distrazioni, troppi stimoli, e la voglia di tornare alle vecchie cose di una volta. Sta arrivando una specie di neoluddismo, oppure è solo la nostalgia di un’altra vita?

Tutto è cominciato con Cambridge Analityca, dicono alcuni. Lo scandalo che ha riaperto la questione dei dati personali e del trattamento che ne viene fatto dai grandissimi colossi del digitale (o almeno da alcuni di loro, come vedremo tra poco) ha innescato la miccia del neoluddismo: addio a Facebook, addio ai social, addio anche alle notifiche sullo smartphone. E, perché no, addio allo smartphone stesso, bentornati noia e tedio, libri da leggere, passeggiate o viaggi da fare guardandosi attorno anziché con gli occhi prigionieri dello schermo che portiamo sempre all’altezza del grembo.

Altri sostengono che in realtà non fosse mai finita: come l’oscillazione di un pendolo, adesso ci stiamo allontanando dal paese dei Balocchi dei social e ci spostiamo di nuovo verso una maggiore compostezza e un ritorno alle relazioni diverse da quelle liquide e deboli che caratterizzano la socialità digitale. Molto probabilmente le cose non stanno esattamente così, ma è vero che siamo davanti a un profondo cambiamento nell’utilizzo delle tecnologie digitali per le masse. A una fase a lungo carsica che emerge dopo un’attività segreta, lontana dalla ribalta dei mezzi di comunicazione più o meno tradizionali.

Mentre i dati sulla penetrazione di smartphone e cellulari capaci di connessione li danno praticamente per ubiqui, mentre la popolazione iscritta ai vari social supera quella del pianeta di tre volte e internet come mediatore della comunicazione (e in realtà come volano per la digitalizzazione delle intenzioni e delle attività) è spinta sempre più in profondità verso l’Africa e quelle parti della Terra che ancora sono emergenti, gruppi consistenti di persone si fermano e “resistono” al cambiamento.

Tirarsi fuori

Non c’è ovviamente un rifiuto delle tecnologie digitali, che oggi sarebbe impossibile, ma un mutamento di prospettiva e attenzione. Rinascono piccole comunità online che crescono in modo organico, i blog e le home page tornano, così come nuovi sistemi di condivisione basati su rapporti amicali diretti, portati in rete solo successivamente e parzialmente, anziché il contrario. Un esempio: la de-digitalizzazione, o per meglio dire la sovversione degli obiettivi della digitalizzazione forzata imposti dai big tecnologici (Amazon, Facebook e Google, soprattutto) avviene a partire dalle reti di produttori per i gruppi di acquisto solidale, che sono fatte invece da persone che vivono in prossimità e utilizzano gli strumenti digitali solo per rendere più semplice coordinarsi, ma non vogliono tutto quel che ne consegue (logistica planetaria, abbattimento dei costi, prodotti inutili, scambio di contenuti e costante engagement online). In quei gruppi sono usati sistemi di messaggistica personale, da Whatsapp a Telegram. Si evolve, si cambia passo e si cerca di vivere di più una on-vita in modo off-vita, nel mondo fatto di atomi e non di bit.

Ci sono vari ritagli, tra cui quelli generazionali e di particolari gruppi culturali, che fanno la differenza, ma le cifre (per quanto piccole) sono significative. Nelle comunità di sviluppatori di siti web è nato un sottoinsieme di “resistenti” che si rifiuta di creare nuovi siti con WordPress (attualmente impiegato da un sito su tre del pianeta) e tornano alle home page “fatte a mano”, sviluppate in maniera artigianale, per quanto il digitale lo consenta. È l’idea di un web più piccolo, fatto di comunità ristrette, di gente che si conosce, di social con dieci contatti al massimo, che portano a feed con poche cose condivise da persone con cui si ha un rapporto reale e non slavine di materiale digitale di tutti i tipi, tendenzialmente irrilevante e inutile.

È veramente una fuga dalle suggestioni del paese dei Balocchi e dalle seduzioni del Gatto e della Volpe? Le cose non sono così semplici. Ma un’indicazione arriva da un paio di esempi: Apple e Facebook lavorano a occhiali per la realtà aumentata e virtuale ad alta definizione e gli ingegneri si interrogano sul modo migliore per automatizzare la guida delle automobili, una delle incarnazioni del “sogno americano” (e del “sogno italiano”, il boom economico negli anni Cinquanta e Sessanta). La realtà aumentata è la prossima spinta, assieme all’internet delle cose, verso la digitalizzazione del reale, sovrapponendo uno strato artificiale di informazioni sul mondo e trasformando il nostro sguardo in quello del primo Terminator, che vede la realtà costantemente mediata da scritte e informazioni digitali.

Allo stesso tempo, però, assistiamo al boom di iscrizioni al registro delle auto d’epoca, le moto d’annata e le biciclette “storiche” e artigianali si aggiungono a una lunga lista di strumenti del passato usati ogni giorno. Nell’abbigliamento ritornano il vintage e la vendita dell’usato, abbigliamento streetwear degli anni Ottanta e Novanta dove compaiono i marchi della nostra epoca con la contestualizzazione “giusta”, non drogata dal gigantismo attuale delle marche. Al libro digitale si contrappone la passione per la tipografia, la stampa di qualità e la carta di pregio, diventata un mercato a se stante in buona crescita. Se per la musica per la prima volta i servizi di streaming hanno superato sia le vendite di cd sia il download di dischi digitali, nel loro piccolo gli album di vinile hanno ritrovato una posizione destinata a durare. Briciole ma, come dice il proverbio zen, accumulando la polvere nascono le montagne.

Nostalgia dell’analogico

Un altro settore è indicativo della trasformazione: la rinascita dei sistemi analogici per la pianificazione delle giornate, dall’agenda ai daily planner costruiti seguendo le metodologie più recenti: dal Getting Things Done, in italiano tradotto come Detto fatto, di David Allen, ai bullet journal. L’ossessione contemporanea per la massima efficienza sposa il bisogno di oggetti concreti e annuisce alla tangibilità del tempo.

È la nostalgia dell’analogico, certo, ma anche la ricerca di limiti alle infinite possibilità di scelta. Una reinterpretazione di quel paradosso della scelta teorizzato da Barry Schwartz negli stessi anni in cui Chris Anderson stava scrivendo la teoria della coda lunga. L’eccesso di scelta, diceva Schwartz, defocalizza, disperde, paralizza e crea ansia. Ne sanno qualcosa i fotografi amatoriali, che ciclicamente tornano allo scatto analogico su pellicola, limitativo perché non consente verifica immediata, replica e neanche raffica di interpretazioni, data la scarsità dei fotogrammi impressionabili in un rullino (e il relativo costo anche di sviluppo e stampa). È un’interpretazione diversa del proprio talento, ma più in generale delle proprie capacità cognitive, che potremmo paragonare alla teoria dei fluidi: il talento è un gas che, se non è compresso dalle limitazioni dell’analogico, si disperde; invece, se viene contenuto e compresso, diventa esplosivo. Ed ecco il museo della macchina per scrivere, e i typewriter’s café, che permettono di sedersi e provare l’ebbrezza rumorosa e piena di errori di chi voglia scrivere qualcosa senza possibilità di sbagliare e soprattutto di cambiare e riorganizzare il testo, che da liquido nel mondo digitale all’improvviso torna solido. E anche una rinascita nel mercato delle penne stilografiche, con la produzione di centinaia di inchiostri artigianali e i video su YouTube per capire come si carica, pulisce e usa uno strumento di scrittura che una volta era il testimone dello status sociale – e oggetto magico di auspicio – per giovane che lo riceveva in regalo. Regalo che, a quanto pare, sta tornando di moda.