In Australia i tragici viaggi dei migranti diventano format ambiziosi, capaci di intrattenere il pubblico, fare riflettere e diventare successi internazionali.

A fine marzo in Afghanistan è stato trasmesso un film, The Journey, che racconta il viaggio di un gruppo di profughi afghani verso l’Australia. Il gruppo si muove su una barca malridotta e affronta enormi difficoltà, ma senza l’happy ending di rito. Alcuni finiscono in una prigione indonesiana, altri addirittura annegati. Un film tragico, che racconta un caso molto comune e che anche alle nostre latitudini appare tristemente familiare. Ma è un film che ha fatto parlare di sé soprattutto dal punto di vista produttivo, dato che ha una grossa peculiarità: è stato prodotto dal governo australiano per scoraggiare i migranti (afghani e non solo) a mettersi in viaggio verso il Paese. E per rendere ancora più efficace l’investimento, il governo ha finanziato una campagna di promozione che ne garantisse la messa in onda anche in Pakistan e in Iraq, oltre a renderlo disponibile online in diverse lingue di quell’area geografica.

Ma che quello dell’emigrazione sia un florido filone della produzione tv australiana è chiaro da anni. Già nel 2011 era andata in onda la prima stagione di Go Back to Where You Came From, un programma che aveva sollevato varie polemiche ma che andava, senza dubbi, a tastare un nervo scoperto dell’opinione pubblica. GBTWYCF mostra alcuni personaggi (in un’edizione anche vip) vivere le stesse esperienze dei richiedenti asilo. Vale a dire che i partecipanti sono privati di soldi e documenti e vengono abbandonati, a seconda degli episodi, su un barcone, in un centro di detenzione per immigrati irregolari, un campo per rifugiati in Kenya, uno slum in Giordania, una zona di guerra in Iraq, un campo profughi in Etiopia.

Lo show ha vinto diversi premi ed è stato affiancato da dibattiti seri sia sulla stessa SBS che continua a programmarlo (e di cui è diventato immediatamente il programma più seguito) sia su giornali e riviste. È stato, in breve, adattato anche in altri paesi come Danimarca, Olanda, Germania, Svezia, Sudafrica, Israele, Belgio, Usa, ogni volta secondo le diverse sfumature che il dibattito aveva in quei paesi.

Ma mentre sempre più spesso l’Australia è citata dai politici europei, in maniera anche azzardata, come modello di lotta all’immigrazione clandestina e disordinata, l’idea di passare alla fiction per comunicare con chi fugge qui in Europa non è ancora stata tentata da nessuno. (Fece già molto discutere quando a inizio marzo il Presidente del Consiglio Europeo si rivolse direttamente ai migranti economici: “Ovunque voi siate, non venite in Europa, non date retta ai contrabbandieri, non rischiate vita e soldi, perché ciò significherebbe dare tutto per non avere nulla in cambio”).

In Italia, soprattutto, il racconto in tv dei migranti si ferma spesso alla pura e semplice paranoia. Come se solo essa fosse in grado di sensibilizzare il pubblico. In pochi credono che la pietà e un meccanismo di regole più incisivo possano far parte dello stesso discorso. Quindi si invocano soluzioni radicali, di fatto rinunciando alla compassione. Abbondano, per esempio, termini come “orda” o concetti come quello dell’invasione, che spersonalizzano totalmente la storia delle persone coinvolte. Hanno spazio addirittura bizzarre teorie come quella dell’invasione dell’Europa pianificata a tavolino per annientare il vecchio continente. Come se gli spettatori fossero incapaci di costruirsi opinioni che tengano assieme l’umanità e regole più severe: finiscono insieme storie di cronaca come, per dirne una, quella di Kabobo, il pazzo che uccise tre persone a caso per strada con un’ascia, o le vicende delle cellule del terrorismo in Belgio, e la rotta dei Balcani. Per non dire del fatto che da mesi se non anni viene agitata una presunta pistola fumante della contiguità tra migranti e terrorismo, mai confermata da nessuno.

Vale la pena ribadirlo: non è necessario entrare nel merito della questione per raccontare la vita e non le mappe. Per tornare a Go Back to Where you Came From, lì si sfidano due squadre di concorrenti con opinioni diverse, e il “gioco” è proprio provare a vedere se qualcuno è disposto a cambiare idea. Da noi resta da capire se a mancare è la voglia di capire o quella di spiegare.

La cronaca ha un compito diverso e, pur tra tanti tentativi, non può supplire a questo compito di racconto, e forse è anche giusto che non lo faccia. Ma così si resta fermi ai numeri tragici dei morti, dei naufragi, delle tende, delle persone al confine, dei chilometri da percorrere a piedi, e ci si stupisce quando poi piccole storie emergono, tragicamente, come quella di Aylan o del migrante siriano col pianoforte, giusto perché in quel modo l’opinione pubblica riesce finalmente a dare un volto a questi numeri. Come disse Emmanuel Levinas: “Il volto non è semplicemente una forma plastica, ma è subito un impegno per me, un appello a me, un ordine per me di trovarmi al suo servizio. Non solamente di quel volto, ma dell’altra persona che in quel volto mi appare contemporaneamente in tutta la sua nudità, senza mezzi, senza nulla che la protegga, nella sua semplicità, e nello stesso tempo come il luogo dove mi si ordina”

Forse l’unico tentativo di raccontare il viaggio dei migranti in maniera organica è stato realizzato da Gazebo. Che fossero gli sbarchi a Lampedusa, la precarietà della vita a Calais o la rotta balcanica. Zoro ha incontrato e ha parlato con decine di migranti, a volte ha incontrato, perfino per caso, le stesse famiglie in diversi momenti. Alcuni di loro sono stati invitati in studio, non per esibizionismo ma perché era un passaggio del cammino che stavano raccontando. Nel loro modo ciò che per altri era massa è diventato, come dice un cliché tuttavia credibile, più semplice e più complicato allo stesso tempo, giacché nulla è più immediato di come comportarsi con un nemico. Mentre davanti a qualcuno che scherza come te e con te, che desidera le stesse magliette, e anzi con cui ti senti più facilmente in relazione rispetto anche a certi vicini di casa poi non sai come reagire.

Ma il programma che in questo momento, a mio parere, più d’ogni altro riesce a far immedesimare lo spettatore in cosa prova chi va alla ricerca di fortuna in un altro paese è Airport Security. (Di nuovo, soprattutto la versione australiana visto che le altre due in rotazione sui canali del gruppo Discovery, quella canadese e quella neozelandese, sono meno crudeli). Airport Security Australia, per chi non l’avesse mai visto, è uno show che mostra i controlli che si tengono negli aeroporti australiani sui bagagli e sulle persone che sono con esse. (Uso quest’ordine non a caso: le persone valgono sempre meno delle merci durante i controlli). Entrambi i tipi di controllo possono andare molto a fondo. Possono durare ore, coinvolgere squadre intere di specialisti e far uscire letteralmente fuori di testa i viaggiatori. I responsabili della dogana valutano quanti soldi hai a disposizione, e se con quelli che hai puoi davvero vivere in Australia senza lavorare; chiamano i numeri dal tuo smartphone se non si fidano delle tue parole, verificano il costo del tuo biglietto e provano a capire se hai speso troppo e se hai intenzione di restare come clandestino.

Così che, mentre capita di non solidarizzare mai con il tizio, da qualsiasi nazione arrivi, che prova a entrare con del cibo illegalmente, e così come, ancora di più, si tifa sempre perché i doganieri trovino la droga che stanno cercando nei luoghi più impensati, davanti ai migranti si reagisce in maniera diversa. Che i doganieri trovino la droga, che trovino il cibo e elargiscano multe salate, ma davanti a quel povero vietnamita o indonesiano chiudano un occhio, lo lascino entrare. Persone che hanno speso davvero tutti i propri averi per quel biglietto, che hanno atteso quel momento per anni, sono scoperte in un niente. A volte piangono, ma molto meno di quanto ci si immaginerebbe. Molto più spesso vedi la disperazione in un aeroporto, mentre altre decine di passeggeri fanno avanti e indietro normalmente, e quella è una metafora piccina eppure precisa di quello che accade ogni giorno.

A quel punto ti immagini al loro posto. Tu cosa faresti? E resti stupito di tanta dignità. Persone rispedite al loro paese dove dovranno ricominciare tutto da capo. Non tanto a risparmiare, quanto a sognare un futuro diverso. Uno che per cinque anni ha messo da parte spicciolo dopo spicciolo dei soldi per arrivare in Australia torna a casa e cosa fa? Trova un nuovo lavoro e mette i soldi da parte per cosa? Nato in un paese sbagliato, non proveresti ad andare in quello giusto?