Dietro a cartoni capaci di transitare da una generazione all’altra, come Superman e He-Man, ci sono (anche) le avventure di una casa di produzione eccezionale.

Non difettava di ironia e talento Lou Scheimer, cofondatore della gloriosa casa di produzione statunitense Filmation Associates, semplicemente nota come Filmation, luogo altro dove prendevano vita a rotta di collo eroi, supereroi e bizzarri personaggi disegnati e colorati e, a volte, interpretati da attori in carne e ossa. “Se volava e aveva il mantello ed era dipinto di bianco, rosso o blu, probabilmente l’abbiamo fatto noi”, raccontava divertito Scheimer, consapevole e orgoglioso di avere plasmato l’immaginario di più di una generazione di spettatori. E non solo di ragazzini: tra l’eterogenea fiumana di titoli prodotti dalla Filmation si stagliano per target e scrittura i ventidue episodi di Star Trek. La serie animata (1973-74), produzione per il piccolo schermo che contava sulle idee e sulle penne di Gene Roddenberry e dei vari sceneggiatori D. C. Fontana, Margaret Armen e David Gerrold (è lui a firmare il singolare dittico “Animaletti pericolosi”), e sulle voci di William Shatner, Leonard Nimoy, DeForest Kelley, James Doohan, Nichelle Nichols e George Takei. Non solo il proseguimento delle avventure e della missione quinquennale della nave stellare Enterprise, ma un’operazione filologica, condivisa dal cast originale, fedele ai canoni trekkiani e alle elevate e puntigliose attese degli spettatori e dei fan.

La salvezza da Kripton

Star Trek non è stata la prima montagna scalata dalla Filmation. Come racconta Scheimer nella sua vivacissima autobiografia Lou Scheimer. Creating the Filmation Generation (TwoMorrows Publishing, 2012), a salvare baracca e burattini del neonato e barcollante studio d’animazione fu una telefonata inattesa e assai gradita: dall’altra parte della cornetta c’era Mort Weisinger, editor di DC Comics e di Superman, che aveva avuto la sagace idea di riproporre il supereroe kryptoniano in versione animata. Col senno di poi, la scelta non solo appare produttivamente oculata, ma esteticamente doverosa: passato quasi un quarto di secolo dai cortometraggi realizzati per il grande schermo dai fratelli Max e Dave Fleischer, chi avrebbe potuto rendere giustizia all’Uomo d’Acciaio, pur con tutte le limitazioni di budget e tempistica del piccolo schermo? Non le consolidate Hanna-Barbera e Terrytoons, e nemmeno la neonata DePatie-Freleng. Forse solo la Rankin/Bass, che nel corso della sua altrettanto gloriosa storia ha percorso universi immaginari non dissimili dalla Filmation, sarebbe stata una valida alternativa. Fortunatamente, a squillare fu il telefono di Scheimer e a girare a più non posso furono i rotoscopi della Filmation.

Già, i rotoscopi, proprio l’invenzione e la peculiarità dei Fleischer: corsi e ricorsi storici, produttivi ed estetici, anche se la Filmation ha sempre dovuto badare più alla quantità (televisiva) che alla qualità (cinematografica). Corsi e ricorsi che regalano diverse prospettive: con i suoi costi elevatissimi, l’abbacinante serie Superman non riuscì a risollevare i Fleischer Studios, che chiusero i battenti a fine estate del 1942; grazie all’animazione limitata e a una produzione più che oculata, la Filmation spiccò il volo invece proprio con The New Adventures of Superman (1966-1970).

La Filmation era stata messa in piedi con una manciata di dollari e l’entusiasmo dei suoi tre fondatori nel 1962. Il vulcanico e gioviale Scheimer, che aveva maturato la necessaria esperienza come animatore e art director con Le avventure di Tintin, Braccio di Ferro e il clown Bozo, e che si dedicò con fruttuosi risultati anche al doppiaggio e alle colonne sonore. Il compositore e produttore Norm Prescott, con un passato da disc jockey e una sortita in Europa per la coproduzione del bizzarro lungometraggio Pinocchio in Outer Space (1965). Il regista e animatore Hal Sutherland, di formazione disneyana, colonna portante della Filmation fin dalla serie Rod Rocket (1963), inizialmente trasmessa in bianco e nero in syndication. Vale la pena accennare al daltonismo di Sutherland, dettaglio non noto a tutti e che creò qualche spassoso imprevisto durante la realizzazione di Star Trek, come ricorda affettuosamente Dorothy Fontana nel documentario breve Drawn to the Final Frontier (2006).

Al risparmio

Il diktat produttivo della Filmation, che avrebbe presto rosicchiato buona parte della torta delle serie supereroistiche e del Saturday-morning cartoon, seguiva fedelmente le logiche dell’animazione limitata, ma senza rinunciare a una più che apprezzabile e crescente qualità. In questo senso, è indicativo il confronto con le tavole suggestive ma statiche della serie The Marvel Super Heroes (1966-67) della Grantray-Lawrence Animation. L’offerta televisiva per i ragazzi stava facendo passi da gigante e l’agilità produttiva della Filmation sarebbe risultata fondamentale.

I tempi soffocanti di lavorazione e i budget ristretti non impedirono a Scheimer e soci di perfezionare arte e tecnica, puntando soprattutto su fondali sempre più raffinati e sullo studio e lo sviluppo del character design. D’altra parte, il ricorso sistematico e alquanto fruttuoso al rotoscopio e alle sequenze d’archivio, non dissimile dagli stratagemmi dell’industria giapponese degli anime per riciclare i disegni, non abbandonò mai la politica aziendale, nemmeno negli anni Ottanta con i grandi successi di He-Man e i dominatori dell’universo (1983-85) e She-Ra, la principessa del potere (1985-86), trainati dai giocattoli e dal merchandising Mattel, e con il successivo, ambizioso e meno fortunato space western BraveStarr (1987-88).

Un aneddoto raccontato dallo stesso Scheimer riassume perfettamente questa arte del risparmio. Dopo aver fatto i conti con la S di Superman, che ostacolava il riutilizzo speculare degli acetati e costringeva gli animatori a un lavoro doppio, gli oramai esperti vertici creativi della Filmation non si fecero trovare impreparati con He-Man e con la G di Gorpo, imponendo alla Mattel un provvidenziale cambio di nome e di lettera: la O di Orko era manna dal cielo e garantiva una placida pesca tra le sequenze d’archivio.

Un ottimo esempio della coesistenza tra quantità e qualità delle produzioni Filmation è illustrato nelle pagine del corposo tomo The Art of He-Man and the Masters of the Universe (RW, 2016): la riproduzione di un acetato coi personaggi di He-Man e Skeletor può essere sovrapposta ad alcuni scenari eterniani e permette al lettore di cogliere i meccanismi del riutilizzo dei disegni, ma anche di soffermarsi e apprezzare la valenza pittorica dei fondali, la cura dei dettagli, i preziosismi cromatici. Gli stessi studi dei personaggi, tra bozze poi cestinate e design che dovevano tenere conto della più complessa fase di animazione, ci mostrano una straordinaria mole di lavoro e le notevoli potenzialità dei disegnatori e animatori dello studio californiano.

Serie a puntate in quantità

L’immane quantità di serie e puntate prodotte dalla Filmation tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta è il risultato di un equilibrio cercato e trovato tra fantasia, intuizioni, ripetizione e piccole variazioni: un drago verde disegnato per un’avventura fantasy poteva diventare rosso ed essere utilizzato in un’altra storia, magari in un remoto pianeta alieno. Ma non sono solo le linee marcate e i cromatismi ricorrenti a creare un evidente fil rouge tra i giovani supereroi di Teen Titans (1967), i salvataggi di Lassie’s Rescue Rangers (1972-73), le esotiche avventure di Tarzan, signore della giungla (1976-80) e serie fantasy-fantascientifiche live action come Shazam! (1974-77), Ark II (1976-79) e Jason of Star Command (1978-81): è il gusto per la narrazione, per un fantastico a misura di famiglie, per questa sorta di universo immaginifico in continua e imprevedibile espansione.

Un universo spesso incerottato, che ha dovuto fare i conti con la pressante concorrenza delle produzioni internazionali, soprattutto giapponesi, con il tramonto del Saturday-morning cartoon e con le difficoltà di imporre i propri sparuti titoli sul grande schermo – ci provarono a più riprese, sei volte, dal 1974 con Ritorno a Oz di Hal Sutherland, fino al 1987 con il fallimentare e problematico Biancaneve. E vissero felici e contenti, bloccato per anni da contenziosi legali con la Disney e insoddisfacente dal punto di vista artistico.

Fine di una storia

La storia della Filmation era sostanzialmente finita poco prima, con i successi di He-Man e She-Ra e il passo falso di BraveStarr, con il peso degli anni e delle battaglie che gravavano sulle spalle di Scheimer, con la consapevolezza che l’era dei giocattoli, dei supereroi e dei cartoni del sabato mattina stava tramontando e che non si poteva fare di più. Dopo aver lavorato con duemila artisti nel corso di tre decenni, con una punta strabiliante di quasi 900 dipendenti nei momenti di massima produzione, a Scheimer non restò che piegarsi alle regole del mercato e allo smembramento della casa di produzione, comprata dal gruppo francese L’Oréal nel 1988 e chiusa l’anno successivo. Il vasto catalogo di opere televisive e cinematografiche della Filmation, tra nuovi acquirenti e licenziatari, è stato diviso tra varie aziende, passando nel corso degli anni di mano in mano: Hallmark, Warner, Paramount, Boomerang, DreamWorks.

La Filmation nasce dal talento, dalle idee, da uno spirito imprenditoriale e avventuroso. Nasce e cresce in un humus culturale mai rinnegato, ma inseguito, rielaborato, amabilmente saccheggiato: da Captain America a Prince Valiant, da Flash Gordon a Jim della giungla, da Tim Tyler’s Luck a Alley Oop. E poi il serial cinematografico Undersea Kingdom, quello radiofonico Jack Armstrong, the All-American Boy e il geniale scherzo wellesiano War of the Worlds, che nel 1938 scatenò il finimondo. L’immaginario di Scheimer e della Filmation intrecciava senza timori fantascienza e fantasy, mondi lontanissimi e foreste tropicali, passato e futuro, città avveniristiche e lande desolate. Un immaginario senza confini, che prendeva forma grazie a delle semplici matite: “la cosa bella era che potevamo andare ovunque e fare qualsiasi cosa, a patto che potesse essere disegnata. Oggigiorno si può fare con i computer, ma a quei tempi si faceva a mano, con la matita e l’inchiostro”. Con la matita e l’inchiostro.