Ogni mistero delle serie tv porta al fiorire delle fan theories più disparate. E allora c’è chi ne approfitta (per i click), chi tira dritto, e chi si mette a giocare con i fan.

C’era un tempo in cui ogni articolo sulle serie tv cominciava con uno “spoiler alert”, scritto a caratteri cubitali, per avvisare i lettori che sarebbero stati svelati trame e dettagli. Ma da qualche anno, forse, a questo avviso se ne dovrebbe aggiungere un altro: “theory alert”. La discussione online su alcune serie televisive e la rincorsa a “indovinare” prima di tutti quello che in realtà sta succedendo (al di là di quello che ci è raccontato) stanno diventando ossessive, al punto che alcuni osservatori, come il critico Todd VanDerWerff, sostengono che proprio le cosiddette fan theories abbiano rovinato molte serie recenti. Il problema non è tanto che i fan di Mr. Robot ci abbiano messo solo un episodio a scoprire il grande twist della seconda stagione, o che quelli di Westworld avessero da subito intuito il “rapporto” tra William e The Man In Black. Questo fa parte del gioco tra produttori e consumatori di contenuti. Da un piacere, quello di cercare di svelare i misteri sta diventando una vera e propria industria, che coinvolge media e fan. Questo vale per la tv, ma anche per il cinema (basti pensare a saghe come Star Wars).

Il caso Westworld è emblematico. Con questa serie Hbo è successo un po’ quello che, anni fa, era capitato a Lost, una delle prime serie, dopo Twin Peaks e X-Files, a “vivere” delle teorie che, settimana dopo settimana, alimentavano la discussione online (e offline). Gli spettatori di Westworld hanno cercato di decifrare ogni particolare della serie prodotta da Jonathan Nolan e Lisa Joy: sono nati decine di podcast dedicati ai suoi “misteri” e altrettanti articoli ogni settimana nelle pagine specializzate. Secondo l’articolo di Vox, la discussione si è talmente incentrata sui misteri da dimenticare quasi completamente la storia, ossia la complessa riflessione sulla memoria o sull’identità alla base della serie. Difatti, come spiega Myles McNutt, se i media hanno finito per ridurre la conversazione su Westworld ai suoi misteri e alle teorie dei fan, non è stato altro che un modo di trasformarla in un “generatore di traffico”, come già accade per Game of Thrones o The Walking Dead. “Trattare lo show come un puzzle giustifica non solo le recensioni o le interviste settimanali, ma gli aggiornamenti durante la settimana, aggregando le teorie dei fan su Reddit, rispondendo a quelle apparse altrove o creandone di nuove”, spiega McNutt. “Se i fan hanno deciso di leggere il testo concentrandosi su misteri e teorie, quel mercato è stato in parte generato proprio dai giornalisti, per aumentare le visite”. McNutt riassume bene due lati del fenomeno: da una parte, il testo televisivo oggi più che mai si arricchisce di “testi altri” (quello che i critici e i fan dicono su una serie, per esempio); dall’altra, un’intera industria, grazie anche al marketing e al potere dei social media, alimenta e si alimenta del “lavoro” di investigazione dei fan.

Un po’ di ordine tra le definizioni

Con la parola fandom ci riferiamo in generale all’insieme delle esperienze e delle pratiche connesse con l’essere “fan di” qualcosa (una serie, un fumetto, un libro, un film). Il termine evoca anche l’appartenenza a una comunità o a una subcultura. Quando parliamo di fan theories ci riferiamo, invece, a una delle tante pratiche del fandom, quella più propriamente speculativa. Ed è a queste teorie che i mezzi di comunicazione specializzati, da qualche tempo, sembrano dedicare più spazio. “Se le fan theories sono oggi così comuni, è perché statisticamente sono articoli che non solo generano più attenzione ma anche più traffico verso le pagine specializzate”, conferma Elena Neira, esperta di marketing online e social media. “Con i social lo spettatore è diventato più partecipativo: i fan sono ambasciatori della promozione e riescono ad arrivare là dove il marketing convenzionale non giunge. Se tagliamo in modo trasversale la comunità dei fan di una serie, da chi semplicemente si limita a guardarla fino a chi genera contenuti, troviamo infiniti livelli diversi di spettatori. Lo spettatore scava nella serie (e nel suo universo, con teorie o semplicemente mediante conversazioni) fin dove vuole”.

Il verbo “scavare” non è casuale. Lo studioso statunitense Jason Mittell ha coniato il termine “drillable text proprio per riferirsi metaforicamente al tipo di rapporto che si stabilisce oggi tra spettatori e testi televisivi. Ed è in questo contesto che si parla di forensic fandom, di fan investigativi. Per Mittell i nuovi testi televisivi, sempre più complessi, incoraggiano gli spettatori “a scavare in profondità, sotto la superficie, per capire la complessità di una storia e del modo in cui viene raccontata”. Basti come esempio una risorsa come Lostpedia, nata per dissezionare e decodificare ogni aspetto della serie sui sopravvissuti del volo Oceanic 815. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma ha assunto dimensioni inedite grazie agli strumenti che il mondo digitale offre ai fan. “Il forensic fandom procede verticalmente dentro il testo, nel senso della sua profondità, impegnando il fan nella ricerca della conoscenza; mentre le fan theories e le attività di speculazione lavorano anche sui piani di sviluppo orizzontale del testo, sono più creative e più apertamente produttive”, precisa Romana Andò, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università La Sapienza di Roma. È interessante notare come certa critica, soprattutto cinematografica, storca il naso quando si parla dei fan e delle loro teorie. L’idea è che in realtà i fan non approfondiscono, anzi: restano bloccati sulla superficie dei testi, attaccandosi a dettagli insignificanti, o giocano a “indovinare”. Ma ci sono testi che richiedono più di una visione per essere compresi e goduti a fondo, e la cui fruizione è sempre più legata a forme personalizzate di consumo.

Cosa dicono i creatori

Possiamo affermare che siamo di fronte allo sviluppo di un nuovo modello di storytelling che, conscio del “potere” dei fan, si basa sempre più su una certa complessità narrativa, che incoraggia lo spettatore a costruire, tessera dopo tessera, un mosaico di cui comprendere il significato? Come gli sceneggiatori e i creatori vivono (e producono) sotto questa pressione costante dell’“intelligenza collettiva” dei fan?

In una recente masterclass a Madrid, John August, sceneggiatore di Tim Burton e responsabile del podcast Scriptnotes, rispondendo a una domanda su questo ha detto: “È impossibile controllare lo show che stai facendo e insieme le aspettative dei fan. Penso a Lost. Per il mio amico Damon Lindelof la discussione online e le teorie dei fan sono diventate il suo mostro”. A distanza di anni dalla fine della serie, a Lindelof e Carlton Cuse, le due menti creative dietro Lost, ancora è chiesto di smentire o di spiegare alcune teorie che circolavano all’epoca. In un’intervista in occasione dei dieci anni dall’inizio della serie, Lindelof spiegava che da subito si erano resi conto di quanto fosse insieme una serie capace di fare grandi ascolti, e anche un prodotto di culto con una comunità di fan attivi ed esigenti. Lo spiega bene Cuse quando dice che “la serie arrivò proprio quando stavano nascendo i social media. Stavamo facendo uno show che era intenzionalmente ambiguo e ruotava intorno a un mistero. E all’improvviso c’era questo nuovo strumento con cui la gente poteva comunicare via internet. La serie e i social media arrivarono insieme, e la serie era perfetta come argomento di discussione sui social”. A proposito di Lost, proprio John August si chiede se “per certi tipi di serie che si basano su un mistero da svelare si andrà sempre più verso un tipo di distribuzione come quella di Netflix, in cui puoi vedere tutto in una volta. Così puoi vedere l’opera come i creatori l’hanno pensata, senza influenze esterne. Per esempio, sono sicuro che la gente che non ha visto Lost all’epoca, ma l’ha recuperata in dvd o in streaming, ha vissuto un’esperienza completamente diversa da quella di chi l’ha vista in tv, senza essere condizionati da aspettative e teorie settimanali”.

Non tutti però la vivono così male. C’è chi la prende alla leggera, come i Duffer Brothers, creatori di Stranger Things, che hanno dichiarato: “Alcune teorie sono incredibili. Ma non le leggiamo su Reddit, ce le mandano. Se ci andassimo, non ne usciremmo più”. O Sam Esmail, creatore di Mr. Robot, che, commentando il fatto che il grande colpo di scena della seconda stagione è stato scoperto subito, ha detto: “Non mi importa che la gente dissezioni la serie. Voglio dire, quando l’hanno scoperto… è stato davvero prestissimo, al primo episodio. Ricordo che stavamo ancora girando, fu uno shock, tutti sul set hanno pensato: cavolo, qua crolla tutto”. C’è anche chi come Jonathan Nolan, creatore di Westworld con Lisa Joy, è addirittura fan di comunità come Reddit: “Non era nostra intenzione fare un theory show, ma è inevitabile che succeda dato il livello di complessità della serie”. La capacità dei fan di scoprire i dettagli più piccoli ha sorpreso anche Vince Gilligan, creatore di Breaking Bad e Better Call Saul: in questo caso, gli spettatori riuscirono a scoprire prima del previsto che le iniziali dei titoli degli episodi della seconda stagione di Better Call Saul componevano la frase Fring’s back, che annunciava il ritorno di uno dei personaggi più amati dal pubblico.

Pensare che questo tipo di attenzione sia nuova, nata solo con i social media, è un errore. Tutti però concordano sul fatto che l’arrivo di internet ha cambiato tutto. Questo vale anche per una serie come Twin Peaks. All’epoca fu un fenomeno culturale e generò una quantità incredibile di teorie intorno al mistero della morte di Laura Palmer. Molte speculazioni furono “alimentate” da prodotti derivati (e offline), come il famoso diario. Recentemente però Mark Frost, che ha creato la serie con David Lynch, ha ricordato un dato interessante: “Eravamo più o meno a metà della prima stagione quando qualcuno venne e mi lasciò sulla scrivania 500 pagine di discussioni online sulla serie – e stiamo parlando di un momento in cui internet era appena nato e veniva usato per comunicazioni basiche. C’erano forum interi dedicati ad analizzare un singolo aspetto della trama, magari qualcosa che avevamo buttato giù in 15 minuti. Fu in quel momento che capii che la serie era diventata qualcosa di più di un programma televisivo, che stava entrando nell’incoscio collettivo”.

Tra tutti gli showrunner, quelli forse più consapevoli del “potere” e dell’importanza delle teorie dei fan sono D.B. Weiss e David Benioff, le menti dietro il successo televisivo di Game of Thrones. Ogni personaggio o aspetto della trama genera una quantità incredibile di congetture: basti pensare a Jon Snow, alle infinite discussioni sulla sua “morte” alla fine della quinta stagione o sulle sue origini, con la famosa teoria R + L = J. Anzi, secondo il racconto dei due sceneggiatori, per avere da George R.R. Martin il permesso di trarre la serie tv dai suoi libri dovettero dimostrare quanto conoscevano la storia, rispondendo proprio alla domanda “Chi è la mamma di Jon Snow?”. Alla loro (sorprendente) risposta, Martin sorrise. E loro seppero di aver passato l’esame. Ma a quella risposta potevano esserci arrivati solo speculando. Ovvero, anche loro, da buoni fan, avevano elaborato la loro teoria…

È tutto un gioco

Twitter, Reddit e le pagine specializzate stanno dunque cambiando il modo di fare tv? Forse questo non è vero per le grandi serie, ma quelle più piccole, in onda su reti via cavo, come Mr. Robot, o disponibili su Netflix, come Stranger Things e The OA, possono beneficiarne, e molto. E le reti, come i creatori, ne sono sempre più consapevoli e cercano di inseguire in tutti i modi il fandom online. C’è chi sostiene che, a volte, le teorie su una serie finiscono per essere più interessanti della serie stessa: detto in altri termini, la discussione sulle teorie finisce per sopraffare l’intera discussione su una serie. Come il personaggio di The Man In Black in Westworld, interpretato da Ed Harris, i fan oggi più che mai sono alla costante ricerca di un significato profondo: sono come quei giocatori di videogame che conoscono talmente bene il gioco che l’unico piacere che resta loro è smontare il gioco. Dice però Matt Gerardi, in un articolo su The AV Club: “Non c’è niente di sbagliato nel cercare significato in una creazione che ami”. In Westworld, The Man In Black cerca il labirinto nascosto nel parco, ma – come dice lui stesso – soprattutto “qualcosa che la persona che lo ha creato ha voluto esprimere, qualcosa di vero”. Il fan, oggi, che sia lettore di un libro (come Harry Potter) o spettatore di una serie tv, non è diverso da The Man In Black. Magari, aggiunge Paul MacInnes, riprendendo Gerardi, può succedere “che quel significato possa non essere lì, ma non è questo il punto. Conta la ricerca, inseguire quel significato”.

Alcuni spettatori trascorrono teorizzando sulle loro serie preferite su internet lo stesso tempo che passano guardandole in tv. Altri le “usano” per generare nuovi contenuti, come video di YouTube. Le serie si convertono sempre più in “giochi” a cui partecipano più giocatori, creatori e spettatori. Alcuni critici sostengono che si sta arrivando a sacrificare la storia e i personaggi per avere uno o più misteri che possano mantenere alto l’interesse dei fan. È quello che molti hanno rimproverato a Westworld: a cosa serve risolvere un mistero se poi non ti importa nulla dei personaggi? In questo senso, altre serie, come Legion, creata da Noah Hawley, sembrano essere riuscite meglio a far convivere storia e mistero. “Che cosa sono le storie se non scatole dei misteri?”, diceva J.J. Abrams (non a caso uno dei produttori di Lost e di Westworld), parlando della sua ormai celebre “mystery box. Ma il mistero dev’essere il motore della storia, non il fine. Detto in altri termini: riuscire a risolvere il puzzle (per primi, se possibile) può essere uno dei piaceri dello spettatore televisivo odierno, ma non l’unico.