La parte più difficile non è costruirsi un’immagine da star, ma mantenerla nel tempo. Come insegna la cantante-attrice-performer, a volte bisogna cambiare tutto.

A fine 2013, la rivista Us Weekly annunciava che nel 2015 Lady Gaga sarebbe diventata la prima popstar a esibirsi nello spazio. L’impresa sarebbe stata resa possibile da Virgin Galactic, la compagnia di volo con cui il magnate Richard Branson vorrebbe democratizzare il sogno dei viaggi spaziali. Lady Gaga avrebbe dovuto suonare una canzone durante il tragitto e fare un training specifico per imparare a usare al meglio la voce in assenza di gravità. Secondo alcuni giornali, avrebbe espresso il desiderio di condividere l’esperienza con David Bowie, sebbene lui mancasse dai palchi da tempo e avesse rifiutato perfino l’offerta di esibirsi alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Londra. A fine 2015, l’unica donna che abbiamo visto cantare nello spazio è Samantha Cristoforetti, che ha fatto un karaoke di “Imagine” per beneficenza. Nessuna fonte autorevole sembra poterci spiegare perché Lady Gaga non sia mai salita su uno shuttle, ma l’ipotesi più probabile è che Virgin Galactic semplicemente non sia ancora pronta (nel 2014 uno dei loro apparecchi è stato distrutto durante un test di volo, uccidendo un pilota). Tuttavia, verso la fine del 2015, il tweet del 2013 in cui Lady Gaga lanciava la missione spaziale con l’hashtag #GagainSpace2015 riappare nelle timeline, accompagnato da commenti ironici. Poco dopo, all’inizio dell’anno successivo, muore David Bowie, e Lady Gaga è l’artista scelta per ricordarlo sul palco dei Grammy Awards. Apre il suo medley con “Space Oddity”: commencing countdown, engines on…

Tra l’annuncio della missione spaziale fallita nella realtà e quella dell’astronauta Major Tom nelle parole di Bowie, ci sono tre anni irrequieti per Lady Gaga. Fino al 2013, la sua carriera aveva seguito un’evoluzione piuttosto lineare. Si era presentata con canzoni pop/dance infallibili e video patinati per poi rendere gradualmente le sue proposte più eccentriche. Nel video del quinto singolo del primo album, “Paparazzi”, il provocatorio regista Jonas Åkerlund la ritraeva già come una star vittima di invidie e tradimenti, e nell’esibizione dello stesso brano ai Video Music Awards di Mtv nel 2009, l’artista inscenava la sua morte, e finiva, accoltellata e sanguinante, appesa a un lampadario tra gli sguardi perplessi delle celebrità in sala (e dei telespettatori). Quando risorge per la riedizione del primo album, Lady Gaga estende l’eccentricità anche ai suoni e riesce a vendere 12 milioni di copie di un singolo sperimentale sull’ossessione amorosa che spazia dalla techno alla New Wave, elenca i film di Hitchcock e contiene un verso in francese (“Bad Romance”). Per presentare il primo singolo dell’album successivo, calca il red carpet dei Grammy nascosta dentro un uovo gigante, da cui esce solo una volta sul palco per esibirsi con la sua canzone-inno (“Born This Way”). Sono solo alcuni dei momenti grazie ai quali la popstar raggiunge, a una velocità forse superiore a quella di Madonna a metà degli anni ’80, lo status di icona, rimodellando il pop dall’interno. In un articolo di grande successo, Buzzfeed metteva a confronto le immagini di alcune popstar prima e dopo l’arrivo Lady Gaga: c’è Katy Perry, prima rassicurante pin-up americana e dopo inquietante aliena con lenti a contatto fluorescenti; c’è Rihanna, prima sorridente Miss Barbados in posa tra le palme e dopo aggressiva glam rocker in completi sadomaso. Quando l’artista più popolare del momento arriva a vestirsi di bistecche crude per ritirare un premio, per la concorrenza diventa difficile farsi notare.

Lady Gaga era arrivata al successo con una maturità e una prontezza che artiste più giovani, magari svezzate o cresciute nella bolla dei talent, non potevano avere. Presentandosi sulla scena insieme ai social media, non aveva dovuto adattarsi a essi: ha saputo usarli in modo organico e con efficacia, consapevole del fatto che la visibilità era già diventata globale, sempre. Quindi ogni apparizione pubblica era un evento: ogni volta che si esibiva, ma anche ogni volta che scendeva le scalette di un aereo o che attraversava il tragitto da un taxi alla porta di un hotel erano momenti con un potenziale virale da sfruttare (e che meritavano una mise estrema). Il suo controllo del news cycle del pop era totale anche grazie alla collaborazione dei fan: è stata la prima a sviluppare un legame viscerale e autentico (o presunto tale) con essi. Per i suoi little monsters ha creato una comunità internazionale che per molti adolescenti ha rappresentato un posto sicuro per vivere ed esprimere le proprie diversità. E non si era limitata, come altri personaggi pubblici, a pronunciare qualche parola di sostegno ogni tanto: all’apice della fama, aveva integrato i messaggi nei brani. “Born This Way” è la prima canzone ad arrivare in cima alla classifica americana a contenere la parola “transgendered”.

Il lancio di un nuovo album dopo un’ascesa così spettacolare portava con sé aspettative difficili da soddisfare, e nel 2013 Lady Gaga e la sua casa discografica rispondono con una tortuosa campagna di marketing che include una mostra al Louvre, una seduta con Marina Abramovic e un cartellone pubblicitario interattivo in 18 piazze del mondo. ARTPOP, pur arrivando in cima alle classifiche internazionali (non in Italia: quella settimana usciva un greatest hits di Laura Pausini), non è il successo sperato, né per il pubblico né per la critica. Il momento più significativo nell’era di ARTPOP è tuttavia a marzo dell’anno successivo, quando Lady Gaga partecipa al festival SXSW in Texas con un concerto sponsorizzato da una marca di patatine. Durante il set, tra le altre cose, suona una tastiera coi piedi cavalcando un toro meccanico e si fa vomitare addosso da un’artista concettuale. È il momento in cui la cantante, come suggerisce il titolo dell’album, mette l’arte davanti al pop: schiava del peso di essere Lady Gaga, di dovere essere rivoluzionaria in ogni sua forma, si era resa inaccessibile. Era insomma arrivata al punto in cui un’esibizione nello spazio non era nemmeno la stranezza più stupefacente nel suo mondo.

Lady Gaga qualche anno prima aveva registrato un brano con il celebre cantante jazz americano Tony Bennett. La coppia aveva duettato nel classico “The Lady Is a Tramp” nell’ennesimo album di collaborazioni del crooner. Per molte popstar, un duetto simile si direbbe un dazio o come minimo una scelta senza troppe conseguenze: è per questo che la pubblicazione di un intero album di classici jazz di Lady Gaga e Tony Bennett nel 2014 suona così strana. Malgrado la delusione di ARTPOP, lei non dovrebbe avere bisogno di quel tipo di visibilità o di doversi ritagliare un posto nel non giovanissimo mercato degli ascoltatori di Bennett. Popjustice, uno dei siti di riferimento per la critica pop, contesta la scelta: considerando quanto possa essere folle e sperimentale il jazz, Lady Gaga sembra essersi solo pigramente prestata a una collezione di cover. Ma è una scelta che, con il senno di poi, non solo aggiunge un altro numero uno alla sua discografia e un altro Grammy al suo scaffale: è l’inizio di una metamorfosi necessaria. La dedizione filologica con cui si lancia nel progetto, portandolo anche in tour fino all’Umbria Jazz, sottolinea un aspetto essenziale della figura di Lady Gaga: prima di essere una popstar, lei è una fan e studiosa. Come scriveva in un suo tweet, “fans and music scholars” sono i migliori critici perché conoscono intimamente l’artista. In quel caso, stava rispondendo alle recensioni negative di alcuni blog, ma è un’affermazione che ancora oggi ci aiuta a inquadrarla meglio.

Dopo la sbornia di ARTPOP, alcune delle apparizioni pubbliche più significative di Lady Gaga sono omaggi e tributi ad altri artisti. Dopo avere fatto coppia con Bennett, canta “Imagine” al pianoforte per l’apertura dei Giochi europei di Baku; si trasforma in Frank Sinatra nello speciale televisivo per il centesimo anniversario dalla nascita dell’artista; esegue un medley da Tutti insieme appassionatamente per omaggiare Julie Andrews agli Oscar; celebra David Bowie ai Grammy. In tutte queste occasioni, non è un jukebox, ma si presta con sincerità e devozione; mette per un attimo da parte il personaggio senza distruggerlo, perché Lady Gaga è la somma di tutti gli artisti che ammira e tutti i generi che ascolta, dal jazz ai musical al pop d’avanguardia. Sfoggiando un talento tecnico che una fetta di pubblico, distratta forse dagli effetti speciali, non aveva ancora notato, inizia a fare parlare di sé solo per meriti artistici, e guadagna consensi anche per il suo compito più istituzionale: cantare l’inno degli Stati Uniti all’apertura del Super Bowl 2016. Ci ricorda che la Lady Gaga camp e macabra di un tempo esiste ancora, interpretando una vampira nel telefilm American Horror Story (e ne ottiene un Golden Globe); ci ricorda che la Lady Gaga che ha a cuore le cause sociali esiste ancora, scrivendo la colonna sonora per il documentario sugli abusi sessuali nei campus americani The Hunting Ground (e ne ottiene un Grammy e una nomination agli Oscar). Ma la Lady Gaga che faceva notizia per un videoclip censurato diretto da Terry Richardson è lontana. Poteva lanciarsi con ostinazione in progetti artistici ancora più estremi, poteva usare il suo camaleontico istinto musicale per adeguarsi alle classifiche, ma sceglie invece di mostrarsi nella sua veste più estrema finora: quella di entertainer tradizionale.

A maggio 2016, mentre cresce l’attesa per nuovo album che non è nemmeno stato annunciato, Lady Gaga si presenta al Met Gala indossando un costume che ricorda un circuito stampato, calze a rete e tacchi altissimi. È un look che fa pensare ai suoi esordi da robotica starlet e potrebbe essere la chiusura di una fase: gli anni in cui ha abbandonato lo scandalo senza rinunciare allo spettacolo e, per ritrovare il suo senso di essere popstar, ha dovuto passare in rassegna i suoi numi tutelari. Alla fine, sia pure solo sul palco dei Grammy Awards, nello spazio con David Bowie c’è andata lo stesso.