Dal dating al survive, dai game show alle docu: l’esperimento sociale in tv ormai è ovunque. Ma cos’è davvero? E perché è così capace di cavalcare tutti i generi?

Triangolo delle Bermuda, il capo-scout Chad e la cantante Stephanie – non si sono mai visti prima – sono nel bel mezzo dell’oceano dopo un naufragio, e stanno raggiungendo una scialuppa di salvataggio dove passeranno i prossimi 7 giorni. Da qualche altra parte del mondo, Mike e Lucie stanno per convolare a nozze: peccato che anche loro siano due perfetti sconosciuti. Nei sobborghi di Londra, intanto, la famiglia Hull sta per ricevere davanti alla porta di casa una valigetta con 26.000 sterline, l’equivalente dello stipendio di un intero anno. Chad, Stephanie, Mike, Lucie e la famiglia Hull sono in tre parti del mondo diverse, ma hanno una cosa in comune: tutti hanno deciso di prendere parte a quella che è diventata la moda televisiva del momento, l’esperimento sociale.

Cos’è un esperimento sociale? Per complicare le cose, dobbiamo partire da una vecchia guerra a distanza, quella tra Aristotele e Galileo Galilei. La scienza, per colpa di Aristotele, ha creduto per un bel po’ di tempo che l’esperimento scientifico dovesse essere al servizio di un’idea, di una verità inconfutabile, di un sillogismo che non poteva essere messo in discussione. Tradotto, la mente vince sempre sulla realtà. Il risultato è stato che, a forza di sillogismi, la scienza ci ha messo un bel po’ di tempo, quasi più di mille e cinquecento anni, per scoprire che era la Terra a girare intorno al Sole. E questo grazie a Galileo e alla sua scienza basata sull’osservazione empirica. La conclusione qui è rovesciata: per conoscere il mondo, e quindi raccontarlo, bisogna sperimentare.

Proprio da questa idea nasce l’antropologia e la sua tecnica dell’esperimento sociale, da cui come al solito la televisione ha rubato. In questo senso, l’esperimento sociale sarebbe piaciuto molto più a Galileo che ad Aristotele. La telecamera, in questo tipo di programmi, è un cannocchiale che prova a catturare l’elemento più sfuggente di tutti, la natura umana.

Ormai in qualsiasi pitch o riunione creativa, c’è qualcuno che a un certo punto si alza e dice: “mi è venuta un’idea, si tratta di un esperimento sociale!”. Poi li ascolti e ti accorgi che nella maggior parte dei casi si tratta di tutt’altro. L’errore più comune che si fa, per esempio, è confonderli con i game show. In questi infatti l’obiettivo finale è sempre quello di trovare un vincitore, mentre negli esperimenti sociali la competizione è soltanto un espediente. Il game, quando c’è, è sullo sfondo: è la cornice di una narrazione. L’obiettivo è un altro: raccontare come reagiscono e si comportano delle persone il più delle volte sconosciute, messe di fronte a situazioni nuove e particolari.

La caratteristica è che i protagonisti si muovono sempre in uno spazio che diventa un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. E questo laboratorio può assumere mille facce: quella di studio in cui due single dovranno sottoporsi a un esperimento d’amore e scoprire in 30 minuti se sono fatti l’uno per l’altro, oppure quella di una casa dove una coppia di nemici formata da due persone agli antipodi sarà costretta a convivere per 5 giorni, oppure ancora laboratori più ambiziosi come un’isola deserta. La domanda di fondo è sempre una sola: come reagiranno i protagonisti? Come si comporteranno?

L’idea di scaraventare due estranei in mezzo all’Oceano, oppure, peggio ancora, di farli sposare, non è certo così nuova. Anche il Grande fratello è stato lanciato nel 1999 come un esperimento sociale: la vera differenza ora sta nel linguaggio e nell’approccio produttivo. Il realismo tanto acclamato dal reality, e poi rincorso dalla docu e dal factual, trova finalmente la sua cifra mentre guardi Marriage at the First Sight, Are You the One? o The Big Benefits Handout – lanciato su Channel 5, segue le vicende di una famiglia nei sobborghi di Londra che riceve dalla produzione una valigetta con lo stipendio in contanti di un anno intero.

Nella continua ricerca della realtà, tutti questi programmi hanno più di una cosa in comune: una voce fuori campo quasi impercettibile, l’assenza di un conduttore, una regia che si mette al servizio di ciò che avviene, utilizzando il linguaggio fixed o con uno stile di ripresa invisibile che cerca di intralciare il meno possibile e di mantenere un punto di vista discreto. Questo li rende dei programmi ostici per i nostri autori e producer, soprattutto nella gestione delle scene e dei protagonisti: è una modalità di approccio più vicina a quella del documentario che a quella del reality classico. Per funzionare i protagonisti devono sentire di far parte di un esperimento, e non bisogna mai violare questo patto non scritto.

L’esperimento sociale è virale. Il suo virus infetta il web e il marketing. Un numero sempre più grande di campagne pubblicitarie sono vendute come esperimenti e fanno visualizzazioni pazzesche. È il caso dello spot di Barbie, Imagine the Possibilities, dove ad alcune bambine è data la possibilità per un giorno di fare ciò che vogliono, e così per 24 ore sperimentano cosa si prova a essere una docente universitaria, una veterinaria o un’allenatrice di football americano. In Italia c’è lo spot di Ferrero, per Kinder cereali, in cui con la scusa di un casting alcune mamme sono invitate in un teatro. Tutte si aspettano di leggere un copione e invece piano piano, leggendo il testo ad alta voce, scopriranno che quel copione è una lettera scritta dai loro figli, che racconta una storia, la loro storia. Anche qui la domanda per chi guarda è la stessa: come reagiranno i protagonisti? Se vi state chiedendo se questi spot, in fondo, non possano essere degli spunti per sviluppare formati televisivi, siete un bel po’ in ritardo. Ci hanno già pensato. Un caso su tutti? Quello del fortunato format tedesco Kiss Bang Love, dove un single entra in un limbo bianco con gli occhi bendati, bacia 5 sconosciute e poi decide di conoscerne solo due. Tutto nasce da un video diventato virale, dal titolo Kiss Me Now, Meet Me Later, in cui c’è un limbo, ci sono due sconosciuti bendati, che prima si baciano e poi si presentano.

Il virus dell’esperimento sociale ha poi ancora un altro segno distintivo: è trasversale. Come il pecorino per i romani, sta bene un po’ su tutto. Puoi grattugiarlo su un dating show, o spolverarlo su un game come in The Raft. Alla deriva, o mantecarlo in un surviving/adventure come Nudi e crudi. L’esperimento sociale è come i gatti, ha mille vite.

Il mercato si sta velocemente affollando di questo tipo di prodotti. Alla fine, però, c’è sempre una sola regola che fa la differenza: la capacità di saper raccontare una buona storia. Solo una storia ben raccontata tiene incollato il pubblico. E questo è e rimarrà sempre, “nei generi dei generi”, l’unico ingrediente per creare un buon prodotto.