Vita e opere, drammi inattesi e luminose rinascite di Cris Morena, la regina delle telenovelas rivolte ai teenager. Dall’Argentina al mondo.

La vita fulgente di Cris Morena, famosissima produttrice televisiva argentina che i teenager di mezzo mondo hanno ribattezzato “la creadora de nuestros sueños”, o “la rubia”, la bionda par excellence, potrebbe essere raccontata da Todd Solondz, il più multiforme, il più bastardo, il Dioniso dei registi cinematografici. Che a molti italiani il personaggio di Cris non dica niente, bah, può pure essere. Ma i bambini di dieci, dodici anni (da sempre più lungimiranti di mamma e papà nel fiutare l’aria del tempo) avranno letto chissà quante volte il suo nome su Disney Channel o, per chi già la frequenti, in rete.

Se guardassimo alla vita di Cris per come ce la raccontano i pochi articoli usciti in Italia, o come un film dagli spezzoni sconnessi tra loro, resteremmo di certo indifferenti alle vicende di questa matronale signora dai capelli biondi come oro filato, che nel 1995, quarantenne, si ritira dalla carriera di attrice e incomincia a produrre bizzarri drammi miniaturizzati, telenovela per bambini (Chiquititas è la più celebre) invariabilmente demolite dalla critica, e perciò di clamoroso successo. Tutto secondo copione. Finché, ancora una volta secondo copione, la nostra fonda una società con sede a Buenos Aires sotto la quale registrerebbe e venderebbe – dicono i maligni – pure la salsa chimichurri con cui adora condire la carne alla brace durante le cene con gli amici.

Come si vede, è una storia di successi e di invidie simile a quella di Maria De Filippi: anche se la happy life di Cris è solo apparente, presenta molte più discontinuità di trama e qualche lugubre zona d’ombra, a cominciare da quei due anni di silenzio (dal 2010 al 2012) in cui sceglie di ritirarsi per sempre dalle scene. Cosa le è accaduto? Ma soprattutto, perché il progetto con cui nel 2013, di punto in bianco, decide di rimettersi in carreggiata non parla più di ragazzini problematici simili a quelli di Dawson’s Creek, ma di una guerra tra gli Esseri di Luce e i nerissimi Mork dalle atmosfere che sarebbe un peccato definire fantasy – e che, se analizzate da molto vicino, ci appaiono più che altro come un innesto tra Donnie Darko e le Retractationes di sant’Agostino?

Tra parentesi (ma nemmeno troppo), il film Happiness di Todd Solondz era la vicenda di Joy, una ragazza che lavora in un call center ma sogna di diventare una cantante famosa. Rompe con il proprio ragazzo, che si ammazza, e va a insegnare in una scuola per immigrati, forse nel tentativo di espiare i propri sensi di colpa, di mettere la testa a posto. Il film si dipana in un ginepraio di storie, tutte condensate attorno ai familiari di Joy e una più assurda dell’altra: in particolare, mi è rimasta impressa quella della sorella di Joy, una scrittrice di successo che a un certo punto si innamora perdutamente di una voce che ogni notte la intrattiene al telefono sussurrandole dolcissime oscenità.

Ora, se vi è chiaro il carattere tragicomico di Solondz e delle sue trame (tutte compendiabili con la domanda: cosa succederebbe se Ridge e Brooke trasvolassero improvvisamente da Beautiful in una puntata qualsiasi di South Park?), immaginiamo che la vita di Cris dalla culla ai giorni nostri sia un soggetto dello stesso tenore, scritto di suo pugno ma facile e conciso come quello di Zavattini per Bellissima di Visconti. Non uso tale espediente per creare una distanza dalla vita di Cris Morena, né per un fatto di gusto: mi tornerà utile nell’analizzare gli effetti dell’interesse intorno al suo personaggio, alle sue trasmissioni tv e, soprattutto, alle sue soap. In Italia i fedelissimi di Cris Morena non sono milioni come in Argentina (o, va’ a sapere perché, in Israele), ma il loro grado di ossessione patologica non cambia di una virgola, tanto che se uno si facesse un giro su un blog a tema – e ce ne sono almeno una dozzina – assisterebbe a un fenomeno di estrema singolarità: i fan di queste telenovela fanno sempre riferimento a Cris e non agli sceneggiatori, men che mai al regista. “Cris mi ha fatto il santo regalo di sbatterlo in prigione”, scrive una certa Kissenlove a proposito di un personaggio mal tollerato, oppure: “Cris lo ucciderà, lo farà morire, ne sono sicura”.

María Cristina De Giácomi, questo il suo vero nome, nasce nell’agosto 1956 in un’opulenta famiglia di Buenos Aires, seconda di quattro fratelli. Dev’essere una scavezzacollo, una ragazzina un po’ scapestrata, un’anima fatua e leggera ma comunque un caratterino, se i genitori mandano lei, e lei soltanto, a studiare dalle suore. Sogna di sfilare a Parigi e a diciassette anni comincia a posare per Lee Jeans di nascosto da mamma e papà, su stimolo di un losco vicino di casa. Di nascosto dal vicino di casa, che la vorrebbe più magra di quel che è, gioca invece a rugby e a basket. Anche ai compagni di campetto nasconde qualcosa, gli spartiti di Chopin accartocciati dentro la sacca da palestra. Ah, come le piacerebbe essere una pianista!

Poi la prima svolta, che Wikipedia accenna come una nota tra le tante, ma non lo è: basterebbe dedicare un’oretta alla vicenda per accedere seduta stante a uno dei migliori romanzi di Roberto Arlt, o di Roberto Bolaño. Cris si iscrive alla facoltà di scienze sociali e nello stesso periodo incontra Padre Carlos Mugica, il sacerdote precursore degli interventi pastorali fra i criminali delle baraccopoli argentine, che sarà brutalmente assassinato dai membri della Triple A (la destra paramilitare argentina) subito dopo aver detto messa nella chiesa di San Francisco Solano. Nel 1999 è Bergoglio stesso, ebbene sì, a presiedere al trasferimento dei resti di Carlos Mugica nella Chiesa di Cristo Obrero, dentro la baraccopoli di Retiro, dove il sacerdote trascorse gran parte della sua vita. Cris Morena, già celebre per Chiquititas e impegnata nella produzione di Verano del ’98, è presente alla cerimonia insieme a sua figlia Romina, ballerina e attrice nel fiore del successo. Dichiara commossa al microfono di un’emittente locale: “Padre Carlos mi salvò dalla superficialità, è stato sempre al mio fianco. Anni fa mi domandò se fossi pronta a mostrare al mondo la mia luce, e così ho deciso di diventare una produttrice, ho messo la testa a posto”. Dissolvenza.

Detenuta dal nulla

Da qui in avanti, la storia di Cris potrebbe essere saltata a piè pari. La vediamo, sempre più bionda, sempre più femme fatale, riscuotere una lunga sequela di successi professionali, prima con la telenovela Verano e poi con Teen Angels, in Italia trasmesse su Disney Channel con buoni ascolti. Ce la immaginiamo in un’asettica sala di provinaggio alla periferia di Buenos Aires in cui è presumibile, o almeno auspicabile, che il sottofondo musicale sia Kylie Minogue. Ci sono dei ragazzi in fila – trecento? – fuori dalla porta, e chiunque si ritrovi faccia a faccia con Cris, chiunque cioè non scappi via in preda a un attacco parossistico poco prima di entrare, si sente immutabilmente chiedere: “Sei pronto a farmi vedere la luce?”, la medesima “luz” che Padre Carlos avrebbe voluto veder scaturire da lei. E Rincón de Luz, oltre a essere il fiammeggiante nome del collegio in cui sono ambientate le storie delle bambine di Chiquititas, sarà di lì a poco il titolo di una serie dalla trama sostanzialmente identica, ma a cui si dovette cambiare il nome a causa di certe traversie legali – e che, guarda tu il caso, è andata in onda lo stesso anno in cui più o meno per le stesse ragioni Saranno famosi diventa Amici di Maria De Filippi: il 2003.

Ma siamo ancora lontani dal cambiamento di tono dei suoi lavori successivi, dagli afflati spirituali che animeranno i personaggi di Aliados. I fan, anche italiani, avevano previsto una svolta di questo tipo, forse perché la loro direttrice d’orchestra, la loro bella rubia, somiglia a una dea che muove dall’alto i fili delle sue creature. Anche quando le storie di Cris sono molto ancorate al reale, comunque i fan parlano dei personaggi con grande sfarzo interpretativo, isolandone e sintetizzandone le caratteristiche come in un haiku: “Mar è adrenalina. Thiago è bellezza. Thiaghella è sapere che non c’è niente di più importante dell’altro. Jazmin è passione. Tacho è potenza. Tachmin è un continuo ritardo eppure momenti perfetti. Rama è sensibilità. Valeria è incantevole follia. Rameria è riuscire a darsi completamente all’altro. Simon è delirio. Simelody è aiutarsi a vicenda per superare le difficoltà. Nachidad è un continuo dolce-amaro che non stanca mai. Tefi è isteria. Luca è voglia di riscatto”. Il duende di cui parlava García Lorca, il folletto del talento che alberga dentro lo stomaco dei grandi artisti, comincia ad assumere toni iki, arieggia coloriture orientali e inafferrabili, quasi che i fan di Cris abbiano avuto, a un dato momento, il sentore che qualcosa di tragico stesse per abbattersi sulla loro beniamina e abbiano predisposto per lei, come gli aiutanti di una fiaba, un universo più irreale, un luogo di difesa.

Cris, intanto, si è sposata con un ricco produttore e i suoi giorni fluiscono felici, le uniche zone d’ombra sono rappresentate dalle denunce per plagio, presto cadute nel dimenticatoio: la più nota è quella ricevuta dai produttori di Dawson’s Creek. A più di dieci anni dalle dichiarazioni rilasciate su Padre Carlos Mugica, però, la vediamo sul palco dei Grammy Awards mentre invera i timori che si vorrebbero leggere nella psicologia dei suoi fan, usando il loro stesso tono solenne per le parole dedicate a sua figlia tragicamente scomparsa: “Romina è luce, è la stella che ora mi guida. Così se ne vanno gli esseri di luce, a unirsi con le divinità nell’universo”.

Facendo qualche ricerca in rete, ho trovato una dichiarazione più esaustiva, rilasciata in un’altra intervista del 2012, due anni dopo la morte di Romina: “L’assenza di Romina è solo momentanea perché la sua presenza è eterna. È presenza pura, in ogni momento. Non la ricordo, la sento, la vivo, le sorrido, la saluto quando mi sveglio, le parlo… I miei quattro nipoti [i figli di Romina] sono il futuro, sono tutta la mia vita: in loro vedo rappresentati tutti i bambini di questa terra. Non smetto di scrivere. I primi giorni sono stata sotto shock, paralizzata, detenuta dal nulla, fin quando Romina è entrata in me, mi ha riempito l’anima con il suo spirito, i suoi occhi, la sua risata, e mi ha guidato le mani per scrivere poesie che un giorno saranno canzoni”. E soap, aggiungerei io.

Qualcosa di nuovo

C’è una scena molto suggestiva, nell’episodio 32 di Jake and Blake, in cui Romina Yan (fra gli attori protagonisti) e alcuni ragazzini cantano stretti attorno a un fuoco: “Andranno tutti in cielo,” dice la canzone, “i belli, i brutti, i cattivi…”. Una scena quasi premonitrice che i fan di Cris, negli anni successivi alla morte di Romina, hanno postato in senso di cordoglio sui loro blog argentini, su Facebook e su YouTube. Altre scene collaterali, o soleggianti foto di Romina abbracciata a sua madre, sono accompagnate dal racconto del dramma di questa ragazza, nonché la causa più probabile della sua morte: “La pressione di avere due genitori famosi è sempre stato un peso aggiuntivo sulle mie spalle. Essere ‘la figlia di’ mi è costato molto perché sentivo di non avere il diritto di fare certe cose, con l’obbligo di dimostrare sempre a tutti di essere più che la figlia di Cris e Gustavo. Il momento peggiore è stato durante il programma Jugate Conmigo. Avevo diciassette anni, andavo a scuola, lavoravo fino alle tre di notte e mi alzavo alle sette. È stato troppo e la mia angoscia si è sfogata sul mio corpo, ho avuto un anno duro e ho cominciato a soffrire di anoressia. Non mangiavo nulla perché ero ossessionata dal dover essere perfetta. Nel corso della mia vita ho scaricato le mie paure, le insicurezze e le ansie sul cibo. Quello era il mio modo di boicottare”.

Il film di Todd Solondz comincerebbe da qui. Dopo la tragedia, Cris chiama in raccolta la sua squadra di sceneggiatori e decide di dare una svolta alla prima stagione di Aliados, la serie cui sta lavorando da mesi, spostando i protagonisti in una dimensione celestiale alla Amabili resti di Alice Sebold. Qualcosa l’ha fatta rinascere, la vediamo in uno show televisivo in cui abbraccia i suoi attori saltellando sul palco e lasciando svolazzare una deliziosa gonna di broccato color avorio, costellata di labbra rosse di stoffa.

Ora, se dico che sono cresciuto a pane e soap opera non è per ammissione di colpa. Con il senno di poi, e l’analisi interiore del trentenne, ammetto di non aver mai gioito tanto come di fronte a una puntata di Beautiful, Vivere o CentoVetrine. Il piacere che a quindici anni mi infondeva la leggerezza di una soap era tangibile; quello che attirava la mia curiosità non era mai il plot in sé – il sapere che cosa succederà domani – ma la tabula rasa nella mente, lo svuotarsi dei significati dinanzi alla semplicità di certe soluzioni narrative, la stessa sensazione che provo oggi nel leggere un romanzo di Murakami, in cui tutto sembra procedere senza lasciare alcuna traccia dietro di sé. È quello che ho sempre cercato nei libri: una leggerezza e un’essenzialità che mi permettessero di leggerli dimenticandoli, sognando, aggiungendo, forse perché ho sempre letto, specie da ragazzino, con la strana pretesa di avere sotto gli occhi uno schema passibile di riempimenti, di aggiunte, e non un codice da interpretare. Difficile che trovassi qualcosa da aggiungere ai romanzi fluviali di Stephen King, l’unico scrittore che mi interessasse a quell’età, più facile che a fare da canovaccio per le mie storie immaginose fosse la trama (il libro-madre, in gergo tecnico) di Vivere. Se ai tempi mi fossi imbattuto in una serie di Cris Morena, ne sarei rimasto rapito. Se poi mi fossi imbattuto in Aliados, ne sarei rimasto sconvolto almeno quanto rimasi sconvolto da Dawson’s Creek – al punto da farmi bocciare a scuola.

Faccio un esempio, invertendo la rotta del modello psicanalitico: all’inizio del 2000 una delle protagoniste di Vivere, una tranquilla madre di famiglia che gestisce una locanda sul lago di Como, si lascia abbindolare da un misterioso figuro di nome Martin Mendez, sorta di Wanna Marchi in versione maschile, fino a esserne rapita e – forse, ma non ricordo – violentata. L’attore in questione, un uomo magro e dai capelli lunghi e grigi, era il corrispettivo di Bob di Twin Peaks. E io, classe ’85, all’epoca non avevo ancora visto Twin Peaks, ero troppo piccolo. La mia Twin Peaks personale – quel sentimento di energica angoscia senza il quale sembra impossibile crescere – ho dovuto cercarmela negli interstizi delle soap in voga all’inizio del 2000, e posso dire di essere stato fortunato. Questo per via del fatto che mi è toccato immaginarmelo sempre, l’essenziale: scacciare la paura di crescere con la paura di una scena vista in tv o al cinema. Nella gran parte di queste soap mancava infatti la componente surreale, ma soprattutto mancava (fatta eccezione per Dawson’s Creek, che non è una soap) l’adolescenza. Se una ragazzina o un ragazzino apparivano in una puntata di Vivere, di solito la cosa era un evento.

Cris Morena, lei per prima, ha compiuto il passaggio di inserire in una telenovela per ragazzini l’elemento surreale, mantenendo la leggerezza nonostante la ricorrenza di certe tematiche ottocentesche: lo sfruttamento minorile, la vita in un orfanotrofio, l’odio per la propria condizione di successo, il bullismo, la morte come rinascita. Lo ha fatto dopo un lutto, tanto da rendere oggettiva una delle considerazioni di base delle scuole di sceneggiatura: la descrizione descrive il descrivente. Come in Dawson’s Creek i dialoghi di queste serie sono ironici, luminosi, trovare una sbavatura è molto difficile. Su tutto gravita un’atmosfera da Scientology, questo è vero, su ogni singola scena di questi episodi – e sulla vita di Cris in generale – sembrerebbe aleggiare l’ombra di Robert Mitchum, il Predicatore de La morte corre sul fiume che insegue i due poveri bambini in fuga. Ma cosa abbiamo visto in True Detective e in Homeland? E in Les Revenants? Scienza e religione trattati con sottigliezza e turbamento, non è questo il grande centro d’interesse dei nostri anni? Andate a guardarvi una puntata di Aliados. C’è qualcosa di nuovo, lì dentro. Come c’era qualcosa di nuovo nella cattiveria di Todd Solondz, anche se in Italia non se n’è accorto nessuno. Quanto a Cris, alla nostra Cris, beh… lei sulla propria lungimiranza, o “lucimiranza”, ha costruito un impero. Restano tanti dubbi sul suo conto, moltissimi misteri, il peso della farsa, l’odio manifesto dei detrattori. Ma se questa mia piccola indagine continuasse farebbe un torto alle intenzioni di Cris, e di Solondz: sgravare il tragico, renderlo divertente.

Lascio a voi la traduzione di questo commento trovato in rete: “Es evidente que Cris se olvidó del resto del mundo cuando produjo esta basura para pendejos de culo delicado”. Sentite invece quest’altro: “Ti odio, Cris Morena. Odio tutto ciò che rappresenti, odio i tuoi programmi, odio gli attori che lavorano per te, odio quelli che scrivono i tuoi copioni, i canali che trasmettono la tua roba… Potrei continuare l’elenco, ma non avrebbe fine”. Non assomigliano a buffe e maldestre dichiarazioni d’amore?