Tra il 1978 e il 1979, l’Italia cambia. Sono gli anni del “riflusso”, quelli dove trovano ampio spazio le tv locali, in attesa dei network nazionali.

Sono gli ultimi giorni del 1978 quando su Repubblica, nella pagina dei commenti, compare un editoriale di Giorgio Galli, allora il politologo italiano forse più autorevole. “I compagni che ballano”, s’intitola. L’incipit ne vale da solo la lettura: “Può sembrare irriverente chiedersi se per il nostro sistema politico il 1978 sia stato l’anno di Aldo Moro oppure di John Travolta. Eppure se la primavera era stata dominata dalla tragedia del presidente della Dc, l’autunno è stato caratterizzato dal significato politico attribuito al successo del cantante italoamericano”. E la coda non è da meno: “Se la generazione beat nell’Italia in sviluppo ha prodotto le occupazioni delle Università e i cortei, la generazione travoltista potrebbe trovare un futuro interesse politico nell’Italia stagnante, attraverso comportamenti di cui è difficile prevedere la portata”. Quasi immaginando, Galli, che di lì a poco gli anni di piombo avrebbero lasciato spazio a un decennio del tutto diverso, gli Ottanta della Milano da bere, in cui la “generazione travoltista” effettivamente sguazzerà. Ma torniamo a quel 1978. Un anno cruciale come pochi, nella storia recente d’Italia. A volo d’uccello: la tragedia di Aldo Moro, 55 giorni in cui il Paese trattiene il fiato sull’orlo del precipizio. Le dimissioni per la prima volta di un presidente della Repubblica, Giovanni Leone, vittima di una campagna stampa che solo molti anni dopo si rivelerà infondata. La morte di due papi, Montini e Luciani. Per non parlare delle vittime del terrorismo, una trentina tra cui magistrati, dirigenti d’azienda, forze dell’ordine, giovani di destra e di sinistra. E un processo, quello di Torino a 47 brigatisti (Curcio e Franceschini compresi), con decine di rinunce tra i giudici popolari sorteggiati. L’Italia che alza bandiera bianca. Tutto questo, dopo un 1977 non meno drammatico: 2.188 attentati terroristici (il doppio del ’76), la cacciata di Lama dalla Sapienza, le morti di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, gli autoblindo nel centro di Bologna nei giorni del convegno sulla repressione, gli indiani metropolitani e il ministro dell’interno Cossiga scritto con la K. Ma com’è che un politologo come Galli, non un critico rock, e su un quotidiano come Repubblica, non su Tv, Sorrisi e Canzoni, può essere arrivato ad azzardare tanto? Il 1978 l’anno di John Travolta e non di Aldo Moro? Possibile? Eppure… Oggi, quasi un quarantennio dopo, sembra una bestialità. Allora invece…

Tanto vale divertirsi

Uno sguardo ad altri giornali del periodo lo chiarisce. Appena una settimana dopo quell’editoriale, ecco il primo numero del 1979 del settimanale Panorama. In copertina, un collage di fotografie di giovani sorridenti, di una procace ballerina in body leopardato da cui un capezzolo fa capolino, di un signore baffuto che s’ingozza da un piatto che sembrerebbe contenere fagioli. Sovrimpresso, il titolone “Il riflusso”. Con un sommario che recita così: “La nuova filosofia degli italiani: tanto vale divertirsi”.

Riflusso, cioè il ritirarsi dell’acqua dopo che l’onda si abbatte sulla spiaggia. La metafora è trasparente: l’onda è quella lunga del ’68, che in Italia genera un decennio di movimenti. E come dopo una grande mareggiata, che lascia sulla sabbia alghe, rottami e pesci morti, anche l’onda che nel bene e nel male squassa la società italiana dietro di sé dissemina un po’ di tutto. Uscendo di metafora, dopo il sequestro Moro accade che un’intera generazione si ritrova a fare i conti con gli effetti, tragici, del fallimento di un sogno: quello di fare la rivoluzione. Di botto, scompare la legittimazione culturale su cui faceva leva un intero modo di vivere di intendere il sociale. Una delle più brillanti intuizioni della nuova sinistra, il privato è politico, implode. E questa generazione si sgretola: in migliaia rifugiandosi appunto in discoteca, sull’onda del successo planetario de La febbre del sabato sera, la cui declinazione italiana, scandita passo passo dall’allarme della sinistra militante e dei suoi giornali (quanti reportage sulle piazze che si svuotano e le discoteche che si riempiono), diverrà il miglior simbolo del “liberi tutti” di fine decennio. Sul “travoltismo” dibatteranno intellettuali, politici e giornalisti, la grande stampa borghese e testate come Lotta continua, Manifesto e La città futura della Fgci (ma anche A/traverso di Bifo e Metropoli dell’Autonomia romana), tutti alla ricerca di una risposta a questa angosciante domanda: come mai i giovani non lottano più per un mondo nuovo e si accontentano, più pragmaticamente, di essere felici?

Parlare di crisi delle ideologie sarebbe però un errore. Avverte infatti Umberto Eco: “Caso mai bisognerebbe parlare di modificazione delle ideologie. È caratteristico delle nuove ideologie non essere riconoscibili come tali, così che possano essere vissute come verità”. Dunque, si è di fronte al semplice sostituirsi di un’ideologia, quella del farsi i fatti propri, alla precedente, l’impegno politico totalizzante. Dura da mandar giù, ma è bene saperlo, anche per il futuro.

C’è poi chi ai vapori da ghiaccio secco della discomusic preferisce quelli d’incenso dell’India, sulle orme di guru spesso improbabili. E quanto il fenomeno sia tutt’altro che marginale lo dimostra il fatto che a proclamarsi seguaci arancioni dell’allora popolarissimo Rajneesh (poi Osho) sono nomi cardine della controcultura italiana: come Andrea Valcarenghi, il fondatore di Re Nudo, e Mauro Rostagno, leader della contestazione alla facoltà di Sociologia di Trento e poi tra i principali dirigenti di Lotta continua. Per non parlare degli Hare Krishna, che convincono a rasarsi il cranio e a vestire la tonaca zafferano un avanguardista duro e puro come Paolo Tofani, chitarrista degli Area, il gruppo simbolo del rock italiano sposato alla politica. Una generazione insomma che sembra dover improvvisamente ritrovare se stessa, rincorrendo altre utopie: dalla rivoluzione socialista a quella interiore. E poi c’è chi finisce nel tunnel della droga: un’escalation impressionante cancellata, sui giornali e nella memoria, dai morti provocati dalle P38, molto meno numerosi. Si va dalle 40 vittime per overdose del 1977 alle 126 di appena due anni dopo.

Scriverà una giovane tossicodipendente a Repubblica, in una lettera pubblicata in prima pagina il 1° settembre 1979: “Io non voglio vivere la vostra società, e non ho più l’illusione vana di poterla cambiare come quando ero giovane, cretina e comunista. Allora davo tutta me stessa alla lotta politica, pensando di contribuire ad un cambiamento reale, fattibile della società, del nostro allucinante modo di vivere. Ma poi ho capito, ho creduto di capire: la nostra grande civiltà industriale, il meccanismo infernale che ci porta alla distruzione. Impossibile fermare questa macchina, l’inferno di questa vita, della realtà sempre più opprimente non più umana […]. Pensateci anche voi un attimo prima di continuare a stordirvi con le vostre infinite parole, e lasciatemi tranquilla con il calore buono dell’eroina nelle vene”. Infine, residuale, rimane chi persegue fino in fondo la via di una lotta armata sempre più sanguinaria. E folle: basti pensare a come le Br del professor Senzani “giustizieranno” Roberto Peci, colpevole di essere fratello del terrorista pentito Patrizio. Ma i più, semplicemente, scelgono un’altra strada, ritirandosi nel privato più banale. Figli e padri. Come spiegare altrimenti, se non con la disillusione, il crollo a fine ’78 della partecipazione alle elezioni degli organi scolastici, neppure un quarto dell’80% dei genitori di appena tre anni prima? Ma d’altra parte: chi se la sente di rimproverare quel grosso pezzo d’Italia che al calare dei Settanta, smaltite le sbronze ideologiche, non ce la fa più ad avere paura di uscire la sera? Che c’è in fondo di così reazionario nel voler avventurarsi il sabato pomeriggio nel centro di Milano senza temere di finire nella via Pal di rossi e neri?

Il privato è pubblico

Guarda caso proprio quelli sono i giorni in cui, d’improvviso, un’altra fetta di Paese reale si appassiona a temi lontanissimi dalla politica, senza doversene più vergognare. A dissodare il terreno è il Corriere della Sera, che, archiviata la tragedia di Moro, il 13 settembre di quel 1978 pubblica in prima pagina, nella posizione un tempo degli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini, la lettera di un lettore, un cinquantenne adultero che non sa decidere tra moglie e amante. E che minaccia il suicidio “se uno dei vostri sensibilissimi scrittori non riuscirà a spiegarmi il motivo per il quale io non debba fare ciò”. È l’“amore in prima pagina”, spericolata operazione giornalistica che genererà un dibattito sterminato. Non solo sulle fin lì austere colonne del quotidiano milanese: di mezzo c’è anche un instant-book, tavole rotonde in televisione, battibecchi tra grandi firme di avverse testate. Con echi che un paio d’anni dopo arriveranno anche al cinema, attraverso La terrazza di Ettore Scola.

E visto che l’appetito vien mangiando, ecco il 3 novembre un’altra sortita. Questa volta a scrivere è una casalinga di Cinisello Balsamo, pure adultera, che invita il Corrierone a piantarla di occuparsi di Andreotti e di conclavi e a dedicare invece pagine “alle cose che interessano alla gente”: appunto l’amore, i sentimenti. Il privato. Anche qui, lo sguardo è preveggente: qual è oggi, nella post-modernità italiana alle vongole, il principale metro di paragone della politica e dei suoi protagonisti se non proprio la condotta nella vita privata? Lettere… si fa per dire. Quei messaggi di anonimi lettori approdati in prima pagina – altri li precedono e altri ne seguiranno – sono in realtà costruiti a tavolino dalla direzione di via Solferino. Che in quei giorni, ma lo si scoprirà molto dopo, è già abbondantemente in mano alla P2. Quella stessa P2 che briga per un paese depoliticizzato, ansioso di consumare, con scarsa attenzione ai meccanismi del potere. Un paese cioè in cui i manovratori possano agire tutto sommato liberamente. Scriverà in quelle settimane Prima Comunicazione, mensile di editoria e giornalismo, con parole straordinariamente azzeccate: “La scelta in direzione dei temi sociali, la decisione di privilegiare le piccole e grandi vicende della vita quotidiana, la riduzione dell’informazione e della riflessione politica, da parte del maggior quotidiano italiano sono l’indice di un netto mutamento del clima culturale, il segno preciso di un’inversione degli atteggiamenti sociali. Non è cosa di poco conto: la sua incidenza sui fragili equilibri politico-sociali di oggi non può essere lieve”.

Quando si dice la combinazione: è proprio nei giorni del sequestro Moro che tra i quadri alti delle varie testate Rizzoli, allora il maggior gruppo editoriale d’Italia, viene fatto circolare un volumetto azzurro di piccole dimensioni, metà di un foglio A4, ma di tante pagine, oltre 300, intitolato semplicemente Scenario. Commissionato dai vertici aziendali, a curarlo è un manager del gruppo, Enrico Finzi, già funzionario del Pci milanese e anni dopo celebrato sociologo dei consumi: lo scopo è quello di tratteggiare il futuro quadro socioculturale del Paese, le linee di tendenza lungo le quali si evolverà la società italiana e i suoi (e)lettori. E se a scorrerne i titoli dei vari capitoli non c’è la parola chiave che definisce la mareggiata che sta per abbattersi sull’Italia di quegli anni, nello Scenario l’acqua dell’onda c’è però tutta. Dal calo della partecipazione politica al nascente individualismo, dalla domanda d’ordine alla riscoperta della religiosità e della famiglia, passando via via in sociologhese per le varie voci Esibizione dei simboli di successo e di potere, Espressione della propria personalità, Autodirezione, Rifiuto delle costrizioni sociali, Semplificazione della vita, Attenzione alle dinamiche psicologiche proprie e altrui, Automanipolazione dello stato somatico e psichico, Polisensualismo, Sensibilità alla natura, Attenzione al proprio aspetto, alla propria salute e alla propria forma, Chiusura nel proprio particolare, Rifugio nel magico e nell’irrazionale e, dulcis in fundo, l’Edonismo.

Signore e signori, sembra dire lo Scenario, preparatevi: arriva il Riflusso. Che altro poi non sarebbe che quella cultura del narcisismo già raccontata negli Usa da Christopher Lasch. Me generation, la chiama, per descrivere il decennio americano, cioè quella “assenza della speranza di giustizia sociale e del senso di continuità con le generazioni precedenti che caratterizza la mentalità della sopravvivenza degli anni Settanta”. E ancora più precisamente: “Una visione del mondo che fa perno unicamente sul sé ha come unico valore la sopravvivenza individuale e questo valore spinge molte persone alla ricerca, che a volte è solo un’illusione momentanea, di benessere personale, di salute fisica, di tranquillità psichica”.

Gli anni del riflusso

Eccolo qui, il famigerato riflusso nel privato. Oggi il linguista Tullio De Mauro lo fissa così: “Atteggiamento o posizione ideologica che consiste nell’abbandono dell’impegno politico e sociale per un ritorno alla sfera del privato, caratteristico specialmente degli anni ’80”. Ma attenzione, quelli sono gli anni del raccolto: la fioritura avviene invece al calare del decennio precedente. E infatti oggi il termine riflusso è stato definitivamente codificato nell’immenso catalogo della mostra Annisettanta. Il decennio lungo del secolo breve, allestita alla Triennale di Milano tra il 2007 e il 2008. Lo ha fatto l’allora direttore del Sole 24 Ore Salvatore Carrubba, ovviamente in chiave economica prima che culturale. Ma d’altra parte lo diceva anche Marx, no? Tutto il resto è sovrastruttura. Degna pietra tombale per quell’assalto al cielo lanciato invano per un decennio. È un termine, “riflusso”, che a fine anni Settanta vive una stagione irripetibile: se oggi è “crisi” la matrice di ogni dinamica sociale, se una dozzina d’anni fa era invece “globalizzazione” la chiave di lettura attraverso cui interpretare il mondo, al tramonto dei Settanta non si parla altro che di riflusso. Nella politica e nell’economia, nel sociale e nella cultura, nella musica e nel cinema. E alla voce riflusso viene ben presto catalogato un po’ tutto: dall’amore in prima pagina al ballo, dall’adulterio alla ritrovata voglia di shopping, fino alla cura del corpo. Per esempio, a fine ’78 si scopre che il fatturato dell’industria cosmetica maschile tocca la cifra record di 120 miliardi di lire, contro i 50 di appena due anni prima.

Poi toccherà al tramonto della canzone politica e in positivo, dopo un decennio di concerti chiusi anzitempo da lacrimogeni e cariche della polizia, anche al ritorno del rock negli stadi: da Banana Republic alle notti di Patti Smith a Bologna e Firenze. A chiudere simbolicamente il decennio sono però la morte di Demetrio Stratos, leader degli Area, e il concerto in suo onore all’Arena di Milano: 60 mila giovani “sovversivi” accalcati nel vecchio stadio la sera del 14 giugno 1979 (appena due giorni prima del via al tour di Dalla e De Gregori), troppo tardi per raccogliere fondi per curare l’artista, deceduto il giorno prima, ma in perfetto orario per celebrare il funerale del Movimento. E altrettanto puntuale, ecco il grosso titolo in prima pagina dell’ineffabile Corriere della Sera: “Quando sessantamila giovani scoprono il rock del sentimento e del disimpegno”. Del sentimento e del disimpegno? Povero Demetrio… Benché in fondo ci sia del vero: il succo è infatti che improvvisamente il pubblico giovanile fin lì iperpoliticizzato si accontenta di trascorrere una sera in uno stadio ad ascoltare musica così, senza attribuirvi più alcun significato politico.

Nel calderone del riflusso si mescoleranno poi lo spiritualismo di tutti i colori, l’ufologia, le marce podistiche non competitive, le ristampe di Carducci e D’Annunzio. Addirittura, il crescente hobby del bricolage. Per non dire del successo di Goldrake. Ma se alla versatile categoria si aggrapperanno per mesi titolisti a corto di ispirazione, un esercizio più serio oggi è quello di individuare passaggi storici di allora esiziali per il decennio a venire, gli Ottanta della Milano da bere. E dunque, anche qui a volo d’uccello: il dibattito su Proudhon che a fine agosto ’78 accende la miccia di un confronto-scontro tra Pci e Psi che durerà fino all’uragano Tangentopoli, aprendo sotto traccia le grandi manovre che porteranno, in più tappe, a oltre un decennio di pentapartito. Le doppie elezioni del giugno 1979, politiche ed europee in appena una settimana, a segnare l’inizio dell’arretramento del Pci e la vittoria, nella Dc, della linea che verrà definita del “preambolo”. Il boom della moda, settore che a fine ’78 fa registrare oltre 6 mila miliardi di lire di saldi attivi, con francesi e americani a dedicare copertine su copertine ai nostri Armani, Versace, Coveri e Ferrè.

L’economia che riparte, l’orgoglio italiano che piano piano torna a rialzare la testa. E da lì al Mundial spagnolo dell’82 il passo sarà breve. Anche qui, con buona preveggenza di sondaggisti e ricercatori sociali. Ancora Panorama, primo numero del 1980: una dozzina di pagine dedicate a una ricerca Demoskopea sui futuri scenari del nuovo decennio che si apre. E le parole chiave vanno tutte nella stessa direzione. Si parla di “apatia politica” come “estremo riflesso della precedente alta politicizzazione” e come risposta all’incapacità dei partiti “di fornire una risposta coerente al cambiamento sociale” (la crisi della militanza partitica). Di diffuso sviluppo del localismo “inteso come luogo di partecipazione provvisto di una forte carica democratica” (l’emergere delle Leghe). Di “carisma” come dote sempre più indispensabile per i leader politici, cioè di “energia per contrapporsi all’immobilismo: un leader che decida, che non sia compromesso e paralizzato dai continui patteggiamenti, che abbia grinta e determinazione” (ed ecco profilarsi la sagoma di Bettino Craxi, appena un passo avanti a quella di Berlusconi).

Ancora, di “fine della spinta egualitaria” (uno dei capisaldi del ’68) e di “ripresa del conservatorismo” come logica risposta al terrorismo. E naturalmente di “ricerca di forme private e individuali di benessere e di felicità”, cioè il cuore del riflusso. “Diminuisce – affermano i ricercatori di Demoskopea – la fiducia in forme collettive di liberazione e di realizzazione (la rivoluzione, la classe) che aveva caratterizzato gli anni che abbiamo appena lasciato alle spalle: si coltiva il proprio particolare e la tendenza è quella di non delegare ad altri o non prorogare nel tempo la soddisfazione di questi impulsi”. E attenzione alle ultime righe del rapporto: “Nel breve periodo, possiamo essere certi che il cosiddetto riflusso continuerà il suo corso e i primi sintomi di questa nuova fase saranno: un aumento del partito dell’astensione e il progressivo ridursi della diffusione del politico nel sociale”.

Per tornare al “mal d’amore”, le finte lettere al Corriere punteggiano un autunno italiano che vira ovunque in rosa. Sono 17 milioni gli italiani che ogni martedì sera, dal 3 ottobre al 7 novembre di quel 1978, finita la cena, si piazzano davanti al televisore, incollati alle sei puntate delle Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman trasmesse dalla prima rete Rai. Certo, è un’altra tv (e un’altra Italia): agli albori le emittenti private, comunque lontana la loro struttura a network, la terza rete Rai che arriverà solo un anno dopo, per i più scaltri ci sono Capodistria, Montecarlo e poco altro. Ma 17 milioni di spettatori per un Bergman tra i più angoscianti, per quanto in prima serata, segnalano inequivocabilmente l’ingordigia di privato che assale gli italiani alla fine del decennio. E la nuova (?) ideologia trova subito il suo profeta: è Francesco Alberoni, il sociologo per eccellenza (anche lui targato via Solferino) il cui Innamoramento e amore alla fine dell’estate ’79 mette il sigillo accademico – ma vendendo la bellezza di un milione di copie – a quella che Alberto Arbasino definisce “quella intimità italiana fra il lamentoso e il giocondo che scorre sotterranea e perenne come un lungo filo nontiscordardime indistruttibile sotto la nostra Letteratura e Vita Nazionale”. O per dirla con il compianto Edmondo Berselli, un’Italia “che conduce quasi alla cieca le sue prove di modernizzazione, tentando di diventare disinibita prima di essere evoluta”. E infine, ancora a proposito di televisione: sapete in che giorno a Milano viene registrata la costituzione di una società chiamata Canale 5 Music srl? Lunedì 12 novembre 1979. Benvenuti negli anni ’80. Quelli dell’ideologia del mercatismo spinto, del tutto ha un prezzo e dunque si può comprare. Anche se, come diceva Giorgio Gaber in Polli d’allevamento, sono gli oggetti a scegliere noi, non viceversa, e lo fanno selezionandoci in base al reddito. Stagione teatrale 1978-79, manco a farlo apposta.

E da allora non abbiamo più spento il televisore.